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La vita moderna

Susan Vreeland

(Ed. BEAT, euro 9, pp. 507, traduzione di M. Ortelio)

 

DELLE PERFETTE LETTURE NEL MEZZO DEL CAMMIN DELLA SESSIONE-ESAMI.

Nonostante abbia una “Lista Desideri Librosi” (LDL) lunga da Marsiglia ad Istanbul, può capitare che in libreria mi lasci andare ad uno stupido giochetto infantile, imbarazzante da mettere in pratica e, soprattutto, pericoloso per la mia salute letteraria: è una sorta di gioco della bottiglia nobilitato.
Soltanto che poi non mi tocca baciare il commesso (questo non significa che non mi piacerebbe – preciso, caso mai stesse leggendo…Apri gli occhi, Aldebrando!) ma scegliere un libro.
Porto le mie membra al centro del negozio.
Chiudo gli occhi.
Giro su me stessa, contando fino a sette (conta e movimento a velocità variabile, diciamo dieci biscotti/segnalibro).
E stop.
Il primo libro che acchiappo con lo sguardo, appena riapro gli occhi, è il prescelto.
Non do di matto A CASO.
Lo faccio soltanto quando il periodo esistenziale del momento (leggi: “sessione esami universitari, voglio morire, uccidetemi con fare maldestro”) mi consente di digerire solo letture…ad alto tasso di digeribilità.

E poiché non sono in grado di valutare da sola i potenziali titoli che-fanno-al-caso-mio e non mi fido degli altri (semplicemente perché la digeribilità è un concetto superbamente vago e soggettivo – mai più Kafka ed esami insieme!) allora mi affido al Signor Caso. Che fino a prova contraria resta l’unico centro di gravità permanente.

Te ce poi fida’.

Certo, quando il sei maggio ho riaperto gli occhi in libreria ed ho abbracciato con lo sguardo “La vita moderna”, ho tirato un sospiro di sollievo così importante da scaraventare all’aria tutte le agendine-quadernetti-volantini che avevo a portata di fiato.
Avevo letto recensioni entusiaste ma, soprattutto: RENOIR.
Renoir e l’impressionismo.
Quel giorno, a quanto pare, la Sorte era di buon umore (o, più probabilmente, s’era distratta bevendo il caffè).
In questi giorni oscuri e meschini, da universitari scorbutici, acidi e scontrosi, Susan Vreeland ha saputo colmare con fascino e colore il malinconico vuoto sul comodino.
Ha salvato la me-lettrice dalle grinfie dispotiche e fameliche della me-universitaria.

E’ arrivata a casa un po’ alla Mary Poppins.
Elegante, sicura di sé e dolce come un abbraccio: “Non riesci a leggere niente? Seguimi!...Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giù…” (il resto lo sapete, non continuo).
Susan Vreeland mi ha raccontato dello sgangherato Renoir, amante e devoto tanto dell’eterea Bellezza dipinta quanto della Bellezza in carne ed ossa (e capisc’ a me).
Mi ha elevata a spettatrice estasiata della creazione, giorno dopo giorno, di uno dei più felici dipinti impressionisti, “La colazione dei canottieri” (ovvero, questo).



Mi ha accompagnata in bicicletta fra le vive e fermenti strade di Parigi, presentandomi ad artisti, modelle, attrici, nobili, scrittori e canottieri, lasciando che sbirciassi sia nella loro vitalità che nella loro miseria.
Con tocco leggero, senza pretese, ma ugualmente raffinato, fluido ma consapevole, avvincente anche quando poeticamente descrittivo, la Vreeland disegna una storia che rispecchia l’atmosfera del dipinto che ha scelto di celebrare: “La vita moderna” è un pranzo festoso informale, non aulico e memorabile, ma spaparanzato e gioioso, gustoso e rumoroso di chiacchiere felici e di buon vino francese. 

Un inno alla felicità in quanto tale, alla…Vie en rose. 
Alla vita come una festa mai sazia, in riva alla Senna.


p.s. Perdonate lo sproloquio iniziale: ero in vena di chiacchiere.

 
 
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Poesie (1974-1992)
Patrizia Cavalli
(Einaudi, pp. 253, € 15.50)

Ho sempre pensato che leggere e setacciare poesie fosse un po' come cercare casa.
Agenti immobiliari impettiti, false promesse e capitomboli di speranze, e ancora appuntamenti, ricerche, giornali e annunci di affittasi-vendesi.
E poi ancora vie e numeri civici, descrizioni imbellettate, incontri frettolosi di pomeriggio o "Nella pausa pranzo? Sarebbe possibile?".
Qui c'è poca luce, le finestre, in realtà, sono aperture minute e timide, l'ascensore è rotto - mi spiace - la facciata è appena stata rifatta.

Ogni volta che inciampo in una nuova raccolta di poesie, sono sempre scissa tra la frenesia della promessa di futura felicità - magari è la volta buona che m'innamoro di un poeta! Magari è l'appartamento che ho sognato, per tre notti - e la paura inspiegabile della delusione, della noia, "Magari l'annuncio ha mentito...Sarà il solito buco, sottotetto, incartapecorito".

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi: “Amore mio,
ma che è successo?”, sarebbe un pezzo
di teatro di successo.


Con una copertina tanto raffinatamente intrigante, la raccolta della Cavalli sembrava promettere paradisi. 
Non mi fido del mio intuito in libreria, non mi fido degli annunci "accogliente appartamento da ristrutturare, con vista Mole, a due passi dalla fermata Metro".
Non mi fido, ma con la Cavalli ho preso appuntamento. 
"Vediamo!".

E chi potrà più dire
che non ho coraggio, che non vado
fra gli altri e che non mi appassiono?
Ho fatto una fila di quasi
mezz’ora oggi alla posta;
ho percorso tutta la fila passetto
per passetto, ho annusato
gli odori atroci di maschi
di vecchi e anche di donne, ho sentito
mani toccarmi il culo spingermi
il fianco. Ho riconosciuto
la nausea e l’ho lasciata là
dov’era, il mio corpo
si è riempito di sudore, ho sfiorato
una polmonite. Non d’amor di me
si tratta, ma orrore degli altri
dove io mi riconosco.


Alla prima lettura, i toni che sopravvivono sono quelli dell'amarezza, della disillusione e dell'ironia annerita dagli anni. La poetessa che mi ha accompagnata lungo il primo tragitto ha avuto una voce rauca e profonda, stanca. Un portamento rilasciato, da sigaretta, anti-sentimentale.

Fuori in realtà non c’era cambiamento,
è il morbo stagionato che mi sottrae alle strade:
dentro di me è cresciuto e mi ha corrotto gli occhi
e tutti gli altri sensi: e il mondo
arriva come una citazione.
Tutto è accaduto ormai, ma io dov’ero?
Quando è avvenuta la grande distrazione?
Dove si è slegato il filo, dove si è aperto
il crepaccio, qual è il lago
che ha perso le sue acque
e mutando il paesaggio
mi scombina la strada?


Ammaliata ma dipinta in nero, mi sono affacciata sulla seconda lettura.
Ed è stato allora che sono risaliti in superficie, dai fondali, tutti gli altri colori: la dolcezza, la delicatezza, l'eleganza malinconica degli amori perduti. 

Due scalini saranno la distanza
perché i miei piedi non calpestino
il vestito e allora due scalini
più tardi arriverò
leggermente in ritardo
a consumare lo spazio
che rimane – ah per le mani
non ci sono scuse –
a trasformarle in carezze
le incertezze.


L'arcobaleno, la scala cromatica è una miscellanea di ardori, malinconie e rabbia. A fasi alterne, a percorsi ciclici.
Il ritratto che mi risulta, ora, dagli appunti, è quello di una donna che tanto ha dato al mondo, amando, e che tanto per questo ha perduto.
Di una donna che, alla soglia della vecchiaia, ancora combatte fra il rimpianto amaro dell'essersi sentita svuotata dalla vita, come prosciugata ingiustamente, e la dolcezza dei ricordi, la rotondità morbida dei sentimenti, a prescindere dalle destinazioni.

Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, questa è la grande prova
l’espiazione, è questo il male.


Perciò ho trovato casa. La familiarità inalata con i versi di Patrizia Cavalli mi ha restituito una visione di me stessa. Uno specchio veritiero ed imparziale, forse un po' troppo sincero.
E' però vero che questi sono ancora i miei vent'anni, e che voglio trattenere soltanto le immagini più felici di questi versi, e riparare ora all'amarezza rinsecchita intravista e presagita che le sue poesie non hanno accettato di ignorare.

Qualcosa che all’oggetto non s’apprende,
un secchio vuoto che non mi raccoglie.
Tenevo i mesi silenziosi in una trama
che doveva risplendere di voce.
Provavo a dire mi si sfilacciava.
Non è né rete né mantello, è solo schermo,
io non catturo niente e non mi copre
ma separa un silenzio dal silenzio.
Quell’altro suono labirintico e interiore
esercitato in solitudine per strada
e nei risvegli, non risultava,
non mi si mostrava.



 
 
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"La famiglia Winshaw"
Jonathan Coe
(Edito Feltrinelli, euro 9, pp. 478, traduzione di A. Rollo)




Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco. 

Crisi esistenziali che Amleto levati e famme sfoga'.
Sentendomi alquanto frastornata, gironzolo per casa ciabattando, tentando di arrivare ad una decisione: quanto peso possono avere, quanta importanza posso concedere alle ultime novanta pagine de "La famiglia Winshaw", romanzo corposo ed elaborato e mirabolante?

Bisbigli a destra: "Come puoi dimenticare le quattrocento pagine che ti hanno illuminato i sensori emozionali e tecnici di lettrice? Come? Frega niente della fine! Frega niente! Le ultime pagine formano una sezione per molti aspetti autonoma e magari trascurabile, dimentica, stolta!"

Bisbigli a sinistra: "Non prendiamoci in giro come fessi. Coe è arrivato a pagina 390, diciamo 400, facendo faville, e poi è ruzzolato dal cucuzzolo della montagna come un imberbe scrittorucolo frettoloso. Ha perso la bussola, si è ubriacato della propria genialità ed ha lasciato andare il timone".

Oddio-perchè-devo-decidere.

Provo a procedere con ordine (calma e respira):
Michael Owen, scrittore inetto indolente e solitario, viene incaricato di scrivere la biografia della famiglia Winshaw, descritta da uno dei suoi stessi membri come "il branco più abietto, spietato e rapace di bastardi pitocchi e di infide bisce che abbia mai strisciato sulla faccia della terra". 
Una famiglia "di criminali, la cui ricchezza, il cui prestigio sono fondati sul più ampio ventaglio di truffe, contraffazioni, ladrocini, ruberie, furti, inganni, imbrogli, menzogne, saccheggi, rapine, razzie, distruzioni, malversazioni e appropriazioni indebite".
'Somma, una allegra combriccola di simpatiche canaglie.

Il dipinto della società inglese dell'Era Thatcher (è per questo che ho scelto di leggere il romanzo: vogliamo parlare della delusione per il film "The Iron Lady"? Ne vogliamo veramente parlare? Che cosa ha detto di sostanzioso? Mbah) è preciso, documentato, ironico-satirico e...avvincente. 
La storia dei Winshaw è, inoltre, intervallata dalle vicende personali - sentimentali e non - dello stesso Michael, perso dietro ai suoi sogni di scrittore e soffocato dall'incapacità di vivere e costruire.

Di una cosa sono assolutamente certa in questo maramaglia: Coe è un scrittore sensazionale (un po' insipida come qualificazione. Geniale? Fantasmagorico? Eccellente? Non sono molto in forma con gli aggettivi qualificativi). 
Anzi, non è soltanto UNO scrittore: Johathan Coe è almeno DIECI scrittori diversi. Tanto che, durante la lettura, ho creduto fermamente che avesse frazionato la propria anima in dieci horcrux diversi e che ciascuno di questi avesse poi scritto da sè una frazione del romanzo.
E' senza dubbio sia un tecnico della scrittura sia un affabulatore, un incantatore di serpenti, un profondo conoscitore di tutti gli strumenti "psichici" con cui ammaliare il lettore e tenere viva (e vibrrrrante) la sua soddisfazione, la sua attenzione ed il suo coinvolgimento.

"La famiglia Winshaw" è un'enciclopedia viva della scrittura e dei modi di scrivere, narrare e raccontare storie. Viva ed avvincente come il migliore dei romanzi ammalianti. 

Mi sto convincendo, sapete?

E poi eccolo lì: quel malloppetto meschino delle pagine dell'ultima sezione.
Cose da prendere il muro a testate.
Un giallo, un racconto a tinte gialle, un po' annacquato. Un tentativo di fare scintille e fuochi d'artificio che si svampa per un'alitata di gatto.

E mo'? Che je faccio io a Gionathàn? 



 
 
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Fight Club
Chuck Palahniuk
(Edito Oscar Mondadori, trad. di Tullio Dobner e postfazione di Fernanda Pivano, pp. 191, euro 9.50)


Intendiamoci.
So perfettamente di essere una dei pochi polli sperduti che per la prima volta incontrano, scoprono Fight club.
Non ho visto il film (echi di disapprovazione rumorosa e scomposta rimbombano in aula, “A casa devi andare, a casa!”); fino a ieri non avevo letto il romanzo; fino a ieri non sapevo che diavoleria fosse Fight club.

Buongiorno! – direte tutti in coro, con smorfie saccenti (e alquanto insopportabili, se mi permettete).
Non fate ironia, ché non sono dell’umore adatto.
E come potrei, d’altra parte, esserlo dopo una lettura simile?

L’ultima volta che una nuvoletta così tetra e minacciosa e deprimente si è parcheggiata sulla mia indifesa capoccia risale ai gloriosi giorni in cui lessi “1984”. E, badate bene, non sto paragonando Palahniuk ad Orwell (mi prendete per fessa?), ma consentitemi l’accostamento (azzardato?) quanto a umore-che-ti-si-appiccica-addosso durante e dopo la lettura.

Demolizione e distopia. Mi sento vagamente demolita e velatamente distopica, ecco.
“E’ una storia noir diventata un cult tra i giovani, preda di una specie di disperazione, di rabbia, di alienazione, che affondano in un’angoscia piena di smania distruttiva”.
(Fernanda Pivano in “Libero chi legge”)

Alienazione.
Disperazione.
Rabbia.

Sicuramente queste, le parole-chiave: ma che ve lo dico a fa’. Lo sapete meglio di me, vero? Lo sa già l’intero COSMO meglio di me. Ma – anche in qualità di “ultima arrivata” – difendo il mio diritto alla discussione.
Siete demotivati, delusi, frustrati, traditi, senza più nulla in cui credere o sperare? E’ il romanzo che fa per voi.
Ebbene io ero: demotivata-delusa-frustrata-tradita-senza più nulla in cui credere o sperare.
Perciò, fischiettando in libreria “Where is my mind” dei Pixies (o preferite la versione dei Placebo? Io non ho ancora scelto), ho deciso che – miseriaccia (ero incacchiata nera quel dì)- era giunto il momento per un romanzo distruttivo e arrabbiato.
Et voilà, eccomi servito Fight club su un piatto d’argento.



Il punto è che...Palahniuk, l’incacchiatura, me l’ha fatta passare.
Non sono certa che questo fosse il suo intento (dite?), ma tant’è.
Non strabuzzate gli occhi e lasciatemi difendere la mia posizione (“Alla ghigliottina devi andare, alla ghigliottina!”).
-   “Questa era la libertà. Perdere ogni speranza era la libertà”;
-   “Forse l’automiglioramento non è la risposta. Forse la risposta è l’autodistruzione”;
-   “Certe volte fai una cosa e finisci fottuto. Certe volte sono le cose che non fai e finisci fottuto”;
-   “Io sono immondizia. Io sono immondizia e merda e follia per te e questo piccolo mondo del cazzo”.

Il panorama è questo.
Tinte oscure e buie. Paesaggi che annientano, se ancora non ti sei annientato con le tue stesse mani.
Distruzione e autodistruzione: non più come conseguenza ma come scelta. Non più effetto, ma causa. Non più come inevitabilità e imprescindibilità dell’esistenza, ma come ideologia.
Questa è la scenografia, questa è l’idea di “anarchia” che Palahniuk disegna.
A fine lettura mi sono chiesta: è veramente questo il messaggio ultimo del romanzo? La “morale”? Il contenuto ideologico?
No.
Allora?
Allora è provocazione? Satira spietata? Humor nero? Demolizione intellettuale?
Certo. Ma solo in parte.
Quindi?
Quindi, penso che con questi mezzi, con questi strumenti, Chuck Palaniuk abbia voluto aprire un palcoscenico distopico sul mondo, sulla società, sul tempo. Un palcoscenico tenebroso e distruttivo.
Per denuncia.

DENUNCIA.

Fight club non è un inno alla violenza e nemmeno satira nera fine a se stessa.
Non mi sarei sentita meglio a fine lettura se fosse stato (solo) questo.
Tutto nel romanzo è portato così furiosamente all’eccesso che tutto, alla fine, risulta...Ridicolizzato.
E’ tutto troppo. Un troppo meditato, con un fine preciso: non possiamo classificarlo “realismo” e poi lavarcene le mani.
No, non ci sto.

La realtà è sicuramente lo spunto, la base, se non addirittura l’attrice protagonista. Ma lo spettacolo non esaurisce in essa la sua funzione.
Palahniuk mi ha insegnato l’autodistruzione, è certamente vero.
E’ lì che stiamo andando, è in quella direzione che il treno sta deragliando.
Ma siamo in tempo per frenare e sterzare?
Sono io in tempo per frenare e sterzare?

Per questo, a fine lettura, mi sono sentita meglio.



 
 
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" Espiazione" - Ian McEwan
(Einaudi, pp. 338, traduzione di S. Basso, € 13,00)



Espiazione.

* Prende il respiro, lo trattiene, semina lo sguardo per la stanza, accarezza la gatta, si smarrisce, sfiora la tazza di tè...Woooooh. Respira di nuovo. *

Nel tentativo di riordinare l'ambiente (colori, tappeti, silenzi) affinché fosse adeguato ad accogliermi per parlare di "Espiazione", mi sono accorta di non aver ancora scelto.
Voglio io affrontare "Espiazione" o non voglio? Voglio disinfettare la ferita o voglio coprirla con una garza abbondante e immacolata e lasciarla rimarginare da sola?

Per precauzione, accendo tv, radio, stereo, lavatrice, aspirapolvere, stufetta (salterà il contatore?)
Polpetta miagola...Grazie, apprezzo il contributo. I vicini ridono sguaiatamente e lontano sento un sassofono stonato.
Il silenzio rischia di soffocare, schiacciare, comprimere. Rumore, chiasso, confusione.
Non voglio sentire il suono di quelle vite che si spezzano, o sperano, o si rovinano, o si rincorrono, o si amano, o si puniscono, o brillano, o fluiscono.
Nonvogliosentirenonvogliosentirenonvogliosentire.


 
 
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"Neve" - M. Fermine
(ed. Bompiani, € 10.50)



"Che cos'è la poesia?" domandò il monaco.
"E' un mistero ineffabile," rispose Yuko.
Un mattino, il rumore della brocca dell'acqua che si spacca fa germogliare nella testa una goccia di poesia, risveglia l'animo e gli conferisce la sua bellezza. E' il momento di dire l'indicibile. E' il momento di viaggiare senza muoversi. E' il momento di diventare poeti.
Non abbellire niente. Non parlare. Guardare e scrivere. Con poche parole. Diciassette sillabe. Un haiku.


Sorseggiando tè caldo, insieme, in un giardino di ciliegi, colgo l'occasione per domandare al "mio personale" Maxence Fermine (che nulla - o tutto - può avere in comune con la personcina reale dello scrittore) che cosa ha voluto dipingere realmente con "Neve".
E' un colloquio a senso unico, il nostro, perchè per quanto io mi sia arresa dal principio a discorrere del racconto non con lo scrittore stesso ma con la sua rappresentazione della mia fantasia, anche il fantoccio di cartone che ho premurosamente disegnato e poi fatto accomodare di fianco a me, in giardino...non mi risponde.
Mi guarda con aria ebete (nel dipingerlo ho forse esagerato nel volerlo far apparire allegro e sereno: adesso sembra soltanto incretinito. Ma questo passa il convento...) e non risponde.

Va bene, Maxence cartonato, faccio da me.

La penna di Fermine ha cercato, a parer mio, di tradurre in racconto un haiku: l'intento dello scrittore appare quello di voler narrare... un haiku. Catturarne, cioè, la delicatezza e la suggestione per trasformarlo in una storia: una storia che ne conservi il tocco candido, delicato e puntuale ma che si incarni in prosa, non in poesia.
Nel trasformare e rimodellare un haiku, tentando, però, di preservarne l'anima, occorrerà, quindi, plasmare una prosa tanto soave, leggera, sfuggente ed enigmatica quanto la poesia da cui deriva.
(Sempre ammesso che una simile trasformazione non sia sempre e comunque stravolgimento, distruzione.)

Ai miei occhi occidentali, lontani dalla tradizione lirica giapponese, e per giunta ereticamente ignoranti in materia, "Neve" si è sinceramente manifestato e svelato come un tocco delicato e sfuggente.
Un sussurro.
Uno struggersi malinconico. 
Un racconto della frenesia della ricerca. E dei dolori e dei sorrisi dell'arrivo.
Sono certa che sia andato a scuotere corde simili, quasi indistinguibili ad occhio nudo, da quelle percosse, curate e lacerate solitamente dalla poesia.
...Il fatto è che avevo una montagnetta intrigante di cose cattive da dire che ora non mi vengono più in mente.
Scrivendo (e riflettendo, di conseguenza), la montagnetta è evaporata silenziosamente, intimidita e sconfitta dalla festa esultante dei complimenti che mi sono sgusciati via dalle dita.
Si deve, certo, restare ancorati al panorama letterario in cui Fermine ha deciso di ricreare la propria storia, e non superare i confini di genere: "Neve" è una favola poco rumorosa, attutita, isolata proprio come un paesaggio imbiancato.
E' una favola che ringiovanisce suoni atavici ed antichi, che odora di tradizione ed eternità, rimanendo essenziale, non ridondante o barocca. Ha il sapore di ciò che viene tramandato e raccontato, di ciò che si narra per il piacere di generare storie.
(Per certi aspetti, mi ha ricordato "Seta"...dell'italico Narciso, che non sto qui a nominare per non concedere al suo ego la soddisfazione d'esser, da me, citato anche qui!)

Se fingo di aver conosciuto la storia Yuko, giovane e sensibile poeta, non dalla carta del ventunesimo secolo e dalle lettere stampate ed imparziali di un libro, bensì attraverso una voce serena e profonda di un anziano, o familiare e dolce di un amico (voci che non chiedono nulla se non raccontare oralmente per il solo dolce piacere di farlo) - se immagino tutto questo, la bellezza di "Neve" mi appare disarmante ed intoccabile.

Maxence, non quello di cartone questa volta, ma quello in carne e penna, mi ha sussurrato di come la poesia sia irrimediabilmente avvinghiata al dolore. Di come il dolore stesso sia l'unica via per raggiungere ed abbracciare la poesia e di quanto, alla foce, alla sorgente di tutto, non possano esserci altro che l'amore ed il rischio, l'arte funambolica, che l'amore si trascina dietro.

L'amore è l'arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere


 
 
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La ragazza dello Sputnik
H. Murakami
(ed. Einaudi, pp. 236, euro 12, trad. di G. Amitrano)



La soluzione è piuttosto semplice. C'est simple. Basta sognare. Entrare nel mondo dei sogni e non uscirne più. Continuare a vivere lì per sempre.
Nel mondo dei sogni non è necessario distinguere le cose. Non è per niente necessario. Tanto per cominciare, lì non esistono linee di confine. Perciò nei sogni è difficile andare a urtare violentemente contro qualcosa, e se per caso questo accade, non ci si fa male. La realtà è diversa. La realtà morde.
La realtà, la realtà.


Murakami riesce sempre a spezzarmi.
A scindermi, dividermi, separarmi.
Ho la presunzione di arrivare da lui, ogni volta, con l'orgoglio di essere una...miscela ben definita, stabile ed omogenea. Come una mescolanza in carne di elementi cosmici aggregatisi in maniera forse bizzarra ma certamente irreversibile.
Egli, però, mai si scompone davanti alla maschera di certezze, solidità ed inespugnabilità con cui abitualmente affronto i suoi romanzi: punta gli occhi al cielo per un istante, di sfuggita, e si abbandona ad un lieve impercettibile sospiro, come un'impazienza.

"Ricominciamo, Stefania. Ricominciamo da capo, anche questa volta".

Con "La ragazza dello Sputnik", a Murakami occorrono circa sessanta pagine per riuscire a separare, isolare la miaparte irrazionale e salvarla dalla contaminazione ostinata di ciò che in me, invece, è fredda razionalità e che tende a rifiutarlo ottusamente, attaccandolo prima di tutto sul terreno della prosa, giudicata grezza, poco raffinata, quasi...irrealizzata.
Sessanta pagine di fatica da parte sua e di noia, nasi storti e smorfie di sconcerto da parte mia.
Sessanta pagine per prendere la mira. 
E poi...Il colpo. L' istinto - il cuore - reagisce. Si divincola, strattona, urla e finalmente si libera: la voce di Murakami diviene intima, chiarificatrice e consolatoria. 

"La ragazza dello Sputnik" è stata, per me, la storia di una scelta.
La storia di un bivio (che mi tormenta e che tormenta ciascuno di noi, ne sono certa) e delle strade che i tre protagonisti, la sensibile Sumire, la carismatica Myu e il riflessivo io-narrante senza nome, hanno scelto di seguire.
E' stata la descrizione di una dicotomia nobile quanto dolorosa:Sogno contro Realtà.

Scomparire, "come fumo", nel sogno, e salvarsi facendo sì che la dimensione onirica diventi il mondo in cui vivere, modellato sulla nostra fantasia e fatto su misura della nostra felicità, oppure soffocare ma sopravvivere nella realtà, affrontandola e domandola?
Quale delle due scelte è quella "giusta"? Quale quella più "coraggiosa"? 
Quale decisione comporterà la contropartita più insopportabile?
Che cosa e chi sacrifichiamo, che cosa perdiamo nell'atto di scegliere?

Soltanto una cosa è certa: l'inevitabilità della scelta
Per quanto ci ostiniamo ad ignorarla oppure a rimandarla, ogni giorno è un atto di scelta. Il modo in cui accettiamo di condurre le nostre giornate è la concretizzazione della scelta stessa, per quanto pigri, indifferenti, impauriti possiamo sentirci dinnanzi ad essa.

L'aspetto disarmante nella lettura del romanzo non è stata la proclamazione dell'esistenza delle due possibilità, delle due alternative, dei due mondi, quanto piuttosto la fermezza e la lucidità con cui i personaggi...hanno scelto.
I personaggi...Scelgono. Non sono rappresentati e disegnati nel tormento dell'indecisione, che pure devono aver subito, ma nell'istante della scelta, del superamento del punto di non ritorno, del salto nel vuoto, sia che ci si abbandoni al sogno sia che si professi la bellezza della realtà.

Avrò anch'io, un giorno, lucidità, fermezza e coraggio sufficienti per stabilire perentoriamente la direzione della mia vita? Riuscirò anch'io, come Sumire, come Myu e come l'io-narrante senza nome, a trovare il mio specchio o la mia luna color muffa?


 
 
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Oscar e la dama in rosa 
Eric-Emmanuel Schmitt
(BUR, pp. 90, traduzione di F. Ascari)


-       Chi ti piace di più, Oscar?
-       Qui? All’ospedale?
-       Sì.
-       Bacon, Einstein, Pop Corn.
-       E fra le ragazze?

La domanda mi ha bloccato. Non avevo voglia di rispondere. Ma Nonna Rosa aspettava e, davanti a una lottatrice a livello internazionale, non si può tergiversare più di tanto.

-       Peggy Blue.

Peggy Blue è la bambina blu. Sta nella penultima stanza in fondo al corridoio. Sorride gentilmente ma non parla quasi mai. Si direbbe una fata che riposi un po’ all’ospedale. Ha una malattia complicata, la sindrome del bambino blu, un problema di sangue che dovrebbe andare ai polmoni e che non ci va, rendendo tutta la pelle azzurrognola. E’ in attesa di un’operazione che la renderà rosa. Io trovo che sia un peccato. La trovo bellissima in blu, Peggy Blue. C’è un sacco di luce e di silenzio intorno a lei, si ha l’impressione di entrare in una cappella quando ci si avvicina.

-       Glielo hai detto?
-       Non mi pianterò davanti a lei per dirle “Peggy Blue, mi piaci tanto”.
-       Sì. Perché non lo fai?
-       Non so nemmeno se sa che esisto.
-       Ragione di più.
-       Ha visto la testa che ho? Dovrebbe apprezzare gli extraterrestri, e di questo non sono sicuro.
-       Io ti trovo molto bello, Oscar.

Allora Nonna Rosa ha frenato un po’ la conversazione. E’ piacevole sentire questo genere di cose, fa drizzare i peli, ma non si sa più cosa rispondere esattamente.

-       Non voglio sedurre solo con il mio corpo, Nonna Rosa.
-       Che cosa provi per lei?
-       Ho voglia di proteggerla dai fantasmi.

Un elefante da cristalleria. Qualunque parola io scriva, in qualunque modo mi muova, sono certa di schiacciare con il mio peso ingombrante qualche elegante cristallo, scaraventare a terra una statuetta, sbrindellare vasetti, piattini e scodelline preziose.

Oscar ha dieci anni e tutto ciò che gli resta sono dieci giorni di vita. Su consiglio della portentosa Nonna Rosa, amica fidata e protettrice, decide di scrivere a Dio una lettera al giorno, immaginando ogni volta di avere dieci anni in più.
Quanti scrittori possono permettersi di addentrarsi nei meandri taglienti e dolorosi e delicati di una storia simile? Quanti di loro hanno il potere di risparmiare il lettore dal frastuono assordante e volgare di eventuali parole inappropriate e dozzinali?
Chi accetta la sfida è un incosciente o un presuntuoso. Eric-Emmanuel Schmitt è probabilmente entrambe le cose. Un incosciente presuntuoso…con il tocco della neve a pois.

Oscar e la dama in rosa è una fugace nevicata, non invadente e che non si attarda un minuto più del dovuto, delicata dolce e rispettosa. Ma una nevicata stramba, a pois, di quelle non previste, di quelle stralunate, di quelle che cadono di traverso o al contrario o ballando il tango. Sono sempre nevicate, felici in quanto tali, ma in più vestite a poesia stravagante, soffice ed irripetibile.



 
 
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"Il vagabondo delle stelle" - Jack London
(Adelphi, pp. 400, trad. S. Manferlotti)



Mettiamoci tutti in fila, sparpagliati ad entrambi i lati della strada, ad osservare con smorfia solenne e cipiglio indignato (scuotendo il capo in segno di palese disapprovazione) il cammino del Vagabondo delle stelle verso la Mensola dei Miei Libri Preferiti.
Signori, questo è un libro RACCOMANDATO.
Sì, avete letto bene (signora, lei non svenga, per cortesia!): "Il vagabondo delle stelle" appartiene a quella feccia di libri-figli-di-papà che siamo obbligati ad amare a prescindere, perché hanno conoscenze così altolocate da fornire loro il passaporto per la Mensola della Gloria prima ancora che vengano letti.
Se sono mani magiche quelle attraverso le quali il libro giunge nelle tue, se sono mani magiche quelle che il libro te l'hanno donato, tu, lettore incantato, saprai in anticipo dove andrai a perdere il cuore, qualunque cosa effettivamente, in quelle pagine, ti stia aspettando.

Lo scopo della mia review non sarà, perciò, quello di dare un nome alle sensazioni che svolazzano intorno alla lettura appena terminata per spiegarne la natura, quanto piuttosto quello di dare una parvenza di razionalità e fondamento empirico alle sensazioni che un nome proprio se lo sono date da sole, già in partenza: fascino.

Il fascino di Jack London mozza il fiato.
Esiste qualcosa che il buon vecchio Jack non abbia vissuto, sperimentato, provato? Ha avuto il tempo di respirare, ogni tanto, o di pettinarsi? E' rimasta qualche voce non spuntata sulla sua lista di Cose Che Possono Capitare Nella Vita?
Citando l'edizione Adelphi: "Dai territori del Grande Nord, esplorati quand'era giovanissimo, ai Mari del Sud, percorsi a più riprese negli ultimi anni sul suo yacht, passando per l'Inghilterra, dove ha condiviso l'esistenza bruta dei proletari, il Giappone, in occasione del conflitto russo-giapponese, il Messico, al seguito dell rivoluzione di Pancho Villa, e soprattutto l'America, attraversata in lungo e in largo come vagabondo prima e poi come cronista di lotte politiche e dell'amata boxe, Jack London ha sofferto la fame e dilapidato patrimoni, si è battuto in ogni campo, ha tentato il suicidio, ha bevuto come pochi e, soprattutto, si è fatto le ossa come scrittore".
Domenica pomeriggio, pigiama imbarazzante e babbucce borgogna, tè caldo alla vaniglia, copertina di lana con gli orsacchiotti sulle ginocchia (è per non prendere freddo): io e Jack, chiaramente, ce la intendiamo.

Il fiume in piena, l'uragano, la belva selvaggia ed indomabile che è stata Jack London, diventa carta, inchiostro e parole con "Il vagabondo delle stelle".
Nessun altro al mondo avrebbe potuto scrivere un romanzo anche soltanto lontanamente paragonabile a questo. Nessuno. Che ne sparliate come avvoltoi o che lo adoriate come una fulgida divinità (non si capisce da che parte sto, vero?), Jack London ha vissuto. E ha avuto qualcosa da dire. Come e quanto nessun altro al mondo avrebbe potuto fare.

Il romanzo consiste nel lascito narrativo di Darrell Standing, carcerato e condannato a morte, circa il suo "vagabondare tra le stelle". Rinchiuso per anni in una cella di isolamento e ripetutamente torturato nelle grinfie della camicia di forza, egli trova una via di fuga. Nella propria mente.
"Il vagabondo delle stelle" è la più disperata, lirica, disarmante ode all'evasione. Al potere dell'evasione della mente umana.
Darrell Standing riscopre nella propria mente (chiamiamola anche memoria se non ci scomodiamo a chiamare in causa teorie sulla reincarnazazione) dettagli e racconti di molteplici vite vissute in luoghi e tempi lontani e vicini.
Dalla Francia dei cavalieri al Far West dell'800, dalla Corea cinquecentesca alla Gerusalemme di Ponzio Pilato, il caleidoscopio di avventure di cui London ci fa dono, con una prosa così armoniosa e ammaliante da rasentare la perfezione (mini-sviolinata), lascia... estasiati. 
Imprigionato, torturato, seviziato nel corpo, fino a non sembrare nemmeno più un essere umano, Darrell Standing resta libero. Perché libera, e salva, resta la sua mente.

"Solo, ho dentro di me tanta di quella vita che non potrete mai venirne a capo. Datemi cento giorni di camicia di forza, se volete, ne uscirò col sorriso sulle labbra".

Ma al selvaggio ed indomabile Jack tutto questo non basta. C'è qualcosa in più che occorre dire. Perché l'ammettere l'illimitatezza del potere della mente umana, imperitura, non si traduce nel dimenticare il rispetto e l'aurea venerazione dovuti al corpo umano, alla vita, all'esistenza.
Ed è su queste note che il romanzo si svela sotto una luce ancora diversa, come grido insopportabilmente lacerante nella sua efficacia contro la realtà carceraria prima e la pena di morte poi.
Mai voce fu più disperata e arrabbiata e disgustata e risonante (nemmeno quella di Victor Hugo arrivò a tanto!), mai voce riuscì a riprodurre i colori disumani del mondo del carcere e della pena capitale.
Ma, forse, aspettate!, non è nemmeno qui che Jack London si abbandona senza riserve ai suoi lettori. Sono le sue note sull'Amore e sulla Donna quelle più liriche ed universali ed incontestabili.

Che cosa non mi hai dato, vecchio J.?



 
 
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Il filo del rasoio
William Somerset Maugham
(Adelphi, Trad. F. Salvatorelli, pp. 408, € 13)




“Ebbi l'intuizione, non saprei chiamarla altrimenti, che nell'anima di quel ragazzo c'era un'aspirazione confusa, fatta non capivo se di idee embrionali o di vaghe emozioni, che lo riempiva di irrequietezza e lo spingeva verso qualcosa a lui ignoto”.
 

Pronta anch'io a partire per l'India alla ricerca dell'Illuminazione, mentre impacchetto tutte le mie cose, cercando di ricongiungere ciascun calzino "multicolor" con il proprio compagno perduto e di sorvegliare la mia gatta affinché non si addormenti dentro la valigia, penso a quanto liberatorio deve essere stato il momento della partenza per Larry Darrell.
Giovane affascinante e di buona famiglia, dal sorriso “dolce come il miele” e dai penetranti ed imperscrutabili occhi neri (per il quale, naturrellement, non ho evitato di prendere una sbandata), Larry, poco più che ventenne, decide di rivoluzionare la propria esistenza e lasciare l'America alla ricerca di una regola di vita che gli soddisfi la testa e il cuore, sia essa un "modus vivendi" ozioso, una religione occidentale oppure una filosofia induista.

Maugham giustifica l'esistenza del romanzo anteponendo a tutte le ragioni accessorie il desiderio di raccontare la storia ingarbugliata, misteriosa ed affascinante dell'enigmatico Larry, per conservarne e tramandarne il contenuto spirituale.
Noi lettori, Maugham stesso fattosi personaggio e tutte le creaturine che più o meno vistosamente appaiono nel romanzo ruotiamo, a tratti felici a tratti malinconici, attorno al sole-Larry, che, invece, fra tutti resterà il solo indefinibile, sfuggente ed inafferrabile.

A tutti gli altri personaggi spetta l'amministrazione della vita concreta ed ordinaria, pragmatica: e, paradossalmente, è più nella rappresentazione di questi, piuttosto che in quella del suo affascinante protagonista, che Maugham svela le sue abilità di scrittore. Quanto più Larry appare distante ed irraggiungibile, tanto gli altri figuranti hanno colori e odori perfettamente tangibili e concreti. A ciascuno di essi (e alle donne con un particolare tocco di elegante ammirazione) è dedicato un ritratto preciso, accurato e sofisticato: il Maugham-ritrattista rischia forse di passare inosservato, celato dalla voluminosa sostanza dei contenuti che il romanzo mira a presentare, ma resta senza dubbio una componente irrinunciabile della raffinatezza di scrittura del romanziere inglese.
Raffinatezza che, però, si manifesta in maniera liricamente disarmante soprattutto nel clima narrativo ricreato dalla prosa: agio. 
Il lettore si sente a proprio agio: indossati pigiama, vestaglia e pantofole, accomodatosi in un'invitante poltrona di velluto bordeaux, di fronte al camino scoppiettante, con un bicchiere di bourbon nella mano destra ed un sigaro cubano in quella sinistra (o, più verosimilmente, pandistelle e latte caldo...Che, sì, fa un po' meno figo!) il lettore si lascia cullare dal periodare intimo e delicato di Maugham, lieve e bonario, sorridente e trasparente nei panni dell'io narrante. La serenità dolce ed ipnotica che infonde al lettore "Il filo del rasoio", nonostante la drammaticità che a tratti investe eventi e personaggi, è "a conti fatti" ciò per cui mi sento più in debito nei confronti della lettura appena vissuta.
(Serenità che, sottolineo, non scalfisce mai, nemmeno per un solo istante, la preziosa pennellata d'ironia, "alla Jane Austen", che caratterizza ogni scrittore di natali inglesi che si rispetti!)

Per concludere tirandomela un po' (o, per dirla onestamente: rispolverando la misera manciata di nozioni di letteratura latina che conservo amorevolmente nel cantuccio della mia memoria), mi sbilancio nel considerare William Somerset Maugham il Lucrezio novecentesco della filosofia induista (tematica spirituale che fa da causa promotrice e da spiegazione dell'intero romanzo): ricordate quando l'arcigna professoressa di latino, al liceo, trattando del libro IV del "De rerum natura", spiegò il motivo per cui Lucrezio scelse di scrivere in versi, in poesia, pur trattando argomenti filosofici (più precisamente, cercando di tradurre la filosofia epicurea)? 

Come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli
il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt'attorno al bicchiere,
cospargono col dolce e biondo liquore del miele,
perché nell'imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,
non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l'amara
bevanda dell'assenzio e dall'inganno non ricevano danno,
ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore;
così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare
troppo ostica a coloro che non l'hanno coltivata,
e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti
la nostra dottrina col canto delle Pieridi che suona soave,
e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,
per provare se per caso potessi in tal modo tenere
avvinto il tuo animo ai miei versi, finché comprendi tutta
la natura e senti a fondo il vantaggio.



La levità e l'apparente semplicità del romanzo non sono altro che quel miele sul bordo del bicchiere che contiene la medicina: contro il materialismo e la futilità dei valori della società borghese capitalistica, Maugham chiama in campo le tradizioni ed i valori spirituali dell'antica cultura dell'India, proponendosi (con infinita umiltà) di "tradurli" in un linguaggio comprensibile e meno ostico, solo superficialmente semplice, per i lettori occidentali.