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Si dice o non si dice? Aggiunte alla grammatica
Guida pratica allo scrivere e al parlare


Autore – Aldo Gabrielli
Editore – Oscar Mondadori
Anno di pubblicazione – 1976
n° pagine – 238
No ISBN

A dispetto del luogo comune che li descrive inutilmente pedanti, coloro
che si appassionano alla correttezza della lingua contribuiscono a rinsaldare un
principio antico almeno quanto Babele, disatteso e noto: se intendersi è lo
scopo della comunicazione, questa sarà tanto più efficace quanto più le sue
regole sono conosciute a tutti, e condivise. Alla scrittura, oltretutto, manca la
componente metaverbale, cioè l'insieme di mimica, gestualità e postura che
enfatizza il parlato. Per una buona comunicazione, è quindi importante che le
regole della lingua scritta siano universalmente note, e rispettate. E che i
cambiamenti e l'evoluzione della lingua, di solito determinati dall'uso, siano
comunque sanciti e accettati di comune accordo; non arbitrariamente.
Pedante diventa, piuttosto, quell'insegnante che cerchi di cristallizzare in forma
di legge granitica le convenzioni e gli strumenti espressivi, come l'uso della
virgola (Esempio: «Non si mette mai la virgola prima della congiunzione “e”...»
- Due casi, nel primo capoverso di questa pagina, dimostrano come proprio
una virgola posta prima della “e” enfatizzi il concetto espresso, sottintendendo
un “anche” tutto espressivo, quasi metaverbale).

Il secondo indispensabile strumento (vedi recensione precedente) che
utilizzo per verificare la correttezza del mio italiano, è il piccolo libro qui
indicato, edito 37 anni fa. Un vero compagno di via. Aldo Gabrielli fu insigne
linguista, studioso attento e convincente. Questo suo testo è fondamentale per
dirimere tutte quelle situazioni "spinose" in cui si può trovare chi desideri
scrivere e/o parlare correttamente in italiano (ci sono proprio tutte). Ed è una
lettura gradevole. Vi si affrontano tutte le questioni annose della nostra
bellissima lingua (Maiuscole nei nomi comuni – Accenti obbligatori, facoltativi o
sbagliati – Le sillabe – I dittonghi mobili – I segni di interpunzione –
L'apostrofo - Maschio o femmina – Plurali facili e no – Gli articoli – Gli aggettivi
– I pronomi – Gli avverbi – I numeri – Questioni verbali in genere) con
particolare attenzione a ciò che le grammatiche scolastiche generalmente non
dicono. Un testo che introdurrei come base in tutte le scuole superiori italiane.
L'unico difetto di questo libro era l'essere introvabile, perché mai ristampato.
Nel 2010, l'editore Hoepli, in collaborazione con Grazia Gabrielli, ha
provveduto meritoriamente a colmare questa lacuna. Ne ha creato una
versione rinnovata, a cura di Paolo Pivetti, e ha pubblicando online un semplice
e utilissimo servizio gratuito di consultazione, con il supporto del Corriere della
Sera e del motore d'interrogazione “Edigeo, Milano”.
Chi desidera, lo può trovare al seguente indirizzo:
http://dizionari.corriere.it/dizionario-si-dice/

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Impariamo l'italiano
Autore – Cesare Marchi
Editore – BUR (Biblioteca Universale Rizzoli)
Anno di pubblicazione – 2003
n° pagine – 208
ISBN - 9788817107822


Per potere essere correttamente capita e bene utilizzata, ogni lingua va conosciuta, oltre che praticata.
Niente di più scontato e negletto, soprattutto in Italia.
Oltre la grammatica elementare e un buon vocabolario, ho sempre portato con me due testi con cui dirimere i dubbi che suscita la nostra lingua. Il primo, è questo delizioso trattatello redatto in forma discorsiva sull’uso e le insidie dell'italiano (qui presentato nella sua recente riedizione). Si legge piacevolmente, come un racconto. Anzi, una serie di racconti. Vi si presta volentieri l'attenzione, come a una conversazione arguta. L'autore ha il grande merito di non essere troppo puntiglioso nell’esigere una troppo rigida applicazione grammaticale, o sintattica; motiva debitamente ogni sua affermazione; inoltre, considera la lingua come materia viva, in continuo divenire determinato dall’uso. È aperto al cambiamento. Altro pregio non da poco.
Il libro ha il solo difetto, ma non la colpa, di essere stato scritto nel 1984. Molto è cambiato da allora. Ciò non ostante[1], permane come riferimento di utilità fondamentale (di grande ispirazione) per tutti gli intelletti che siano ancora sensibili a una comunicazione chiara, certa e condivisa (anche questa è merce che, da noi, si trova a solo “borsa nera”).
Si auspica sempre che una Regola non sia così rigida da risultare iniqua; essa, tuttavia, resta strumento imprescindibile di accordo tra “pares”. Così come una Forma, o una Legge. La lingua con cui si comunica non fa eccezione. Concetti ahimè dimenticati, oggi, anche in sede di formazione. O considerati inquietanti...
Quando non eversivi. 

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[1]  Già: «nonostante ciò»; staccato. Un po' desueto, ma corretto. Almeno quanto l'espressione «Nulla osta» (nihil obstat), cioè “niente si oppone” o “ostacola”..., da cui deriva.




 
 
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SUITE FRANCESE
Autore - Irène Némirovsky
Trduttore - Laura Frausin Guarino
Editore - Adelphi 
Anno di  pubblicazione - 2005
Pagine - 415

Francia. Giugno 1940. Le truppe tedesche sono alle porte di Parigi e domani la occuperanno. Nel disastro totale, che travolge tutti e sovverte ogni valore, si rappresenta "la lotta tra il destino individuale e il destino collettivo". I fatti eccezionali e destabilizzanti, come le grandi catastrofi, svelano la vera natura degli uomini. Sollevano ogni maschera. Sbriciolano ogni convenzione e ogni postura sociale. Pongono l'individuo di fronte a sé stesso, e il Sé Stesso a confronto con gli altri, tutti; nell'anarchia imprevedibile che segna ogni sopravvivenza. Fino alla scoperta di profondità insospettabili; o di sentimenti acuti e inattesi, ma finalmente liberi. Una lucidità sorprendente, quella della Némirovsky. Costruisce; lega; svolge, analizza e narra, con respiro sapiente, ampio. La sua lingua educata, resa da una traduzione eccellente, suona di una semplicità signorile; avvolge, con il tratto dei grandi narratori, senza apparire; senza distrarre. Prende per mano, con un garbo assassino, e conduce in una sorta di "ogni tempo", comune ai grandi romanzi. La sorpresa è il migliore commento a qualsiasi forma di arte. Scriverne dopo è solo un tentativo di prolungare il piacere. Questo bellissimo libro va letto. E goduto. Che è poi il modo migliore di premiarlo. 

PS - L'edizione, eccellente, comprende un'appendice interessantissima, che merita quanto i 3 romanzi di cui si costituisce questa suite. Pagine di diario dell'autrice, note a margine della composizione, epistolario, e una nitida postfazione, raccontano della vita sfortunata e intensa di questa donna europea del '900; dei destini rocamboleschi del manoscritto (pubblicato solo nel 2004 e divenuto, subito, un grande successo editoriale); di una pagina inqualificabile della storia del '900, quale quella del nazismo. Ma soprattutto lasciano entrare nell'officina del racconto dell'autrice. Un affascinante "dietro le quinte", che suggerisce, a chi volesse, il metro con cui pesare la fatica e il lavoro che sorreggono ogni grande romanzo.



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La casa in collina
Cesare Pavese
Editore - Einaudi
Collana - Tascabili. Letteratura - n°34
Anno di pubblicazione – 1990
Pagine - 165

         Passeggiando nella letteratura italiana del Novecento non bisogna ignorare la figura e l'opera di Cesare Pavese. Fu letterato, traduttore, romanziere, poeta e saggista di sconfinata cultura. Lavorando in Einaudi, tenne a battesimo la nota e fortunata collana “I Coralli”; portò l'amico Italo Calvino a collaborare con la casa editrice; scoprì, tradusse, e introdusse - per primo - in Italia, i capisaldi della letteratura americana che oggi conosciamo (Faulkner, Dos Passos, Melville, Anderson, Lee Masters e Whitman); oltre a ciò, scrisse.
         Il romanzo breve La casa in collina (prima edizione: “Supercoralli” Einaudi – 1948) è uno degli approdi migliori per imparare a conoscerlo. Rappresenta la sua maturità artistica e contiene una summa dei temi a lui cari, esplorati e fusi con coscienza d'insieme. Le vicende narrate accadono a Torino e nelle campagne circostanti, verso la fine della II GM. I bombardamenti spingono il protagonista a lasciare la città e a trovare rifugio in campagna. Questa fuga dalla distruzione si trasforma presto in qualcosa di diverso da un semplice tentativo di preservare la vita o di prendere respiro dal disastro diffuso. L'io narrante finisce per osservarsi, mentre annota ciò che avviene intorno a lui. Cercando risposte per il futuro, in un momento così imperscrutabile, scopre  invece passato, radici, fondamenta e irrazionalità. Con i quali deve fare debiti conti. Per capire quale sia il senso reale di una fuga. Qualsiasi fuga.
         Tema - guardacaso - sempre attuale, e per alcuni antipatico.
         L'intimità della scrittura di Pavese può affascinare, dal primo incontro. O risultare scomoda. La linearità avvolgente della lingua, semplice ma attenta, suggerisce da subito una segretezza di sottofondo. Un'onestà intima di fronte al dubbio sostanziale, che si rivela lentamente alla lettura. Gli esiti di tale franchezza sono (...forse) la componente della poetica pavesiana che più ha allontanato i curiosi, già resi diffidenti dal silenzio, pressoché totale, che si fa sempre intorno allo scrittore (di solito, subito dopo averne declamato la grandezza). Chi ama la musica può capirmi, se parlo di una nota fissa, solitamente affidata alla sezione ritmica dell'orchestra o del gruppo rock (quindi al basso elettrico, alla pedaliera d'organo o ai contrabbassi). Un'unica nota di basso, ripetuta e sempre uguale, estratta ed evidenziata dai diversi accordi dell'armonia, che accompagni il cammino, invece vario, della frase melodica. Una presenza solida, impercettibile all'inizio, che al termine del brano diventa dominante. Talvolta drammatica, Altre entusiasmante. Penso al celeberrimo “Bolero” di Ravel, ma potrei nominare il penultimo movimento della “suite” rock “Supper's ready” dei Genesis: Apocalypse in 9/8.

         Ritrovo questo effetto in Pavese, nel monologo interiore dell'io narrante, sempre vigile ancorché non sempre esplicito. Lo percepisco nell'inquietudine di verità, o meglio: di lealtà (merce sempre rara, oggi come ieri). In quella sua mitezza nel dubbio, che sottende la forza granitica del Principio. Nel giudizio elaborato e sospeso. Nelle certezze ammiccate perché non si possono tacere.

         A prescindere da ciò che di buono o di malvagio i suoi personaggi facciano, ma soprattutto dicano, o proclamino, si percepisce sempre questo ragionamento terzo. Si percepisce come ineluttabile e, soprattutto, motivato. 

         Le ragioni di tale poetica, in questo romanzo riassunte, diventano evidenti esaminando altri scritti dell'autore.

         Come vedremo.

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Ogni passione spenta

Autore: Vita Sackville West
Traduttore: Alessandra Scalero
Editore: Il Saggiatore, 2008
ISBN: 9788856500516
Pagine:167

Le prime 45 sono pagine di ingresso. Vicenda narrata e indispensabile costruzione di atmosfera, avrei capito dopo. Appena più lunghe di quanto la mia attesa fosse disposta a sostenere, quando ho iniziato a leggere. Stavo per lasciare, e riprendere in futuro, archiviando tuttavia nella mente una traduzione gradevole, lineare, in un italiano molto elegante e sobrio, vario e scorrevole. Ma l'incontro con i libri, si sa, non è casuale (o, sovente, non dà l'impressione di esserlo). In un pomeriggio di pioggia nordica, ho deciso di leggere una pagina in più e questo è diventato il migliore romanzo incontrato nel 2011. Senza ombra di dubbio.

La vicenda, il contesto - anche letterario - e l'argomento sono datati. Hanno una loro collocazione precisa e vi sono fiumi di saggi esplicativi, cui attingere per commentarla. Ma i concetti che vi si esprimono, e la delicatezza con cui sono declinati, portano a mio avviso il marchio di una modernità assoluta e incontestabile, oggi più che mai. Di un futuribile, direi, e cristallino coraggio sociale. O quello di una scomoda universalità, che forse relega questo scritto in una retrovia per poche menti serene. Non so.

Queste, però, sono riflessioni a freddo. Voglio che qui emerga, invece, la sorpresa continua e crescente che ho provato nel rapimento dei concetti. Il piacere; puro. Lettura; rilettura; riflessioni libere; annotazioni. Un tripudio. E la sottile malinconia di fine libro; pure nella certezza che una sola parola in più avrebbe rovinato, annacquandolo, questo piccolo capolavoro. Ma anche l'equilibrio perfetto del monologo interiore; la cristallina sensibilità d'autrice (che, circa trentenne, descrive consapevolezze di un'età che non le appartiene); la lucidità spietata con cui i caratteri deprecabili, le attitudini peggiori di alcuni personaggi, non vengono stigmatizzati, bensì lasciati nudi, a denunciare sé stessi; lo stile, impareggiabile (oggi sconosciuto), di un simile atteggiamento, non solo letterario. Infine, e su tutto, la profondità del ragionamento sulla vita. E la meravigliosa condivisione di concetti tanto belli e naturali da definirsi, con imperdonabile errore, o con dolosa superficialità, “scontati”.

Una grandissima lettura.

PS - Vi sarebbe, certamente, tutto un discorso sociale da intavolare sul romanzo e sull'autrice; sul circolo di Bloosmsbury e l'amicizia con V. Woolf; sulla condizione sociale delle donne nel primo trentennio del '900; sul ritmo di una narrazione che potrebbe non essere recepito, oggi, e su tanti altri aspetti meno emotivi, più tecnici. Nulla che possa comunque migliorare il gradimento, o aumentare l'eventuale indifferenza, verso questo prodotto purissimo, e autonomo, di letteratura.




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La boutique del mistero

Autore – Dino Buzzati
Editore – Arnoldo Mondadori
Collana – Oscar narrativa – n° 214
Anno di pubblicazione – 1968
Pagine – 224

         La letteratura italiana del Novecento è miniera inesauribile di spunti universali. Un atteggiamento purtroppo diffuso è trascurarla, come conoscenza consolidata o dato acquisito. Il sistema scolastico, stanco e poco entusiasta, la illustra generalmente di corsa, poco prima dell'esame di Stato. Dopo, la si dà per conosciuta. Se ne afferma cioè il valore, spesso senza averla più esplorata a dovere. Può essere interessante riscoprirla, invece, se si cercano letture che regalino, al tempo stesso, evasione intelligente dalla realtà e consolidamento di princìpi.

         Nel 1968 Dino Buzzati operò personalmente una selezione dei suoi migliori racconti, per dare loro maggiore visibilità. Ne scaturì la pubblicazione di “La boutique del mistero”, che resta uno dei migliori libri di narrativa breve mai prodotti in Italia, dal dopoguerra a oggi. Nei 31 “quadri” scelti è dipinto un campionario unico di surrealismo delicato e devastante, figlio di un'inventiva sottilissima, che lascia spesso esterrefatti. A leggere oggi questi racconti, si comprende come la ricerca letteraria di un intreccio strabiliante non valga quasi mai il sapore di una storia ordinaria, credibile e ben raccontata, cui il lettore si possa facilmente rapportare; soprattutto se, come qui avviene sempre, un accadimento emblematico o una consapevolezza arrivino improvvisamente a cristallizzare i vari comportamenti umani, le paure, i difetti, o i mille piccoli dubbi che si agitano nella nostra testa. Ugualmente preziosa, divertente per la lettura, risulta la delicatezza sapiente di un autore che non si erge mai a giudice esplicito, ma porge la sua intuizione al lettore, per il suo divertimento, e tace un attimo prima di giungere a “la morale”. Così che a ciascuno resti il sottile piacere d'intuire e riflettere. Delizioso verificare come ognuna di queste bellissime piccole storie ti accompagni sobriamente all'interno di te stesso e ti lasci poi là, con le ruote del pensiero ancora in movimento.

         Mi piace, tra tutti, segnalare "Inviti superflui" come una vetta assoluta di perfezione, raramente raggiunta da altri.

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NEMICO, AMICO, AMANTE...

Autore – Alice Munro (Traduttore – Susanna Basso)
Editore – Einaudi 2005
Pagine – 315
ISBN13 – 9788806174682

Una caleidoscopia dell'intimo, principalmente femminile. Nove racconti soffusi; splendidi. Eccellente tratto d'autore; tanto garbato e naturale da risultare perentorio. Più che su un banale “risentimento di ruolo”, qui tutto ruota intorno al mistero della “percezione del sé”, centrale al punto da togliere importanza, con progressione inavvertibile, alle vicende, volutamente ordinarie, di cui si narra con ariosa tranquillità descrittiva. Ciò che all'inizio della lettura appare come una sorta di minimalismo estetico, si rivela essere la misura esatta dell'Arte di questa grande scrittrice. Non è l'avvenimento eclatante a modificare la nostra esistenza, quanto piuttosto la determinazione che abbiamo a essere noi stessi. Non il paragone frustrato con gli altri, ma l'improvvisa complicità con lo specchio; la franchezza del dialogo interiore; fino alla determinazione, spesso taciuta, che prelude i fatti. La magia ineffabile della consapevolezza è quindi cardine narrativo; sospensione; attesa e, infine, meraviglia lasciata al lettore, in quel vuoto che segue il punto finale. Ogni volta. Il tutto in un tessuto di tagli sapienti; andate e ritorni tra realtà, ricordo, e aspettative che costruiscono il dramma. Per lasciare spazio al lettore, ma non lasciargli scampo. Nessun elogio è sprecato.

POSTILLA (dedicata a chi, oltre il commento, desideri riflettere su qualcosa in più e abbia il tempo per farlo).

Μίμησις βίου (Imitazione della vita).
Leggendo altri commenti a questo capolavoro, mi hanno colpito due aspetti: il paragone con alcuni maestri della letteratura di ogni tempo (Checov e James, per dirne due) e la diversità, in qualche caso manichea, di reazioni e di gradimento alla lettura.
Una delle idee che ha sempre guidato la poetica greca, da Omero ai tragici, è che la parola possa suscitare piacevolezza, diletto (hedonè), sull'uditorio. Seppure parlando di poesia, ma riferendosi più in generale all'Arte, il filosofo Gorgia, già nel V sec. a.C., diceva: «Tutta la poesia io considero e definisco discorso in forma metrica. In chi l'ascolta s'insinua un brivido di paura e una compassione che induce al pianto; e un desiderio intenso che tende al dolore, dinanzi alla sorte felice o avversa di persone estranee. A opera della parola, l'anima prova come proprie le altrui emozioni... L'incanto divino della parola desta il piacere e allontana il dolore: immedesimandosi con l'opinione dell'anima, il potere di incantamento la ammalia, la persuade e la trasforma con la sua magia». Circa un secolo dopo, Aristotele avrebbe scritto: «Il poeta (tragico) deve procurare per mezzo della mimesi il piacere che destano la pietà e il timore...», ove per Mimesi s'intenda l'imitazione della forma ideale della realtà, da parte dell'arte.
Nella poetica della Mimesi, vera e propria estetica dell'esecuzione, l'orizzonte di attesa dell'uditorio è quindi una componente primaria. Oggi, trascorso qualche anno da queste formulazioni, l'orizzonte di attesa dell'uditorio è un po' cambiato. Le forme della rappresentazione sono infinitamente più complesse e incisive, così come l'abitudine dell'uditorio stesso a una meraviglia sempre nuova. E sempre più distratta. Nel tempo, l'evasione dalla realtà si è sostituita all'ancestrale necessità di comprensione. Le componenti oniriche e fantastiche, che un tempo risolvevano questioni imperscrutabili, oggi sono richieste come additivo; indispensabili alla percezione di svago.
Comprensibile quindi, seppure insolita da osservare, la diversità di reazioni nei commenti, riguardo a questo libro. Chi cerchi nella lettura una distrazione, un trasporto di fantasia, per legittimamente evadere dal proprio intimo intrico quotidiano, qui non trova sollievo, bensì reiterazione di peso. Chi invece senta ancora l'urgenza di intellegere la realtà che sta vivendo; di confrontare la propria percezione con l'altrui, e da ciò tragga sollievo, piacevolezza, diletto e ispirazione, qui trova uno specchio accuratissimo delle dinamiche interiori. Nessuna meraviglia che molte donne, riconoscendosi nude tra queste righe, non amino proseguire la lettura.
Ritengo che la formazione classica della Munro, evidente da alcuni riferimenti in questi stessi racconti, abbia avuto un peso preponderante nella sua scelta artistica. Il suo garbo, tutto anglosassone, ricorda sì, lontanamente, l'allusiva impudicizia di H.James, condita da un'altissima sensibilità sociale; ed è vero che si fa un uso quasi estremo del reale, proprio della lezione di Checov. Tuttavia mi sento di dire che la misura dell'Arte (perché - finalmente un contemporaneo - di Arte qui si tratta) della signora Munro vada piuttosto ascritta a un geniale, perché semplice, recupero di un canone classico, seppure trasposto su un piano intellettivo di maggiore attualità. Quale terreno migliore, a questo scopo, del piccolo quotidiano esistere?

Una noticina sulla traduzione.
Si tratta di una buona traduzione, rispettosa e lucida. E' un vero peccato, tuttavia, percepire qua e là tra le righe una “fretta” commerciale, propria solo della nostra editoria, cui anche il traduttore più bravo, suo malgrado, è obbligato a soggiacere. Il mercato, ahimè, governa solo la fretta, e in questo travolge quel poco di arte che andrebbe trattato con maggiore rispetto, per seminare un futuro diverso dal vuoto.
Ma, come sempre, è un'opinione personale.

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