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NEMICO, AMICO, AMANTE...

Autore – Alice Munro (Traduttore – Susanna Basso)
Editore – Einaudi 2005
Pagine – 315
ISBN13 – 9788806174682

Una caleidoscopia dell'intimo, principalmente femminile. Nove racconti soffusi; splendidi. Eccellente tratto d'autore; tanto garbato e naturale da risultare perentorio. Più che su un banale “risentimento di ruolo”, qui tutto ruota intorno al mistero della “percezione del sé”, centrale al punto da togliere importanza, con progressione inavvertibile, alle vicende, volutamente ordinarie, di cui si narra con ariosa tranquillità descrittiva. Ciò che all'inizio della lettura appare come una sorta di minimalismo estetico, si rivela essere la misura esatta dell'Arte di questa grande scrittrice. Non è l'avvenimento eclatante a modificare la nostra esistenza, quanto piuttosto la determinazione che abbiamo a essere noi stessi. Non il paragone frustrato con gli altri, ma l'improvvisa complicità con lo specchio; la franchezza del dialogo interiore; fino alla determinazione, spesso taciuta, che prelude i fatti. La magia ineffabile della consapevolezza è quindi cardine narrativo; sospensione; attesa e, infine, meraviglia lasciata al lettore, in quel vuoto che segue il punto finale. Ogni volta. Il tutto in un tessuto di tagli sapienti; andate e ritorni tra realtà, ricordo, e aspettative che costruiscono il dramma. Per lasciare spazio al lettore, ma non lasciargli scampo. Nessun elogio è sprecato.

POSTILLA (dedicata a chi, oltre il commento, desideri riflettere su qualcosa in più e abbia il tempo per farlo).

Μίμησις βίου (Imitazione della vita).
Leggendo altri commenti a questo capolavoro, mi hanno colpito due aspetti: il paragone con alcuni maestri della letteratura di ogni tempo (Checov e James, per dirne due) e la diversità, in qualche caso manichea, di reazioni e di gradimento alla lettura.
Una delle idee che ha sempre guidato la poetica greca, da Omero ai tragici, è che la parola possa suscitare piacevolezza, diletto (hedonè), sull'uditorio. Seppure parlando di poesia, ma riferendosi più in generale all'Arte, il filosofo Gorgia, già nel V sec. a.C., diceva: «Tutta la poesia io considero e definisco discorso in forma metrica. In chi l'ascolta s'insinua un brivido di paura e una compassione che induce al pianto; e un desiderio intenso che tende al dolore, dinanzi alla sorte felice o avversa di persone estranee. A opera della parola, l'anima prova come proprie le altrui emozioni... L'incanto divino della parola desta il piacere e allontana il dolore: immedesimandosi con l'opinione dell'anima, il potere di incantamento la ammalia, la persuade e la trasforma con la sua magia». Circa un secolo dopo, Aristotele avrebbe scritto: «Il poeta (tragico) deve procurare per mezzo della mimesi il piacere che destano la pietà e il timore...», ove per Mimesi s'intenda l'imitazione della forma ideale della realtà, da parte dell'arte.
Nella poetica della Mimesi, vera e propria estetica dell'esecuzione, l'orizzonte di attesa dell'uditorio è quindi una componente primaria. Oggi, trascorso qualche anno da queste formulazioni, l'orizzonte di attesa dell'uditorio è un po' cambiato. Le forme della rappresentazione sono infinitamente più complesse e incisive, così come l'abitudine dell'uditorio stesso a una meraviglia sempre nuova. E sempre più distratta. Nel tempo, l'evasione dalla realtà si è sostituita all'ancestrale necessità di comprensione. Le componenti oniriche e fantastiche, che un tempo risolvevano questioni imperscrutabili, oggi sono richieste come additivo; indispensabili alla percezione di svago.
Comprensibile quindi, seppure insolita da osservare, la diversità di reazioni nei commenti, riguardo a questo libro. Chi cerchi nella lettura una distrazione, un trasporto di fantasia, per legittimamente evadere dal proprio intimo intrico quotidiano, qui non trova sollievo, bensì reiterazione di peso. Chi invece senta ancora l'urgenza di intellegere la realtà che sta vivendo; di confrontare la propria percezione con l'altrui, e da ciò tragga sollievo, piacevolezza, diletto e ispirazione, qui trova uno specchio accuratissimo delle dinamiche interiori. Nessuna meraviglia che molte donne, riconoscendosi nude tra queste righe, non amino proseguire la lettura.
Ritengo che la formazione classica della Munro, evidente da alcuni riferimenti in questi stessi racconti, abbia avuto un peso preponderante nella sua scelta artistica. Il suo garbo, tutto anglosassone, ricorda sì, lontanamente, l'allusiva impudicizia di H.James, condita da un'altissima sensibilità sociale; ed è vero che si fa un uso quasi estremo del reale, proprio della lezione di Checov. Tuttavia mi sento di dire che la misura dell'Arte (perché - finalmente un contemporaneo - di Arte qui si tratta) della signora Munro vada piuttosto ascritta a un geniale, perché semplice, recupero di un canone classico, seppure trasposto su un piano intellettivo di maggiore attualità. Quale terreno migliore, a questo scopo, del piccolo quotidiano esistere?

Una noticina sulla traduzione.
Si tratta di una buona traduzione, rispettosa e lucida. E' un vero peccato, tuttavia, percepire qua e là tra le righe una “fretta” commerciale, propria solo della nostra editoria, cui anche il traduttore più bravo, suo malgrado, è obbligato a soggiacere. Il mercato, ahimè, governa solo la fretta, e in questo travolge quel poco di arte che andrebbe trattato con maggiore rispetto, per seminare un futuro diverso dal vuoto.
Ma, come sempre, è un'opinione personale.

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