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"Neve" - M. Fermine
(ed. Bompiani, € 10.50)



"Che cos'è la poesia?" domandò il monaco.
"E' un mistero ineffabile," rispose Yuko.
Un mattino, il rumore della brocca dell'acqua che si spacca fa germogliare nella testa una goccia di poesia, risveglia l'animo e gli conferisce la sua bellezza. E' il momento di dire l'indicibile. E' il momento di viaggiare senza muoversi. E' il momento di diventare poeti.
Non abbellire niente. Non parlare. Guardare e scrivere. Con poche parole. Diciassette sillabe. Un haiku.


Sorseggiando tè caldo, insieme, in un giardino di ciliegi, colgo l'occasione per domandare al "mio personale" Maxence Fermine (che nulla - o tutto - può avere in comune con la personcina reale dello scrittore) che cosa ha voluto dipingere realmente con "Neve".
E' un colloquio a senso unico, il nostro, perchè per quanto io mi sia arresa dal principio a discorrere del racconto non con lo scrittore stesso ma con la sua rappresentazione della mia fantasia, anche il fantoccio di cartone che ho premurosamente disegnato e poi fatto accomodare di fianco a me, in giardino...non mi risponde.
Mi guarda con aria ebete (nel dipingerlo ho forse esagerato nel volerlo far apparire allegro e sereno: adesso sembra soltanto incretinito. Ma questo passa il convento...) e non risponde.

Va bene, Maxence cartonato, faccio da me.

La penna di Fermine ha cercato, a parer mio, di tradurre in racconto un haiku: l'intento dello scrittore appare quello di voler narrare... un haiku. Catturarne, cioè, la delicatezza e la suggestione per trasformarlo in una storia: una storia che ne conservi il tocco candido, delicato e puntuale ma che si incarni in prosa, non in poesia.
Nel trasformare e rimodellare un haiku, tentando, però, di preservarne l'anima, occorrerà, quindi, plasmare una prosa tanto soave, leggera, sfuggente ed enigmatica quanto la poesia da cui deriva.
(Sempre ammesso che una simile trasformazione non sia sempre e comunque stravolgimento, distruzione.)

Ai miei occhi occidentali, lontani dalla tradizione lirica giapponese, e per giunta ereticamente ignoranti in materia, "Neve" si è sinceramente manifestato e svelato come un tocco delicato e sfuggente.
Un sussurro.
Uno struggersi malinconico. 
Un racconto della frenesia della ricerca. E dei dolori e dei sorrisi dell'arrivo.
Sono certa che sia andato a scuotere corde simili, quasi indistinguibili ad occhio nudo, da quelle percosse, curate e lacerate solitamente dalla poesia.
...Il fatto è che avevo una montagnetta intrigante di cose cattive da dire che ora non mi vengono più in mente.
Scrivendo (e riflettendo, di conseguenza), la montagnetta è evaporata silenziosamente, intimidita e sconfitta dalla festa esultante dei complimenti che mi sono sgusciati via dalle dita.
Si deve, certo, restare ancorati al panorama letterario in cui Fermine ha deciso di ricreare la propria storia, e non superare i confini di genere: "Neve" è una favola poco rumorosa, attutita, isolata proprio come un paesaggio imbiancato.
E' una favola che ringiovanisce suoni atavici ed antichi, che odora di tradizione ed eternità, rimanendo essenziale, non ridondante o barocca. Ha il sapore di ciò che viene tramandato e raccontato, di ciò che si narra per il piacere di generare storie.
(Per certi aspetti, mi ha ricordato "Seta"...dell'italico Narciso, che non sto qui a nominare per non concedere al suo ego la soddisfazione d'esser, da me, citato anche qui!)

Se fingo di aver conosciuto la storia Yuko, giovane e sensibile poeta, non dalla carta del ventunesimo secolo e dalle lettere stampate ed imparziali di un libro, bensì attraverso una voce serena e profonda di un anziano, o familiare e dolce di un amico (voci che non chiedono nulla se non raccontare oralmente per il solo dolce piacere di farlo) - se immagino tutto questo, la bellezza di "Neve" mi appare disarmante ed intoccabile.

Maxence, non quello di cartone questa volta, ma quello in carne e penna, mi ha sussurrato di come la poesia sia irrimediabilmente avvinghiata al dolore. Di come il dolore stesso sia l'unica via per raggiungere ed abbracciare la poesia e di quanto, alla foce, alla sorgente di tutto, non possano esserci altro che l'amore ed il rischio, l'arte funambolica, che l'amore si trascina dietro.

L'amore è l'arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere


 





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