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Io sono il Libanese 
Giancarlo De Cataldo
Einaudi Stile Libero Big, pp. 131
€ 13


La Banda della Magliana è stata molto di più che una semplice banda di spacciatori e ricettatori. 
La Banda della Magliana è stata, nella storia degli anni '70, '80 e '90, una pedina fondamentale del potere oscuro italiano. 
Giancarlo De Cataldo, magistrato alla Corte di Assise di Roma, nato a Taranto, classe 1956, ha operato una funzione storica, prima che letteraria, scrivendo (nel 2002) Romanzo Criminale, la storia - romanzata - della Banda della Magliana, dalla quale sono stati tratti il film e la serie tv.
Il rischio è stato quello di rendere mitici i personaggi descritti in Romanzo Criminale, e di non rendere giustizia agli eventi che la Banda romana ha provocato, comprese morti e devastazioni. 
Chi ha letto, ed anche visto film e serie tv, Romanzo Criminale con gli occhi di uno storico, alla ricerca del passato del proprio paese, deve rendere l'onore delle armi all'opera di De Cataldo. Io sono il Libanese è il prequel di Romanzo Criminale, che descrive le prime avventure del Libanese, protagonista incontrastato della Banda.
Il Libanese, in queste 131 pagine, è un "delinquentello", mostra le prime crepe del proprio animo, pronto a delinquere e a guardare dritto in faccia la malavita, innamorandosene, capendo che quello era l'approdo necessario della sua sgangherata adolescenza. 
Neanche l'infatuazione con Giada modificò a fondo la sua personalità, una ragazza della Roma bene, amica di un Artista troppo alternativo, per il reazionario Libanese, per potergli essere simpatico. Qualcosa, però, scuote l'anima di questo duro. Così come anche in Romanzo Criminale, qualcosa scuote l'anima del Libanese e di altri protagonisti, tipo il Freddo o il Dandy. 
Arrivando velocemente alla fine del libro (Io sono il Libanese si legge in un soffio, trasportati da una storia che lascia sempre spazio per una novità che deve venire), il duro Libanese si dimostra un ragazzo difficile, contrastato al suo interno, ma mai pienamente soddisfatto delle proprie azioni. Eppure è costante nel proprio agire, con l'intenzione - forse megalomane - di diventare il Re di Roma.

Ho già detto della capacità del libro di essere letto d'un fiato. De Cataldo scrive in modo molto conciso, senza molti giri di parole, anche forse per rendere scarna la narrazione di vite che sono a loro volta scarne e solitarie. Di quella solitudine che lacera dentro, e non quella solitudine costruttiva dei grandi personaggi. 

De Cataldo ci mostra il male, per difendere - senza dimostrarcelo evidentemente - il bene, che in realtà difende ogni giorno col suo lavoro di magistrato.

Ecco, un'ultima cosa: dove trova il tempo per scrivere? 

ps. Ultimissima cosa: menzione speciale alla copertina, dove si trova un particolare dell'opera Grande nero cretto, di Alberto Burri, 1977. Splendida, nel suo enigma profondo.

VOTO: 3/5


 





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