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Il rumore dei baci a vuoto
Luciano Ligabue
Einaudi – pp. 169

            La narrativa breve è un genere letterario al quale dedico la mia lettura con una certa frequenza, ed un interesse molto alto.
Sono sempre più convinto (via via leggendo) che il racconto sia una piccolissima finestra su un mondo, è difficile che in un racconto si parli di tutta la vita del personaggio o dei personaggi. Si volge lo sguardo un attimo lì, si guarda dentro quel piccolo cono di luce e poi si chiude.
Trovare qualcosa in quel piccolo spazio sta a noi, semplici lettori. E forse, magari, anche trovare quel qualcosa che l’autore ci ha lasciato dentro.
            Questa breve presa di coscienza, a mio avviso, è il modo migliore per intraprendere la lettura di un libro davvero bello, vivo, che lascia il segno: Il rumore dei baci a vuoto, di Luciano Ligabue, famoso cantautore emiliano.
Questi tredici racconti hanno il sapore di un sorriso, l’effetto sconcertante degli eventi esterni, la dolcezza e l’amarezza contemporanea delle cose.
Ligabue si cimenta in un genere letterario che aveva già esplorato con Fuori e dentro il borgo, ma che poi ha abbandonato per scrivere un romanzo (La neve se ne frega) ed una raccolta di poesie (Lettere d’amore nel frigo).
Per chi conosce il Ligabue cantautore e andrà a leggere questi racconti troverà una sottile linea comune che lega un po’ tutta la sua produzione. In effetti anche le sue canzoni sono canzoni di vita, fatte di carne e sangue, dove l’amore è reso il vero contraltare della morte (L’amore conta), dove a Dio è chiesto un momento, per potergli porgere qualche domanda (Hai un momento Dio?), dove l’icona di un’epoca rimane sempre la stessa, e ti aspetti sempre qualcosa di speciale da lui (Marlon Brando è sempre lui)…
Questi racconti hanno proprio queste caratteristiche. Vogliono portarci dentro qualche vita, vogliono darcene un piccolo affresco.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Ligabue ci porta nello sconquassamento emotivo di un padre che, in macchina con il proprio figlio, uccide un gatto, un altro essere vivente come lui. Ne La puzza non passa ci racconta l’esperienza e le convinzioni di un periodo, transitorio, nella vita di una star. Ma poi si torna alla gente comune, a chi si alza ogni mattina per andare al lavoro (Isola verde) e tiene botta – come ama dire Ligabue – davanti ai problemi, anche se spesso i problemi sembrano insolubili e bastardi. E spesso non hanno via d’uscita se non l’istinto, se non il tentativo in cui si spera (L’estate più calda fin qui).

            Non voglio andare oltre a descrivere i temi dei racconti, semplicemente perché vanno assaporati durante la lettura, che risulta scorrevole, senza orpelli inutili, a volte molto dialogica e riflessiva.
Ligabue ha subìto, di sicuro, l’influenza di Raymond Carver (di cui ho già parlato qui), maestro assoluto nella scrittura dei racconti. Ma Ligabue, per scrivere questo libro, ha sicuramente subìto l’influenza della sua curiosità e profondità, che lo hanno contraddistinto (soprattutto musicalmente) da molti altri artisti della scena italiana.
Il rumore dei baci a vuoto ne è la conferma.



Ps. Una menzione speciale alla copertina del libro: la trovo enigmatica, bella, da far pensare.


 





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