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Raymond Carver
Principianti
Trad. It. Riccardo Duranti
Einaudi, pp. 290, € 12

           

        Nella sua breve esistenza, soli cinquant’anni, Carver ha sofferto moltissimo di crisi alcoliche. Molto tempo lo ha passato in cura, contro l’alcolismo che lo attaccava.

Sorprende, allora, vedere come nei suoi libri (non solo in Principianti) l’alcol, problemi legati ad abuso di alcol e crisi di questo genere, siano molto presenti.
C’è quasi sempre, nei suoi racconti, una bottiglia di qualcosa, rum, gin, vodka… Quasi a voler esorcizzare il problema personale con l’alcol.
Principianti è il secondo volume di racconti del compianto scrittore americano, nella loro forma originale. Infatti tali racconti – come molti altri – furono stravolti e modificati dall’editor di Carver, Gordon Lish (in fondo al volume edito dalla Einaudi vi è anche una serie di lettere di Carver a Lish, dove si può comprendere bene il tipo di rapporto che c’era fra i due).
Nel 1981 questi racconti, tagliati e modificati da Lish, furono editi sotto il titolo: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, che era anche il titolo (modificato) del penultimo racconto, ed una frase interna proprio a quel racconto che Carver, in origine, aveva chiamato Principianti.
            Oggi ne è possibile leggere l’originale, grazie al grande lavoro del curatore e traduttore Riccardo Duranti.

I racconti.

Non è il primo libro di Carver che ho letto, e quindi avevo già alcune aspettative precise.
Alcune sono state soddisfatte, ma in realtà qualcosa di più mi ha spiazzato: la maggiore fluidità dei racconti, il timbro e la decisione narrativa (Carver sa sempre dove deve portarti la storia). Effetti del testo originale, credo.
            In questi racconti il lettore ritrova dei lampi di genio straordinari, all’interno di scene di vita apparentemente normali e semplici, ma che nascondono in sé qualcosa di oscuro e problematico.
In ciò sta, a mio avviso, la bellezza di questi racconti: qui viene narrata, sotto mille sfaccettature e in mille rivoli, la vita. La quotidianità della vita, fatta di ricordi (come nei racconti: L’avventura, Principianti e Dummy) che segnano un’esistenza, modellata e sfruttata dall’amore che dà e prende (come in Una cosa piccola ma buona).
E allora ci si accorge che le vite qui raccontate non sono a-normali, non sono semplici all’apparenza ma oscure in verità. Queste sono vite vere, molto più frequenti di quelle senza problemi.

Domande nascoste.

            Forse per “deformazione professionale”, o non so perché, ma ricerco sempre nei libri spunti per il pensiero. E cosa meglio delle domande può stimolarlo?
In L’avventura e Principianti (i migliori due della raccolta, a mio gusto) le domande del lettore nascono, a flotte. Ed anzi, spesso si incastrano e si intersecano a quelle poste nel testo.

Ma quando si tratta di parlare della vita non è facile trovare risposte. Ci si sente spesso non pronti, non esperti; come dice Herb in Principianti: «In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? – ha proseguito Herb. – E quel che dico, be’, lo dico davvero, se volete perdonarmi la franchezza. Ma, secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore». (p. 235)

Ci si sente impreparati e principianti di fronte all’imponderabile (come in Con tanta di quell’acqua a due passi da casa) e a ciò che succede, volenti o nolenti: «Fino a quel momento era riuscito a non subire alcune danno serio da quelle forze che sapeva esistenti e in grado di menomare o rovinare un uomo, appena la fortuna fosse girata e le cose avessero preso d’un tratto un’altra piega» (p. 74).

            I personaggi di Carver sfuggono ad una definizione del volto, si nascondono dietro questa prosa forte e decisa. I passaggi parlati sono chiari, schietti, come in una conversazione sempre decisiva, sempre spinta verso altro, verso l’esterno di un problema.

Perché parla, bene, della vita, Carver va letto.

Preferibilmente in questa veste originale e pura.

Come la vita.

Voto: 5/5



 





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