Immagine
Poesie (1974-1992)
Patrizia Cavalli
(Einaudi, pp. 253, € 15.50)

Ho sempre pensato che leggere e setacciare poesie fosse un po' come cercare casa.
Agenti immobiliari impettiti, false promesse e capitomboli di speranze, e ancora appuntamenti, ricerche, giornali e annunci di affittasi-vendesi.
E poi ancora vie e numeri civici, descrizioni imbellettate, incontri frettolosi di pomeriggio o "Nella pausa pranzo? Sarebbe possibile?".
Qui c'è poca luce, le finestre, in realtà, sono aperture minute e timide, l'ascensore è rotto - mi spiace - la facciata è appena stata rifatta.

Ogni volta che inciampo in una nuova raccolta di poesie, sono sempre scissa tra la frenesia della promessa di futura felicità - magari è la volta buona che m'innamoro di un poeta! Magari è l'appartamento che ho sognato, per tre notti - e la paura inspiegabile della delusione, della noia, "Magari l'annuncio ha mentito...Sarà il solito buco, sottotetto, incartapecorito".

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi: “Amore mio,
ma che è successo?”, sarebbe un pezzo
di teatro di successo.


Con una copertina tanto raffinatamente intrigante, la raccolta della Cavalli sembrava promettere paradisi. 
Non mi fido del mio intuito in libreria, non mi fido degli annunci "accogliente appartamento da ristrutturare, con vista Mole, a due passi dalla fermata Metro".
Non mi fido, ma con la Cavalli ho preso appuntamento. 
"Vediamo!".

E chi potrà più dire
che non ho coraggio, che non vado
fra gli altri e che non mi appassiono?
Ho fatto una fila di quasi
mezz’ora oggi alla posta;
ho percorso tutta la fila passetto
per passetto, ho annusato
gli odori atroci di maschi
di vecchi e anche di donne, ho sentito
mani toccarmi il culo spingermi
il fianco. Ho riconosciuto
la nausea e l’ho lasciata là
dov’era, il mio corpo
si è riempito di sudore, ho sfiorato
una polmonite. Non d’amor di me
si tratta, ma orrore degli altri
dove io mi riconosco.


Alla prima lettura, i toni che sopravvivono sono quelli dell'amarezza, della disillusione e dell'ironia annerita dagli anni. La poetessa che mi ha accompagnata lungo il primo tragitto ha avuto una voce rauca e profonda, stanca. Un portamento rilasciato, da sigaretta, anti-sentimentale.

Fuori in realtà non c’era cambiamento,
è il morbo stagionato che mi sottrae alle strade:
dentro di me è cresciuto e mi ha corrotto gli occhi
e tutti gli altri sensi: e il mondo
arriva come una citazione.
Tutto è accaduto ormai, ma io dov’ero?
Quando è avvenuta la grande distrazione?
Dove si è slegato il filo, dove si è aperto
il crepaccio, qual è il lago
che ha perso le sue acque
e mutando il paesaggio
mi scombina la strada?


Ammaliata ma dipinta in nero, mi sono affacciata sulla seconda lettura.
Ed è stato allora che sono risaliti in superficie, dai fondali, tutti gli altri colori: la dolcezza, la delicatezza, l'eleganza malinconica degli amori perduti. 

Due scalini saranno la distanza
perché i miei piedi non calpestino
il vestito e allora due scalini
più tardi arriverò
leggermente in ritardo
a consumare lo spazio
che rimane – ah per le mani
non ci sono scuse –
a trasformarle in carezze
le incertezze.


L'arcobaleno, la scala cromatica è una miscellanea di ardori, malinconie e rabbia. A fasi alterne, a percorsi ciclici.
Il ritratto che mi risulta, ora, dagli appunti, è quello di una donna che tanto ha dato al mondo, amando, e che tanto per questo ha perduto.
Di una donna che, alla soglia della vecchiaia, ancora combatte fra il rimpianto amaro dell'essersi sentita svuotata dalla vita, come prosciugata ingiustamente, e la dolcezza dei ricordi, la rotondità morbida dei sentimenti, a prescindere dalle destinazioni.

Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, questa è la grande prova
l’espiazione, è questo il male.


Perciò ho trovato casa. La familiarità inalata con i versi di Patrizia Cavalli mi ha restituito una visione di me stessa. Uno specchio veritiero ed imparziale, forse un po' troppo sincero.
E' però vero che questi sono ancora i miei vent'anni, e che voglio trattenere soltanto le immagini più felici di questi versi, e riparare ora all'amarezza rinsecchita intravista e presagita che le sue poesie non hanno accettato di ignorare.

Qualcosa che all’oggetto non s’apprende,
un secchio vuoto che non mi raccoglie.
Tenevo i mesi silenziosi in una trama
che doveva risplendere di voce.
Provavo a dire mi si sfilacciava.
Non è né rete né mantello, è solo schermo,
io non catturo niente e non mi copre
ma separa un silenzio dal silenzio.
Quell’altro suono labirintico e interiore
esercitato in solitudine per strada
e nei risvegli, non risultava,
non mi si mostrava.



 





Leave a Reply.