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"La famiglia Winshaw"
Jonathan Coe
(Edito Feltrinelli, euro 9, pp. 478, traduzione di A. Rollo)




Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco. 

Crisi esistenziali che Amleto levati e famme sfoga'.
Sentendomi alquanto frastornata, gironzolo per casa ciabattando, tentando di arrivare ad una decisione: quanto peso possono avere, quanta importanza posso concedere alle ultime novanta pagine de "La famiglia Winshaw", romanzo corposo ed elaborato e mirabolante?

Bisbigli a destra: "Come puoi dimenticare le quattrocento pagine che ti hanno illuminato i sensori emozionali e tecnici di lettrice? Come? Frega niente della fine! Frega niente! Le ultime pagine formano una sezione per molti aspetti autonoma e magari trascurabile, dimentica, stolta!"

Bisbigli a sinistra: "Non prendiamoci in giro come fessi. Coe è arrivato a pagina 390, diciamo 400, facendo faville, e poi è ruzzolato dal cucuzzolo della montagna come un imberbe scrittorucolo frettoloso. Ha perso la bussola, si è ubriacato della propria genialità ed ha lasciato andare il timone".

Oddio-perchè-devo-decidere.

Provo a procedere con ordine (calma e respira):
Michael Owen, scrittore inetto indolente e solitario, viene incaricato di scrivere la biografia della famiglia Winshaw, descritta da uno dei suoi stessi membri come "il branco più abietto, spietato e rapace di bastardi pitocchi e di infide bisce che abbia mai strisciato sulla faccia della terra". 
Una famiglia "di criminali, la cui ricchezza, il cui prestigio sono fondati sul più ampio ventaglio di truffe, contraffazioni, ladrocini, ruberie, furti, inganni, imbrogli, menzogne, saccheggi, rapine, razzie, distruzioni, malversazioni e appropriazioni indebite".
'Somma, una allegra combriccola di simpatiche canaglie.

Il dipinto della società inglese dell'Era Thatcher (è per questo che ho scelto di leggere il romanzo: vogliamo parlare della delusione per il film "The Iron Lady"? Ne vogliamo veramente parlare? Che cosa ha detto di sostanzioso? Mbah) è preciso, documentato, ironico-satirico e...avvincente. 
La storia dei Winshaw è, inoltre, intervallata dalle vicende personali - sentimentali e non - dello stesso Michael, perso dietro ai suoi sogni di scrittore e soffocato dall'incapacità di vivere e costruire.

Di una cosa sono assolutamente certa in questo maramaglia: Coe è un scrittore sensazionale (un po' insipida come qualificazione. Geniale? Fantasmagorico? Eccellente? Non sono molto in forma con gli aggettivi qualificativi). 
Anzi, non è soltanto UNO scrittore: Johathan Coe è almeno DIECI scrittori diversi. Tanto che, durante la lettura, ho creduto fermamente che avesse frazionato la propria anima in dieci horcrux diversi e che ciascuno di questi avesse poi scritto da sè una frazione del romanzo.
E' senza dubbio sia un tecnico della scrittura sia un affabulatore, un incantatore di serpenti, un profondo conoscitore di tutti gli strumenti "psichici" con cui ammaliare il lettore e tenere viva (e vibrrrrante) la sua soddisfazione, la sua attenzione ed il suo coinvolgimento.

"La famiglia Winshaw" è un'enciclopedia viva della scrittura e dei modi di scrivere, narrare e raccontare storie. Viva ed avvincente come il migliore dei romanzi ammalianti. 

Mi sto convincendo, sapete?

E poi eccolo lì: quel malloppetto meschino delle pagine dell'ultima sezione.
Cose da prendere il muro a testate.
Un giallo, un racconto a tinte gialle, un po' annacquato. Un tentativo di fare scintille e fuochi d'artificio che si svampa per un'alitata di gatto.

E mo'? Che je faccio io a Gionathàn? 



 





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