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Se questo è un uomo

Einaudi


“Se questo è un uomo”, libro scritto dall’ebreo Primo Levi appena dopo la sua liberazione dal campo di concentramento di Monowitz, in Alta Slesia, è un libro scritto “per non dimenticare”. 
Il tema dello scritto è infatti la vita nel lager, vissuta in prima persona dallo scrittore, non omettendo di essa i contenuti più terribili e sconvolgenti. Per tutto il racconto, il movente e lo scopo della cattura degli ebrei appaiono chiari e vengono ripetutamente ricordati: la follia dei nazisti capeggiati dal führer Hitler, sfocia in maltrattamenti e uccisioni. Lo scopo di tali azioni è quello di torturare le vittime, fino a annientare la loro umanità, farli diventare bestie. Nient’altro che strumenti da sfruttare nel lavoro oppure come libero sfogo alle loro pazzie. Per quanto riguarda i maltrattamenti, Levi non si risparmia nel descriverceli quasi tutti, curando al meglio i dettagli per far sì che ogni lettore possa immaginare in maniera quanto più esatta la brutalità di ogni cosa all’interno del campo. Fin dal primo momento dopo la sua cattura, lo scrittore racconta il difficile viaggio che lo porta a Fossili, in un campo di internamento. Ma il viaggio straziante verso Auschwitz lo proverà molto di più. Fin da questo momento si nota che l’intento dei tedeschi, ossia trasformare gli ebrei in animali, comincia ad avere un responso positivo; molti ebrei litigano per il poco spazio all’interno dei vagoni, si attaccano. L’acqua è solo un aspirante sogno, e la meta è sconosciuta. Comincia il deperimento psicologico di tutti, traumatizzati e convinti che ogni chilometro in più percorso dal treno è un chilometro in più verso la morte. Una volta entrati nel campo, i tedeschi avrebbero incentrato le persecuzioni sull’umanità degli internati. Li avrebbero ridotti al nulla, gli avrebbero tolto tutto ciò che era in loro ossesso, perfino il nome. Ora tutti i prigionieri non hanno più né nome né cognome, ma un numero a propria rappresentanza, che viene marchiato e cucito loro sulla divisa. I prigionieri sono obbligati a lavori pesanti, all’aperto anche d’inverno, denutriti e sconvolti da tutto questo scempio. Levi si concentra nel descrivere le pene che la realtà del lager comporta; dolori fisici, ma anche mentali e morali. Questo li porterà alla più totale rassegnazione e a non provare più alcun tipo di emozione. Questa terribile esperienza porterà varie volte Levi e i suoi compagni sull’orlo dell’esasperazione, ma è anche da tenere conto la tenacia con cui, ogni giorno, si decide di combattere contro il volere tedesco. Da ammirare la soglia della sopportazione, l’amore per la vita, il coraggio di sopravvivere pur non avendo più nulla, pur non riconoscendo più la propria identità. Lo scrittore ci invita a riflettere sulla brutalità della nostra stessa razza umana, sul trovare una logica nel ragionamento di chi ha voluto infliggere sofferenze gratuite a migliaia di ebrei innocenti e su quanto per lui e per gli altri pochi testimoni sia stata decisiva quest’esperienza, il quale ricordo riecheggerà nella loro mente, torturandoli anche dopo essere liberati. Utilizzano uno stile asciutto, diretto e sintetico, ma nello stesso tempo dettagliato, Levi riesce alla perfezione nell’intento di descrivere minuziosamente quello che ha vissuto sulla propria pelle, rendendoci partecipi per quanto possibile e segnandoci con dettagli agghiaccianti, impossibili da cancellare. “Sapete come si dice ‘mai’ nel gergo del campo? ‘Morgen früh’, domani mattina.”


 





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