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Fight Club
Chuck Palahniuk
(Edito Oscar Mondadori, trad. di Tullio Dobner e postfazione di Fernanda Pivano, pp. 191, euro 9.50)


Intendiamoci.
So perfettamente di essere una dei pochi polli sperduti che per la prima volta incontrano, scoprono Fight club.
Non ho visto il film (echi di disapprovazione rumorosa e scomposta rimbombano in aula, “A casa devi andare, a casa!”); fino a ieri non avevo letto il romanzo; fino a ieri non sapevo che diavoleria fosse Fight club.

Buongiorno! – direte tutti in coro, con smorfie saccenti (e alquanto insopportabili, se mi permettete).
Non fate ironia, ché non sono dell’umore adatto.
E come potrei, d’altra parte, esserlo dopo una lettura simile?

L’ultima volta che una nuvoletta così tetra e minacciosa e deprimente si è parcheggiata sulla mia indifesa capoccia risale ai gloriosi giorni in cui lessi “1984”. E, badate bene, non sto paragonando Palahniuk ad Orwell (mi prendete per fessa?), ma consentitemi l’accostamento (azzardato?) quanto a umore-che-ti-si-appiccica-addosso durante e dopo la lettura.

Demolizione e distopia. Mi sento vagamente demolita e velatamente distopica, ecco.
“E’ una storia noir diventata un cult tra i giovani, preda di una specie di disperazione, di rabbia, di alienazione, che affondano in un’angoscia piena di smania distruttiva”.
(Fernanda Pivano in “Libero chi legge”)

Alienazione.
Disperazione.
Rabbia.

Sicuramente queste, le parole-chiave: ma che ve lo dico a fa’. Lo sapete meglio di me, vero? Lo sa già l’intero COSMO meglio di me. Ma – anche in qualità di “ultima arrivata” – difendo il mio diritto alla discussione.
Siete demotivati, delusi, frustrati, traditi, senza più nulla in cui credere o sperare? E’ il romanzo che fa per voi.
Ebbene io ero: demotivata-delusa-frustrata-tradita-senza più nulla in cui credere o sperare.
Perciò, fischiettando in libreria “Where is my mind” dei Pixies (o preferite la versione dei Placebo? Io non ho ancora scelto), ho deciso che – miseriaccia (ero incacchiata nera quel dì)- era giunto il momento per un romanzo distruttivo e arrabbiato.
Et voilà, eccomi servito Fight club su un piatto d’argento.



Il punto è che...Palahniuk, l’incacchiatura, me l’ha fatta passare.
Non sono certa che questo fosse il suo intento (dite?), ma tant’è.
Non strabuzzate gli occhi e lasciatemi difendere la mia posizione (“Alla ghigliottina devi andare, alla ghigliottina!”).
-   “Questa era la libertà. Perdere ogni speranza era la libertà”;
-   “Forse l’automiglioramento non è la risposta. Forse la risposta è l’autodistruzione”;
-   “Certe volte fai una cosa e finisci fottuto. Certe volte sono le cose che non fai e finisci fottuto”;
-   “Io sono immondizia. Io sono immondizia e merda e follia per te e questo piccolo mondo del cazzo”.

Il panorama è questo.
Tinte oscure e buie. Paesaggi che annientano, se ancora non ti sei annientato con le tue stesse mani.
Distruzione e autodistruzione: non più come conseguenza ma come scelta. Non più effetto, ma causa. Non più come inevitabilità e imprescindibilità dell’esistenza, ma come ideologia.
Questa è la scenografia, questa è l’idea di “anarchia” che Palahniuk disegna.
A fine lettura mi sono chiesta: è veramente questo il messaggio ultimo del romanzo? La “morale”? Il contenuto ideologico?
No.
Allora?
Allora è provocazione? Satira spietata? Humor nero? Demolizione intellettuale?
Certo. Ma solo in parte.
Quindi?
Quindi, penso che con questi mezzi, con questi strumenti, Chuck Palaniuk abbia voluto aprire un palcoscenico distopico sul mondo, sulla società, sul tempo. Un palcoscenico tenebroso e distruttivo.
Per denuncia.

DENUNCIA.

Fight club non è un inno alla violenza e nemmeno satira nera fine a se stessa.
Non mi sarei sentita meglio a fine lettura se fosse stato (solo) questo.
Tutto nel romanzo è portato così furiosamente all’eccesso che tutto, alla fine, risulta...Ridicolizzato.
E’ tutto troppo. Un troppo meditato, con un fine preciso: non possiamo classificarlo “realismo” e poi lavarcene le mani.
No, non ci sto.

La realtà è sicuramente lo spunto, la base, se non addirittura l’attrice protagonista. Ma lo spettacolo non esaurisce in essa la sua funzione.
Palahniuk mi ha insegnato l’autodistruzione, è certamente vero.
E’ lì che stiamo andando, è in quella direzione che il treno sta deragliando.
Ma siamo in tempo per frenare e sterzare?
Sono io in tempo per frenare e sterzare?

Per questo, a fine lettura, mi sono sentita meglio.



 





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