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Il memoriale della Repubblica
Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano
Miguel Gotor
Passaggi Einaudi
pp. 642 - € 25


Una Renaul 4 rossa, con i primi due numeri di targa N5.
Via Caetani, Roma. Seconda traversa a destra, di via delle Botteghe Oscure.
A due passi dalla sede del PCI. E tre passi da quella della DC.
9 maggio 1978. Il corpo dell’onorevole Aldo Moro è lì, come le Brigate Rosse avevano annunciato in una telefonata drammatica.

55 giorni di prigionia. 55 giorni nei quali Aldo Moro (presidente della DC, già ministro degli Esteri e Presidente del Consiglio, firmatario del famoso compromesso storico con il PCI guidato da Enrico Berlinguer) ha scritto molto, forse – ed anche - «per vincere l’angoscia, per razionalizzare l’assurdo, per resistere al vuoto» (p. 504). Aldo Moro, durante la prigionia, risponde alle domande dei suoi rapitori. L’interrogatorio è lungo e sfibrante, le Brigate Rosse vogliono conoscere i Segreti di Stato, e le manovre politiche internazionali e nazionali, che hanno incastrato sempre di più l’Italia in una condizione di egemonia politica e culturale facente capo alla DC, fedelmente ancorata al Patto Atlantico e al blocco occidentale.  

Aldo Moro, in realtà, come spiega bene lo storico Miguel Gotor fu l’unico uomo politico della DC che provò ad allargare i confini politici del governo democristiano (cfr. pp. 526 – 542), fino al punto di coinvolgere Berlinguer e il PCI all’interno del così detto governo di solidarietà nazionale, dopo le elezioni del 20 giugno 1976.

Ma torniamo alla prigionia dell’uomo politico.
Quei 55 giorni sono ancora oscuri, trent’anni dopo. Come sono oscure – o meglio sono molto più chiare dopo il grandissimo lavoro confluito in questo straordinario libro di Gotor – alcune delle vicissitudini che le carte Moro hanno subìto. Proviamo a ricordare qualche passaggio.

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro viene rapito da un commando armato delle Brigate Rosse in via Mario Fani. I lunghissimi 55 giorni della prigionia dell’onorevole Moro sono estenuanti, fatti di veti incrociati a livello politico, e distruttivi per l’ostaggio.
Le BR il 10 aprile 1978 rendono pubblico uno scritto su Taviani (eminente uomo politico DC, avversario all’interno dello stesso partito di Moro), nel quale il prigioniero risponde a delle domande ben precise da parte dei suoi carcerieri.
Il 19 aprile le BR scattano la famosa foto di Moro con in mano una copia de La Repubblica di quel giorno.
Il 9 maggio, come già ricordato, Moro è ucciso e lasciato, inerme, nel cofano della Renault 4 rossa, in via Caetani, che è passata alla storia.
Subito dopo la morte dell’onorevole si comincia ad indagare sulla vicenda, ed il governo italiano (guidato da Giulio Andreotti) si affida nelle mani del generale Dalla Chiesa, che viene investito di enormi poteri a capo del pool antiterrorismo dell’Arma dei Carabinieri.
Dalla Chiesa e suoi uomini il 1° ottobre 1978 irrompono in via Monte Nevoso, Milano. Lì vi è un covo brigatista. E lì sono presenti le famose carte di Moro. Tali carte erano oggetto di un dibattito estenuante, che Gotor racconta con massima chiarezza, ed erano oggetto di paura, per gli uomini politici che venivano citati e per le rivelazioni effettuate. Si arriva al punto da dire che, durante il rapimento, si pensava che «prima bisognava recuperare le carte di Moro e poi provare a liberare il prigioniero, l’inverso non era possibile perché così imponeva la ragione di Stato nella sua massima e coattiva espressione, quella che intreccia il vincolo nazionale alla dimensione internazionale» (p. 29).
Ed infatti il governo italiano rende pubbliche, solo il 17 ottobre 1978, alcune delle carte di Moro (si scoprirà poi che erano solo alcune) in formato dattiloscritto, quindi non autenticate dalla firma dell’onorevole.
Ne nasce un intrigo enorme, che intreccia vari sottopoteri nazionali ed internazionali, giornalistici e di rivendicazione militare. Gotor nelle pagine centrali del libro analizza tutto il travaglio delle carte di Moro, fino a giungere alla conclusione che quelle carte furono doppiamente manomesse e censurate. E da parte politica e da parte militare.
Ciò risulta evidente quando il 9 ottobre 1990 dall’appartamento di via Monte Nevoso emergono (nascoste in una intercapedine sotto ad una finestra) altre carte del memoriale di Moro. Questa volta sono in fotocopia di manoscritto, e questa volta la portata politica (però con ben 12 anni di distanza) è fortissima.
In realtà quelle carte erano già state lette da qualcuno, e Gotor ci spiega chi ed in che connessione, che però non le ha rese pubbliche, attendendo che il tempo avesse giocato il suo ruolo nell’oblio e nella trasformazione dei quadri internazionali.
Da una lunga serie di analisi e di controlli in contro-luce delle parole dette dai protagonisti di questa storia, durante gli anni, Gotor può affermare con modesta certezza che alcune delle carte del Memoriale, sono però ancora nascoste. Chissà dove, chissà perché. Il così detto ur-memoriale è ancora sottoposto a censura, da qualche occhio che ha letto e non vuole far leggere a tutti. 


Pensare di riassumere tutte le tesi che Gotor porta con evidenza a dimostrazione in questo testo è qui impossibile. Le informazioni contenute nel libro, la sua enorme capacità di attrarre il lettore ed una scrittura fluida e còlta, sono motivi validi perché il libro debba esser letto. Si deve aggiungere, a ciò, che questa storia raccontata è una storia che ci riguarda da vicino. Molto più da vicino di quanto si possa pensare.
Perché il lavoro dello storico Gotor, al quale vanno i miei, personalissimi, complimenti, non è solo sul caso Moro, ma è sulla vicenda italiana dal rapimento Moro in poi. Su ciò che siamo stati e su ciò che siamo, sul potere che ci ha governati e su quello che ci governa, fedele alla «morale della favola, ossia che la storia è sempre anatomia del potere» (p. 95).
Il memoriale di Moro, infatti, viene inteso – come dice il titolo – come Memoriale della Repubblica, perché «in questa sua peregrinazione dal terrorismo allo Stato, dalla sovversione alle istituzioni risiedono l’anomalia e il fascino ermeneutico di questo testo in grado di consentire, proprio in virtù di tale eccezionale percorso, uno studio sull’anatomia del potere e sull’energia della politica di carattere trasversale e continuo fra ambiti in teoria tanto differenti. Un percorso che nei suoi contatti, e persino intrecci, riflette una condizione strutturale delle classi dirigenti e della vita italiana nel lungo periodo: in questo senso esso è il memoriale della Repubblica, la sua perspicace metafora storica» (p. 507).

VOTO: 5/5



Sotto la graditissima risposta, tramite twitter, di Miguel Gotor alla recensione.

 





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