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La ragazza dello Sputnik
H. Murakami
(ed. Einaudi, pp. 236, euro 12, trad. di G. Amitrano)



La soluzione è piuttosto semplice. C'est simple. Basta sognare. Entrare nel mondo dei sogni e non uscirne più. Continuare a vivere lì per sempre.
Nel mondo dei sogni non è necessario distinguere le cose. Non è per niente necessario. Tanto per cominciare, lì non esistono linee di confine. Perciò nei sogni è difficile andare a urtare violentemente contro qualcosa, e se per caso questo accade, non ci si fa male. La realtà è diversa. La realtà morde.
La realtà, la realtà.


Murakami riesce sempre a spezzarmi.
A scindermi, dividermi, separarmi.
Ho la presunzione di arrivare da lui, ogni volta, con l'orgoglio di essere una...miscela ben definita, stabile ed omogenea. Come una mescolanza in carne di elementi cosmici aggregatisi in maniera forse bizzarra ma certamente irreversibile.
Egli, però, mai si scompone davanti alla maschera di certezze, solidità ed inespugnabilità con cui abitualmente affronto i suoi romanzi: punta gli occhi al cielo per un istante, di sfuggita, e si abbandona ad un lieve impercettibile sospiro, come un'impazienza.

"Ricominciamo, Stefania. Ricominciamo da capo, anche questa volta".

Con "La ragazza dello Sputnik", a Murakami occorrono circa sessanta pagine per riuscire a separare, isolare la miaparte irrazionale e salvarla dalla contaminazione ostinata di ciò che in me, invece, è fredda razionalità e che tende a rifiutarlo ottusamente, attaccandolo prima di tutto sul terreno della prosa, giudicata grezza, poco raffinata, quasi...irrealizzata.
Sessanta pagine di fatica da parte sua e di noia, nasi storti e smorfie di sconcerto da parte mia.
Sessanta pagine per prendere la mira. 
E poi...Il colpo. L' istinto - il cuore - reagisce. Si divincola, strattona, urla e finalmente si libera: la voce di Murakami diviene intima, chiarificatrice e consolatoria. 

"La ragazza dello Sputnik" è stata, per me, la storia di una scelta.
La storia di un bivio (che mi tormenta e che tormenta ciascuno di noi, ne sono certa) e delle strade che i tre protagonisti, la sensibile Sumire, la carismatica Myu e il riflessivo io-narrante senza nome, hanno scelto di seguire.
E' stata la descrizione di una dicotomia nobile quanto dolorosa:Sogno contro Realtà.

Scomparire, "come fumo", nel sogno, e salvarsi facendo sì che la dimensione onirica diventi il mondo in cui vivere, modellato sulla nostra fantasia e fatto su misura della nostra felicità, oppure soffocare ma sopravvivere nella realtà, affrontandola e domandola?
Quale delle due scelte è quella "giusta"? Quale quella più "coraggiosa"? 
Quale decisione comporterà la contropartita più insopportabile?
Che cosa e chi sacrifichiamo, che cosa perdiamo nell'atto di scegliere?

Soltanto una cosa è certa: l'inevitabilità della scelta
Per quanto ci ostiniamo ad ignorarla oppure a rimandarla, ogni giorno è un atto di scelta. Il modo in cui accettiamo di condurre le nostre giornate è la concretizzazione della scelta stessa, per quanto pigri, indifferenti, impauriti possiamo sentirci dinnanzi ad essa.

L'aspetto disarmante nella lettura del romanzo non è stata la proclamazione dell'esistenza delle due possibilità, delle due alternative, dei due mondi, quanto piuttosto la fermezza e la lucidità con cui i personaggi...hanno scelto.
I personaggi...Scelgono. Non sono rappresentati e disegnati nel tormento dell'indecisione, che pure devono aver subito, ma nell'istante della scelta, del superamento del punto di non ritorno, del salto nel vuoto, sia che ci si abbandoni al sogno sia che si professi la bellezza della realtà.

Avrò anch'io, un giorno, lucidità, fermezza e coraggio sufficienti per stabilire perentoriamente la direzione della mia vita? Riuscirò anch'io, come Sumire, come Myu e come l'io-narrante senza nome, a trovare il mio specchio o la mia luna color muffa?


 





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