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Orhan Pamuk, Il museo dell'innocenza, Einaudi, 2009, trad. it. Barbara La Rosa Salim




"Una struggente storia d’amore ambientata nella Istanbul degli anni Settanta"


Se dovessi pragmaticamente sintetizzare la natura de “Il Museo dell’innocenza” non potrei fare altro che storcere il naso e ricorrere anch’io, come i curatori dell’elegante edizione Einaudi, all’inflazionata definizione di trama ed annunciarlo come…Una tormentata storia d’amore.

Per quanto mi piaccia crogiolarmi nel ruolo di bastian contrario, scettica nei confronti di tutto ciò che può essere classificato come l’ennesimo romanzo d’amore, è innegabile che il premio Nobel Orhan Pamuk abbia scelto di raccontare proprio questo genere di storia e che, accidenti!, l’abbia fatto dannatamente bene e con classe.

Nonostante io scelga sempre la strada dello scetticismo, non vengo risparmiata dai continui e legittimi “rimproveri letterari” che, mai stanchi della mia ottusità, ripetono come un mantra: la qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta – La qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta – La qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta…

Credete forse che, se pur chiaro ed ovvio, direi forse banale, mi sia entrato in testa? Assolutamente no.

Entro in libreria. Adocchio Pamuk. Lo punto. Sguardo seducente. Smorfia cinica nel leggere in quarta di copertina “una struggente storia d’amore, ecc. ecc.”. Lo accompagno alla cassa: sì, ecco, in realtà avevo bisogno di una passionale storia alla lui-e-lei per affondare spensieratamente il naso nel piumone in compagnia di un kilo di gelato alla nocciola.

N.B. L’utilità pragmatica di questa pseudo-introduzione (so che vi state, peraltro legittimamente, chiedendo se effettivamente ce n’è una) è semplice: mostrarvi con quali motivazioni e speranze ho acquistato “Il Museo dell’innocenza”, per illustrarvi come le mie aspettative siano state felicemente soddisfatte su tutti i fronti.

Premesse:

A. Ero alla ricerca di una poetica avventura amorosa, che mi appassionasse, che mi consentisse una via di fuga “libresca” dalla realtà, che mi coinvolgesse a tal punto da trascinarmi in una dimensione diversa dalla mia, che si lasciasse leggere in totale ed entusiasta apnea.

B. Non desideravo assolutamente un insipido romanzetto rosa. Non ero assolutamente disposta a rinunciare alla qualità di un romanzo d’alta dignità artistico-letteraria.



Risultati:

A. La penna di Pamuk ha dipinto l’avventura di Kemal e Füsun, i due giovani turchi protagonisti de “Il Museo dell’innocenza”, guidato da autentico istinto per ciò che è intimamente reale, malinconicamente consueto ed empaticamente comprensibile, consumando, però, con viva energia, colori originali ed artisticamente innovativi. I sensori esperienziali del lettore sono vivamente scossi: immediata ed impetuosa è l’immedesimazione. Ma impulso alla curiosità, all’istinto di comprensione e all’ascolto non vengono sacrificati grazie ad un’abile miscela di elementi erotici, struggenti, energici, malinconci, accesi, languidi e rabbiosi: il vestito dell’ossessione amorosa è stropicciato e rivoltato in ogni singolo taschino, secondo ogni diversa cucitura, controcorrente ma a volte in preziosa sintonia con le pieghe del tessuto. Travolgente e coinvolgente, nell’interpretazione più stretta e letterale che entrambi i termini possono avere.

B. Pienamente all’altezza delle passate produzioni e, soprattutto, della spada di Damocle, quale è il Premio Nobel, che pende sul suo futuro letterario, Orhan Pamuk sceglie un percorso ancora più intimista e personale se confrontato con le scelte artistiche di romanzi come, ad esempio, ”Neve” o “Il mio nome è rosso”, riproponendo la sua Istanbul in sublime scenografia, sempre fondamentale dimensione culturale e sociale, e correndo il rischio di denudare le argomentazioni sentimentali, comunque costantemente presenti nei suoi romanzi, dall’involucro e dal sostegno di temi di diversa natura (filosofici, politici e culturali), qui presenti ma non ingombranti. La miscela è sempre la medesima della prosa “pamukkiana”, diverso il dosaggio: il tormento angoscioso di Kemal e la misteriosa bellezza ed alterigia di Füsun sono indiscutibilmente in primo piano.

Perchè, caro lettore, dovresti leggere “Il Museo dell’innocenza”?

1.E’ una storia d’amore appassionante, se pur malinconica e struggente: se è ciò di cui ora necessiti, non esiste miglior titolo che potrei consigliarti.

2. E’ una storia d’amore che vale la pena di essere letta, perchè ha qualcosa da dire ed ha impazientemente desiderio e bisogno di farlo. Strumenti come una fluida ed elegante prosa, come un’architettura di trama avvincente, come una sapiente e scientifica analisi dell’individuo in una condizione di attesa, struggimento e angoscia si offrono da contorno al racconto di un (fittizio?) ricordo che vale la pena di essere ascoltato, perchè non mi viene in mente altra definizione dell’Amore se non “Il Museo dell’innocenza” in tutta la sua essenza.


 





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