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"Il vagabondo delle stelle" - Jack London
(Adelphi, pp. 400, trad. S. Manferlotti)



Mettiamoci tutti in fila, sparpagliati ad entrambi i lati della strada, ad osservare con smorfia solenne e cipiglio indignato (scuotendo il capo in segno di palese disapprovazione) il cammino del Vagabondo delle stelle verso la Mensola dei Miei Libri Preferiti.
Signori, questo è un libro RACCOMANDATO.
Sì, avete letto bene (signora, lei non svenga, per cortesia!): "Il vagabondo delle stelle" appartiene a quella feccia di libri-figli-di-papà che siamo obbligati ad amare a prescindere, perché hanno conoscenze così altolocate da fornire loro il passaporto per la Mensola della Gloria prima ancora che vengano letti.
Se sono mani magiche quelle attraverso le quali il libro giunge nelle tue, se sono mani magiche quelle che il libro te l'hanno donato, tu, lettore incantato, saprai in anticipo dove andrai a perdere il cuore, qualunque cosa effettivamente, in quelle pagine, ti stia aspettando.

Lo scopo della mia review non sarà, perciò, quello di dare un nome alle sensazioni che svolazzano intorno alla lettura appena terminata per spiegarne la natura, quanto piuttosto quello di dare una parvenza di razionalità e fondamento empirico alle sensazioni che un nome proprio se lo sono date da sole, già in partenza: fascino.

Il fascino di Jack London mozza il fiato.
Esiste qualcosa che il buon vecchio Jack non abbia vissuto, sperimentato, provato? Ha avuto il tempo di respirare, ogni tanto, o di pettinarsi? E' rimasta qualche voce non spuntata sulla sua lista di Cose Che Possono Capitare Nella Vita?
Citando l'edizione Adelphi: "Dai territori del Grande Nord, esplorati quand'era giovanissimo, ai Mari del Sud, percorsi a più riprese negli ultimi anni sul suo yacht, passando per l'Inghilterra, dove ha condiviso l'esistenza bruta dei proletari, il Giappone, in occasione del conflitto russo-giapponese, il Messico, al seguito dell rivoluzione di Pancho Villa, e soprattutto l'America, attraversata in lungo e in largo come vagabondo prima e poi come cronista di lotte politiche e dell'amata boxe, Jack London ha sofferto la fame e dilapidato patrimoni, si è battuto in ogni campo, ha tentato il suicidio, ha bevuto come pochi e, soprattutto, si è fatto le ossa come scrittore".
Domenica pomeriggio, pigiama imbarazzante e babbucce borgogna, tè caldo alla vaniglia, copertina di lana con gli orsacchiotti sulle ginocchia (è per non prendere freddo): io e Jack, chiaramente, ce la intendiamo.

Il fiume in piena, l'uragano, la belva selvaggia ed indomabile che è stata Jack London, diventa carta, inchiostro e parole con "Il vagabondo delle stelle".
Nessun altro al mondo avrebbe potuto scrivere un romanzo anche soltanto lontanamente paragonabile a questo. Nessuno. Che ne sparliate come avvoltoi o che lo adoriate come una fulgida divinità (non si capisce da che parte sto, vero?), Jack London ha vissuto. E ha avuto qualcosa da dire. Come e quanto nessun altro al mondo avrebbe potuto fare.

Il romanzo consiste nel lascito narrativo di Darrell Standing, carcerato e condannato a morte, circa il suo "vagabondare tra le stelle". Rinchiuso per anni in una cella di isolamento e ripetutamente torturato nelle grinfie della camicia di forza, egli trova una via di fuga. Nella propria mente.
"Il vagabondo delle stelle" è la più disperata, lirica, disarmante ode all'evasione. Al potere dell'evasione della mente umana.
Darrell Standing riscopre nella propria mente (chiamiamola anche memoria se non ci scomodiamo a chiamare in causa teorie sulla reincarnazazione) dettagli e racconti di molteplici vite vissute in luoghi e tempi lontani e vicini.
Dalla Francia dei cavalieri al Far West dell'800, dalla Corea cinquecentesca alla Gerusalemme di Ponzio Pilato, il caleidoscopio di avventure di cui London ci fa dono, con una prosa così armoniosa e ammaliante da rasentare la perfezione (mini-sviolinata), lascia... estasiati. 
Imprigionato, torturato, seviziato nel corpo, fino a non sembrare nemmeno più un essere umano, Darrell Standing resta libero. Perché libera, e salva, resta la sua mente.

"Solo, ho dentro di me tanta di quella vita che non potrete mai venirne a capo. Datemi cento giorni di camicia di forza, se volete, ne uscirò col sorriso sulle labbra".

Ma al selvaggio ed indomabile Jack tutto questo non basta. C'è qualcosa in più che occorre dire. Perché l'ammettere l'illimitatezza del potere della mente umana, imperitura, non si traduce nel dimenticare il rispetto e l'aurea venerazione dovuti al corpo umano, alla vita, all'esistenza.
Ed è su queste note che il romanzo si svela sotto una luce ancora diversa, come grido insopportabilmente lacerante nella sua efficacia contro la realtà carceraria prima e la pena di morte poi.
Mai voce fu più disperata e arrabbiata e disgustata e risonante (nemmeno quella di Victor Hugo arrivò a tanto!), mai voce riuscì a riprodurre i colori disumani del mondo del carcere e della pena capitale.
Ma, forse, aspettate!, non è nemmeno qui che Jack London si abbandona senza riserve ai suoi lettori. Sono le sue note sull'Amore e sulla Donna quelle più liriche ed universali ed incontestabili.

Che cosa non mi hai dato, vecchio J.?



 





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