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Philip Roth
Nemesi
Trad. it. Norman Gobetti
Einaudi – Numeri Primi
pp. 183 ; € 13

Ebbene lascia.
Sì, Philip Roth smette di scrivere. È notizia del mese scorso.
L’ultimo romanzo, allora, è questo: Nemesi.
            Non certo lascia perché non abbia più idee, oppure perché la penna ha finito l’inchiostro.
Ne sono convinto, e dico ciò perché Nemesi si presenta come un libro importante, che non ha nulla di scontato e che lascia a bocca aperta.
La scrittura d’acciaio di Roth – come la definì un mio amico, che mi spingeva a leggere qualche romanzo del nostro – ancora c’è. C’è da sempre, e sempre ci sarà, in questi gioielli a forma di libro.
Non c’è nulla che non sia calcolato dallo scrittore, al quale (la vogliamo chiamare – anche – esperienza?) sembra essere tutto sotto controllo.
Una lettura attenta e attiva di questo libro, ti fa percepire la sicurezza di colui che dirige la grande nave della storia narrata. Ed anche la certezza che tutto ciò che accade e avviene nella scena è mirato.
Ad esempio: la straordinaria capacità di inserire nuovi personaggi nella trama, con un bagaglio di conoscenze riguardo al soggetto, che vengono elencate in poche frasi. Ciò permette al lettore di capire ed interpretare la scena, e permette altresì allo scrittore di dire tutto ciò che ha in mente, con infallibile maestria.

Cos’è Nemesi?

Nemesi (in greco Nέμεσις) era, nell’antica Grecia, una divinità. Un Dio che personificava una potenza, e tale potenza era quella di ristabilire l’ordine dopo un momento di caos.
In Eschilo Nemesi è già presente in forma scritta, ed essa rimodula al pareggio «tutto ciò che è di troppo», sia nel bene che nel male. Perché – come dice Solone ne I sette sapienti - «nulla di troppo».
Col passare delle epoche il termine in parte muta, ed in Aristotele esso sta a significare anche una certa forma di indignazione per l’ingiustizia. Ma verrà intesa anche come un necessario svolgimento del destino, fino ad una sostanziale soluzione di equilibrio nella vita, senza eccessi né nel bene né nel male.
            Questo preambolo per dire che Roth ha bene in mente tutto ciò che gira intorno alla nozione di Nemesi.
Egli conosce bene la genealogia di questo vocabolo, e lo sfrutta come indicatore di massima dello stato interiore del protagonista Mr Bucky Cantor, animatore di campo giochi per bambini, nell’estate del 1944, a Newark, in New Jersey, durante la straziante Seconda Guerra Mondiale, ed in mezzo ad una gravissima epidemia di polio.
La polio comincia, piano piano, ad entrare anche fra i tanti bambini del campo giochi del quartiere ebreo di Weequahic.
La polio perseguita Mr Cantor, sia nella testa che nel corpo, che nelle sue maniache ossessioni di colpevolezza.
La profonda impotenza «contro la forza delle circostanze» (p. 100) e la «tirannia delle contingenze» (p. 158) mettono ko Mr Cantor. Lo svolgersi del suo destino è una presa di coscienza, dolorosa e toccante, delle proprie responsabilità.
Egli farà di tutto per «trasformare la tragedia in colpa» (p.173), nel fluttuare evidente della vita, che non ha pietà per nessuno, spesso lasciando vivi gli uomini all’esterno, ma uccidendoli dentro, con la scusa di una feroce responsabilità.
            Nemesi è parte integrante dell’ineluttabilità del destino, tutto poi è ricondotto all’equilibrio. Ma perché Nemesi possa ristabilire l’ordine c’è bisogno che ad un certo punto vi sia il caos. E quel caos, in alcuni casi, distrugge tutto ciò che colpisce.

Il vaso di coccio
            La vita di Mr Cantor è questo vaso di coccio che sembrava d’acciaio, è il simbolo di un’esistenza piegata su se stessa, trafitta da dolore e che ripudia l’amore, unica forma di sopravvivenza.
            Nemesi è un romanzo ad alto contenuto filosofico. È un libro buono per chi vuole pensare. Dove anche Dio, per molti certezza intoccabile, è messo sotto accusa, per comprendere e giustificare – se si può – il dolore.

VOTO: 4.5 / 5



Photo by: Saverio Mariani [ALL RIGHTS ARE RESERVED]

 





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