Immagine
Che cosa vuol dire morire
A cura di: Daniela Monti
Interviste a: Remo Bodei, Roberta de Monticelli, Vito Mancuso, Giovanni Reale, Aldo Schiavone, Emanuele Severino.
Einaudi Stile Libero
pp. 172

            In questo ambizioso – e allo stesso tempo prezioso – libro, del 2010, la curatrice Daniela Monti (laureata in Filosofia a Venezia, e caposervizio al Corriere della Sera) ha raccolto sei lunghe interviste, a sei importanti personalità della cultura italiana. Un famoso storico (Schiavone), un teologo un po’ fuori dall’ortodossia (Mancuso), e quattro filosofi, tutti studiosi di ambiti differenti.

Gli spunti, e le osservazioni che nascono dalla lettura di queste pagine sono sterminate. Le riflessioni che possono nascere ti portano in un vortice (chi studia per necessità questo lo sa) che ti prende dentro, portandoti sempre di più nella luce.

            La prima impressione di molti lettori davanti al titolo di questo libro, immagino, può essere di difficoltà. Ed è legittimo. Il tema della morte è un tema molto difficile, pauroso, spaventoso. Ma in realtà, se ci pensate bene, estremamente umano (Seneca nello spiegare questo è un maestro, in alcune delle Lettere a Lucilio, che ho personalmente studiato molto a lungo).
Il libro si propone proprio di far questo, di stabilire un contatto, un dialogo, una testa di ponte, verso questo pensiero che vorremmo rigettare, e che pensiamo sia la profonda negazione della vita. Perché è così che è stata concepita la morte, come annichilimento, come annullamento dell’esistenza. E considerando così la vita il nostro bene primario non possiamo che vedere nella morte: il male.

            Il grande segno di contraddizione all’interno dei, pur interessanti, discorsi fra gli intervistati, è quello di Emanuele Severino, filosofo bresciano nato nel 1929, è definito da molti come l’unico vero filosofo del ‘900, dopo Heidegger. (Qui potete leggere il resoconto di una sua, straordinaria, conferenza che personalmente seguito.)
Mi concentrerò, allora, solo sulle parole dette da Severino, a Daniela Monti.

            Severino ritiene, sulla scia della tradizione che vede nascere la filosofia nel V-VI secolo a.c. in Grecia, che la filosofia sia un rimedio, un rimedio al dolore. E al più grande dei dolori: la morte.
Infatti: quando Aristotele (grande filosofo greco del III secolo a.c.) scrive nella sua Metafisica che la filosofia è nata dal thaumazein la tradizione occidentale ha inteso questo termine in senso positivo, traducendolo con meraviglia, stupore. Ma, dice Severino – non qui, ma in altri suoi illuminanti scritti -, che in realtà thaumazein in greco antico indicava lo stupore, sì, ma anche in senso negativo. Ed il passo è breve, tra uno stupore negativo, e la paura.
Quindi, secondo Severino, la filosofia nasce come rimedio per la morte, come un sapere certo ed incontrovertibile (la Verità) che possa rimediare, perché ne comprende le cause e lo spiega, al dolore che la morte genera. E quindi, dall’altra parte della medaglia, cerca di spiegare la vita, e tutto ciò che governa il nostro esistere.

Il lettore attento avrà trovato un’assonanza. Anche ogni pensiero religioso tenta di rispondere agli stessi quesiti, mediante una via diversa, però, come spiega da sempre Severino. La religione intende porre al di fuori del mondo la spiegazione a questo male (si muore perché è necessario per oltrepassare questo mondo fisico, e approdare nel regno dei cieli), la filosofia – intesa in modo antico, greco, contrapposta alla religione, e al mito (prime forme di spiegazione della vita e della morte) – ricerca qualcosa di più: ricerca la Verità, l’epistème (ciò che sta sopra, che si tiene da sé, in greco), ciò che è incontrovertibile.

            Severino in queste pagine racconta di come, nel corso dei secoli, il rimedio si sia modificato, spostato in vari luoghi del sapere, ma sia stato sempre oltrepassato. Non si è mai approdati ad un porto sicuro, come è la Verità, perché la Verità sembra paradossale (pensate a quanto sia reale questa affermazione!). Anche la scienza e la tecnica stesse (attuale rimedio in voga, dice giustamente Severino) che ci illudono di poter controllare tutto, ed avere tutto alla nostra portata, si sono rese conto di essere un «sapere ipotetico-deduttivo, e non credono più di raggiungere una verità intesa come sapienza definitiva e incontrovertibile» (p.143).

            Avendo riaffermato la centralità della filosofia intorno a questa tematica, Severino ci spiega anche che ciò è comprovato dal fatto che, la morte, è sempre di più anche una questione di dominio pubblico. Pensiamo al tema dell’eutanasia, dell’aborto, del fine vita, dell’accanimento terapeutico, etc…
La filosofia, che – ripetiamo – deve, per sua natura, ricercare un sapere definitivo e incontrovertibile, è l’unica a potersi interrogare sulle questioni che stanno alla base di queste prospettive che si intersecano nella società. «Si fanno domande di questo tipo: è bene il prolungamento artificiale della vita di chi si trova in stato vegetativo persistente o alle prese con una sofferenza insopportabile? Chiediamo a nostra volta: ma che significa bene? La nostra cultura è in grado di dire che cos’è bene? […] Oggi la nostra cultura non è in grado di evitare di essere un asserire dogmatico che vuole che le cose e il mondo stiano in un modo invece che in un altro. Quindi un gesto arbitrario, quindi da ultimo violento» (p.145). Perciò, per oltrepassare questa situazione di dogmaticità, di stallo, di uno contro l’altro, è la filosofia, dice Severino, che deve discutere e affrontare questi temi, perché è per mezzo della ricerca della Verità che si può procedere oltre il prender parte, senza discussione. E quindi si può oltrepassare lo schema – finora vincente – della forza che si impone sull’altra, e che, in quanto “vincitrice”, viene chiamata verità, giustizia e bene. Ma in realtà stabilitasi con un atto di forza sulle altre visioni del mondo.
Per uscire da questa contrazione (e qui vi sono anche ricadute politiche, che non tocco nemmeno, però) si può solo che mettere in discussione lo schema. Ed è qui, dice Severino, che «la modestia da parte della filosofia è fuori luogo» (p. 146).
Quindi non dobbiamo avere timore di dire, con le parole poetiche e suadenti di Severino, che la filosofia è «il sommo rimedio […]. E il rimedio non è la liberazione tecnica dalla morte (ovvero il non morire, ndr), ma una sapienza che i Greci per primi portarono alla luce chiamandola Filosofia» (p. 148).

            Arrivati a tal punto una qualsiasi persona potrebbe, giustamente obbiettarmi che in primo luogo la filosofia non è un fatto di dominio pubblico, sembra un sapere complesso, difficile, lontano dalla quotidianità; ed in secondo luogo che non ho ancora espresso cosa la filosofia ci dice intorno al tema della morte.
A queste due giuste obbiezioni risponderei così: è vero che la filosofia non è un fatto di dominio pubblico, non lo è mai stato, e forse mai lo sarà. Per vari motivi, uno su tutti – risponderebbe anche Severino - è che non tutti gli uomini hanno il coraggio di indagare il vero senso del mondo. Ci vuole molta forza di volontà per domandarsi, onestamente, come è fatta questa realtà in cui viviamo. E poi è bene ricordare che: «le cose decisive non sono a fior di pelle, non stanno al balcone dove qualsiasi passante le può vedere. Stanno nel sottosuolo che, se non ci fosse, qualsiasi passante cadrebbe nel vuoto» (p. 150). Ciò non significa, per Severino, che la filosofia sia per pochi. Anzi «il contenuto del filosofare è ciò che noi siamo nel profondo e che certo è difficile portare alla superficie, ai balconi, alle finestre» (p. 150), per il motivo del coraggio, a cui accennavo precedentemente.
Alla seconda obbiezione risponderei che la filosofia ha cercato di dare molte risposte alla domanda che anche la Monti fa a Severino: Cosa vuol dire morire?.
Severino risponde in modo molto articolato, facendo riferimento a delle conoscenze pregresse rispetto ai suoi scritti e al suo sistema filosofico.
In buona sostanza Severino ritiene, in modo davvero altisonante, contrario al pensiero comune, che ogni ente (cioè ogni cosa che è, nel mondo) in realtà non sia finita, temporanea. Ma eterna.
L’esposizione nel nostro campo d’esperienza sembra temporanea, ma non lo è. Ciò è possibile ritenerlo, semplificando in modo molto netto, perché è logicamente contraddittorio affermare che le cose provengano dal nulla, passino nell’essere, e tornino nel nulla. Il solo fatto di porre il nulla significa determinarlo, e determinandolo egli è qualcosa. Quindi tutto, sotto il velo dell’ignoranza che copre la vera essenza delle cose, ci sembra temporaneo, finito, caduco. Ed in realtà è eterno.
Anche noi, dice Severino, siamo eterni. «Siamo dei re, che si credono dei mendicanti», scriveva già in un testo fondamentale, Essenza del nichilismo.
            Tutto ciò comporta una cosa: la vertigine della morte, in realtà è una vertigine falsa. L’uomo, come ogni cosa, come un ricordo, come una penna, come il volo di un aquilone, come il discorso che farete, o che avete fatto, con un vostro vicino, è eterno. C’è da sempre, e per sempre. Si tratta solo di esperire o no la presenza di quel qualcosa. La morte ci sembra annullamento, in realtà è scomparsa, è un’uscita dall’esperienza.

            Con ciò Severino, né tanto meno io, vuole negare il dolore umano, che la morte comporta; quel senso di manchevolezza che la morte – naturalmente – ci fa percepire. Ma la morte, come ogni cosa, va ripensata, secondo le categorie della ragione, quindi secondo le categorie proprie della filosofia.


PS. Vorrei chiudere questo lungo (forse troppo) post spiegando perché ho scelto di scrivere questo, appunto, lungo post, su questo libro.
Ho fatto della filosofia una cosa molto importante della mia vita, e sarei felice che questo intervento avesse potuto spiegare un po’ la mia passione.
La filosofia, ecco perché non posso farne a meno, ha a che fare con la vita. Perciò è imprescindibile.



 





Leave a Reply.