Immagine
Il filo del rasoio
William Somerset Maugham
(Adelphi, Trad. F. Salvatorelli, pp. 408, € 13)




“Ebbi l'intuizione, non saprei chiamarla altrimenti, che nell'anima di quel ragazzo c'era un'aspirazione confusa, fatta non capivo se di idee embrionali o di vaghe emozioni, che lo riempiva di irrequietezza e lo spingeva verso qualcosa a lui ignoto”.
 

Pronta anch'io a partire per l'India alla ricerca dell'Illuminazione, mentre impacchetto tutte le mie cose, cercando di ricongiungere ciascun calzino "multicolor" con il proprio compagno perduto e di sorvegliare la mia gatta affinché non si addormenti dentro la valigia, penso a quanto liberatorio deve essere stato il momento della partenza per Larry Darrell.
Giovane affascinante e di buona famiglia, dal sorriso “dolce come il miele” e dai penetranti ed imperscrutabili occhi neri (per il quale, naturrellement, non ho evitato di prendere una sbandata), Larry, poco più che ventenne, decide di rivoluzionare la propria esistenza e lasciare l'America alla ricerca di una regola di vita che gli soddisfi la testa e il cuore, sia essa un "modus vivendi" ozioso, una religione occidentale oppure una filosofia induista.

Maugham giustifica l'esistenza del romanzo anteponendo a tutte le ragioni accessorie il desiderio di raccontare la storia ingarbugliata, misteriosa ed affascinante dell'enigmatico Larry, per conservarne e tramandarne il contenuto spirituale.
Noi lettori, Maugham stesso fattosi personaggio e tutte le creaturine che più o meno vistosamente appaiono nel romanzo ruotiamo, a tratti felici a tratti malinconici, attorno al sole-Larry, che, invece, fra tutti resterà il solo indefinibile, sfuggente ed inafferrabile.

A tutti gli altri personaggi spetta l'amministrazione della vita concreta ed ordinaria, pragmatica: e, paradossalmente, è più nella rappresentazione di questi, piuttosto che in quella del suo affascinante protagonista, che Maugham svela le sue abilità di scrittore. Quanto più Larry appare distante ed irraggiungibile, tanto gli altri figuranti hanno colori e odori perfettamente tangibili e concreti. A ciascuno di essi (e alle donne con un particolare tocco di elegante ammirazione) è dedicato un ritratto preciso, accurato e sofisticato: il Maugham-ritrattista rischia forse di passare inosservato, celato dalla voluminosa sostanza dei contenuti che il romanzo mira a presentare, ma resta senza dubbio una componente irrinunciabile della raffinatezza di scrittura del romanziere inglese.
Raffinatezza che, però, si manifesta in maniera liricamente disarmante soprattutto nel clima narrativo ricreato dalla prosa: agio. 
Il lettore si sente a proprio agio: indossati pigiama, vestaglia e pantofole, accomodatosi in un'invitante poltrona di velluto bordeaux, di fronte al camino scoppiettante, con un bicchiere di bourbon nella mano destra ed un sigaro cubano in quella sinistra (o, più verosimilmente, pandistelle e latte caldo...Che, sì, fa un po' meno figo!) il lettore si lascia cullare dal periodare intimo e delicato di Maugham, lieve e bonario, sorridente e trasparente nei panni dell'io narrante. La serenità dolce ed ipnotica che infonde al lettore "Il filo del rasoio", nonostante la drammaticità che a tratti investe eventi e personaggi, è "a conti fatti" ciò per cui mi sento più in debito nei confronti della lettura appena vissuta.
(Serenità che, sottolineo, non scalfisce mai, nemmeno per un solo istante, la preziosa pennellata d'ironia, "alla Jane Austen", che caratterizza ogni scrittore di natali inglesi che si rispetti!)

Per concludere tirandomela un po' (o, per dirla onestamente: rispolverando la misera manciata di nozioni di letteratura latina che conservo amorevolmente nel cantuccio della mia memoria), mi sbilancio nel considerare William Somerset Maugham il Lucrezio novecentesco della filosofia induista (tematica spirituale che fa da causa promotrice e da spiegazione dell'intero romanzo): ricordate quando l'arcigna professoressa di latino, al liceo, trattando del libro IV del "De rerum natura", spiegò il motivo per cui Lucrezio scelse di scrivere in versi, in poesia, pur trattando argomenti filosofici (più precisamente, cercando di tradurre la filosofia epicurea)? 

Come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli
il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt'attorno al bicchiere,
cospargono col dolce e biondo liquore del miele,
perché nell'imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,
non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l'amara
bevanda dell'assenzio e dall'inganno non ricevano danno,
ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore;
così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare
troppo ostica a coloro che non l'hanno coltivata,
e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti
la nostra dottrina col canto delle Pieridi che suona soave,
e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,
per provare se per caso potessi in tal modo tenere
avvinto il tuo animo ai miei versi, finché comprendi tutta
la natura e senti a fondo il vantaggio.



La levità e l'apparente semplicità del romanzo non sono altro che quel miele sul bordo del bicchiere che contiene la medicina: contro il materialismo e la futilità dei valori della società borghese capitalistica, Maugham chiama in campo le tradizioni ed i valori spirituali dell'antica cultura dell'India, proponendosi (con infinita umiltà) di "tradurli" in un linguaggio comprensibile e meno ostico, solo superficialmente semplice, per i lettori occidentali.



 





Leave a Reply.