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A sud del confine, a ovest del sole

Murakami Haruki

Einaudi, pp. 204, € 17

Il fenomeno (editoriale e letterario) di Murakami è un fenomeno di portata eccezionale. Straordinario.
Per capire il perché di questo fenomeno (scoppiato ancora di più, e recentemente, grazie all’uscita di 1Q84, su questo sito già recensito), sono convinto che ci sia un’unica via da perseguire: leggere Murakami.

Ho già letto, e parlato qui, de L’arte di correre; ma dicevo già lì che mi trovavo di fronte ad un libro strano, fatto di momenti narrativi lontani, senza una trama romanzata. Si trattava di un diario sporadico, tutt’al più.

Questo libro, invece, è uno dei romanzi più letti di Murakami, ripubblicato ora da Einaudi (il libro è del 1992). A sud del confine, a ovest del sole è un romanzo molto psicologico, narrato in prima persona da Hajime, che in giapponese significa inizio. La vicenda umana di Hajime, si intreccia con il fatto di essere figlio unico, nella seconda metà del ‘900 – quando la tendenza era quella di avere, almeno, due o tre figli -, e con l’aver conosciuto una ragazza, anch’essa figlia unica, Shimamoto.
I primi due, brevi, capitoli parlano del rapporto umano fra Hajime e Shimamoto, entrambi dodicenni (è da notare l’età), in un paese di provincia. L’amicizia fra i due, ed il sentimento “nascosto” dell’amore l’uno per l’altro.
Si parla dei loro pomeriggi sul divano di lei, ad ascoltare dischi del padre (soprattutto Nat King Cole), e a tenersi la mano. Si riportano dialoghi, fra i due, sul futuro e sull’amore. Cose che nemmeno un trentenne riuscirebbe a dire, discorsi di una complessità che sono irraggiungibili per il 99% dei bambini di 12 anni di età.

Già a questo momento della lettura, mi è sembrato di essere dentro ad un quadro non realistico. Ma ho continuato.
Hajime incontrerà Izumu, al Liceo – dimenticandosi di Shimamoto, nel frattempo trasferitasi in un’altra città -, la amerà. E la ferirà, col tradimento. I particolari sessuali, sono ben descritti, nei minimi particolari. Probabilmente Murakami riteneva fondamentali i passaggi pratici dell’amore, per lo svolgersi della sua storia.

La storia, ora molto solitaria e triste, di Hajime continua a Tokyo. Lì studierà all’università, incontrerà sua moglie Yukiko, e cercherà di dare un senso alla propria esistenza. E forse ci riuscirà.
A Tokyo, grazie all’aiuto del ricchissimo suocero, Hajime aprirà due locali jazz, in città. Sarà in uno di quei due locali che rincontrerà Shimamoto.
Il resto del libro è incentrato su questo ri-incontro fra i due, fra i misteri dell’uno e dell’altra; in una costante alternanza di sensazioni positive e tradimenti dietro l’angolo.

Il finale, ovviamente, non vi sarà svelato da questa recensione. Anche perché avrei voglia di esprimere, due parole sul testo, sulla sua costruzione e sulla tecnica narrativa.

La lettura è molto piana, costante, non ha mai enormi sbalzi narrativi o dialettici. Se Murakami vuole creare un climax lo fa, piano piano, arrivandoci passo-passo. Ciò facilita la lettura, ma allo stesso tempo la rende un po’ troppo piatta.

I dialoghi, soprattutto fra Hajime e Shimamoto, dopo essersi ritrovati, sono pieni di sorrisi di lei. Cioè Hajime (narratore) ha un’ossessione nel dirci di che modalità era il sorriso di una eclettica e misteriosa Shimamoto. Troppo, eccessivo, a mio personalissimo gusto.

La storia sembra trascinata via, trasportata da un fiume rapido che vuole giungere alla conclusione, saltando molte fasi della storia. Un fiume quasi senza curve, senza anse.

Lo scavo psicologico su Hajime è superficiale e strettamente legato all’esperienza presente e passata. Non indaga mai a pieno le motivazioni antropologiche, sociali e culturali di certe scelte o di certi sentimenti.

Murakami, qui, mi è sembrato un po’ scialbo.
Forse le mie aspettative erano molto alte, aspettavo di trovarmi di fronte un gigante pronto a frantumare tutto, ed invece ho trovato un piccolo eremita che racconta storie al lume di candela.

Il mio giudizio, personalissimo e pronto ad esser criticato, ha bisogno – sicuramente – di affrontare altre letture di Murakami, che rimane, come si diceva all’inizio, un fenomeno letterario ed editoriale. Ma non certo un fenomeno di bassa lettura, come possono esserlo Volo o le sfumature. Murakami è letto ed apprezzato da molti lettori forti, come me, che hanno interessi eterogenei, è ovvio, ma che comunque hanno come riferimento un target letterario molto alto.

È ancora tutto da approfondire.
Per ora, però, non posso che dargli un’insufficienza.

Voto: 2/5



 
 
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Io sono il Libanese 
Giancarlo De Cataldo
Einaudi Stile Libero Big, pp. 131
€ 13


La Banda della Magliana è stata molto di più che una semplice banda di spacciatori e ricettatori. 
La Banda della Magliana è stata, nella storia degli anni '70, '80 e '90, una pedina fondamentale del potere oscuro italiano. 
Giancarlo De Cataldo, magistrato alla Corte di Assise di Roma, nato a Taranto, classe 1956, ha operato una funzione storica, prima che letteraria, scrivendo (nel 2002) Romanzo Criminale, la storia - romanzata - della Banda della Magliana, dalla quale sono stati tratti il film e la serie tv.
Il rischio è stato quello di rendere mitici i personaggi descritti in Romanzo Criminale, e di non rendere giustizia agli eventi che la Banda romana ha provocato, comprese morti e devastazioni. 
Chi ha letto, ed anche visto film e serie tv, Romanzo Criminale con gli occhi di uno storico, alla ricerca del passato del proprio paese, deve rendere l'onore delle armi all'opera di De Cataldo. Io sono il Libanese è il prequel di Romanzo Criminale, che descrive le prime avventure del Libanese, protagonista incontrastato della Banda.
Il Libanese, in queste 131 pagine, è un "delinquentello", mostra le prime crepe del proprio animo, pronto a delinquere e a guardare dritto in faccia la malavita, innamorandosene, capendo che quello era l'approdo necessario della sua sgangherata adolescenza. 
Neanche l'infatuazione con Giada modificò a fondo la sua personalità, una ragazza della Roma bene, amica di un Artista troppo alternativo, per il reazionario Libanese, per potergli essere simpatico. Qualcosa, però, scuote l'anima di questo duro. Così come anche in Romanzo Criminale, qualcosa scuote l'anima del Libanese e di altri protagonisti, tipo il Freddo o il Dandy. 
Arrivando velocemente alla fine del libro (Io sono il Libanese si legge in un soffio, trasportati da una storia che lascia sempre spazio per una novità che deve venire), il duro Libanese si dimostra un ragazzo difficile, contrastato al suo interno, ma mai pienamente soddisfatto delle proprie azioni. Eppure è costante nel proprio agire, con l'intenzione - forse megalomane - di diventare il Re di Roma.

Ho già detto della capacità del libro di essere letto d'un fiato. De Cataldo scrive in modo molto conciso, senza molti giri di parole, anche forse per rendere scarna la narrazione di vite che sono a loro volta scarne e solitarie. Di quella solitudine che lacera dentro, e non quella solitudine costruttiva dei grandi personaggi. 

De Cataldo ci mostra il male, per difendere - senza dimostrarcelo evidentemente - il bene, che in realtà difende ogni giorno col suo lavoro di magistrato.

Ecco, un'ultima cosa: dove trova il tempo per scrivere? 

ps. Ultimissima cosa: menzione speciale alla copertina, dove si trova un particolare dell'opera Grande nero cretto, di Alberto Burri, 1977. Splendida, nel suo enigma profondo.

VOTO: 3/5


 
 
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Il memoriale della Repubblica
Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano
Miguel Gotor
Passaggi Einaudi
pp. 642 - € 25


Una Renaul 4 rossa, con i primi due numeri di targa N5.
Via Caetani, Roma. Seconda traversa a destra, di via delle Botteghe Oscure.
A due passi dalla sede del PCI. E tre passi da quella della DC.
9 maggio 1978. Il corpo dell’onorevole Aldo Moro è lì, come le Brigate Rosse avevano annunciato in una telefonata drammatica.

55 giorni di prigionia. 55 giorni nei quali Aldo Moro (presidente della DC, già ministro degli Esteri e Presidente del Consiglio, firmatario del famoso compromesso storico con il PCI guidato da Enrico Berlinguer) ha scritto molto, forse – ed anche - «per vincere l’angoscia, per razionalizzare l’assurdo, per resistere al vuoto» (p. 504). Aldo Moro, durante la prigionia, risponde alle domande dei suoi rapitori. L’interrogatorio è lungo e sfibrante, le Brigate Rosse vogliono conoscere i Segreti di Stato, e le manovre politiche internazionali e nazionali, che hanno incastrato sempre di più l’Italia in una condizione di egemonia politica e culturale facente capo alla DC, fedelmente ancorata al Patto Atlantico e al blocco occidentale.  

Aldo Moro, in realtà, come spiega bene lo storico Miguel Gotor fu l’unico uomo politico della DC che provò ad allargare i confini politici del governo democristiano (cfr. pp. 526 – 542), fino al punto di coinvolgere Berlinguer e il PCI all’interno del così detto governo di solidarietà nazionale, dopo le elezioni del 20 giugno 1976.

Ma torniamo alla prigionia dell’uomo politico.
Quei 55 giorni sono ancora oscuri, trent’anni dopo. Come sono oscure – o meglio sono molto più chiare dopo il grandissimo lavoro confluito in questo straordinario libro di Gotor – alcune delle vicissitudini che le carte Moro hanno subìto. Proviamo a ricordare qualche passaggio.

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro viene rapito da un commando armato delle Brigate Rosse in via Mario Fani. I lunghissimi 55 giorni della prigionia dell’onorevole Moro sono estenuanti, fatti di veti incrociati a livello politico, e distruttivi per l’ostaggio.
Le BR il 10 aprile 1978 rendono pubblico uno scritto su Taviani (eminente uomo politico DC, avversario all’interno dello stesso partito di Moro), nel quale il prigioniero risponde a delle domande ben precise da parte dei suoi carcerieri.
Il 19 aprile le BR scattano la famosa foto di Moro con in mano una copia de La Repubblica di quel giorno.
Il 9 maggio, come già ricordato, Moro è ucciso e lasciato, inerme, nel cofano della Renault 4 rossa, in via Caetani, che è passata alla storia.
Subito dopo la morte dell’onorevole si comincia ad indagare sulla vicenda, ed il governo italiano (guidato da Giulio Andreotti) si affida nelle mani del generale Dalla Chiesa, che viene investito di enormi poteri a capo del pool antiterrorismo dell’Arma dei Carabinieri.
Dalla Chiesa e suoi uomini il 1° ottobre 1978 irrompono in via Monte Nevoso, Milano. Lì vi è un covo brigatista. E lì sono presenti le famose carte di Moro. Tali carte erano oggetto di un dibattito estenuante, che Gotor racconta con massima chiarezza, ed erano oggetto di paura, per gli uomini politici che venivano citati e per le rivelazioni effettuate. Si arriva al punto da dire che, durante il rapimento, si pensava che «prima bisognava recuperare le carte di Moro e poi provare a liberare il prigioniero, l’inverso non era possibile perché così imponeva la ragione di Stato nella sua massima e coattiva espressione, quella che intreccia il vincolo nazionale alla dimensione internazionale» (p. 29).
Ed infatti il governo italiano rende pubbliche, solo il 17 ottobre 1978, alcune delle carte di Moro (si scoprirà poi che erano solo alcune) in formato dattiloscritto, quindi non autenticate dalla firma dell’onorevole.
Ne nasce un intrigo enorme, che intreccia vari sottopoteri nazionali ed internazionali, giornalistici e di rivendicazione militare. Gotor nelle pagine centrali del libro analizza tutto il travaglio delle carte di Moro, fino a giungere alla conclusione che quelle carte furono doppiamente manomesse e censurate. E da parte politica e da parte militare.
Ciò risulta evidente quando il 9 ottobre 1990 dall’appartamento di via Monte Nevoso emergono (nascoste in una intercapedine sotto ad una finestra) altre carte del memoriale di Moro. Questa volta sono in fotocopia di manoscritto, e questa volta la portata politica (però con ben 12 anni di distanza) è fortissima.
In realtà quelle carte erano già state lette da qualcuno, e Gotor ci spiega chi ed in che connessione, che però non le ha rese pubbliche, attendendo che il tempo avesse giocato il suo ruolo nell’oblio e nella trasformazione dei quadri internazionali.
Da una lunga serie di analisi e di controlli in contro-luce delle parole dette dai protagonisti di questa storia, durante gli anni, Gotor può affermare con modesta certezza che alcune delle carte del Memoriale, sono però ancora nascoste. Chissà dove, chissà perché. Il così detto ur-memoriale è ancora sottoposto a censura, da qualche occhio che ha letto e non vuole far leggere a tutti. 


Pensare di riassumere tutte le tesi che Gotor porta con evidenza a dimostrazione in questo testo è qui impossibile. Le informazioni contenute nel libro, la sua enorme capacità di attrarre il lettore ed una scrittura fluida e còlta, sono motivi validi perché il libro debba esser letto. Si deve aggiungere, a ciò, che questa storia raccontata è una storia che ci riguarda da vicino. Molto più da vicino di quanto si possa pensare.
Perché il lavoro dello storico Gotor, al quale vanno i miei, personalissimi, complimenti, non è solo sul caso Moro, ma è sulla vicenda italiana dal rapimento Moro in poi. Su ciò che siamo stati e su ciò che siamo, sul potere che ci ha governati e su quello che ci governa, fedele alla «morale della favola, ossia che la storia è sempre anatomia del potere» (p. 95).
Il memoriale di Moro, infatti, viene inteso – come dice il titolo – come Memoriale della Repubblica, perché «in questa sua peregrinazione dal terrorismo allo Stato, dalla sovversione alle istituzioni risiedono l’anomalia e il fascino ermeneutico di questo testo in grado di consentire, proprio in virtù di tale eccezionale percorso, uno studio sull’anatomia del potere e sull’energia della politica di carattere trasversale e continuo fra ambiti in teoria tanto differenti. Un percorso che nei suoi contatti, e persino intrecci, riflette una condizione strutturale delle classi dirigenti e della vita italiana nel lungo periodo: in questo senso esso è il memoriale della Repubblica, la sua perspicace metafora storica» (p. 507).

VOTO: 5/5



Sotto la graditissima risposta, tramite twitter, di Miguel Gotor alla recensione.

 
 
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Che cosa vuol dire morire
A cura di: Daniela Monti
Interviste a: Remo Bodei, Roberta de Monticelli, Vito Mancuso, Giovanni Reale, Aldo Schiavone, Emanuele Severino.
Einaudi Stile Libero
pp. 172

            In questo ambizioso – e allo stesso tempo prezioso – libro, del 2010, la curatrice Daniela Monti (laureata in Filosofia a Venezia, e caposervizio al Corriere della Sera) ha raccolto sei lunghe interviste, a sei importanti personalità della cultura italiana. Un famoso storico (Schiavone), un teologo un po’ fuori dall’ortodossia (Mancuso), e quattro filosofi, tutti studiosi di ambiti differenti.

Gli spunti, e le osservazioni che nascono dalla lettura di queste pagine sono sterminate. Le riflessioni che possono nascere ti portano in un vortice (chi studia per necessità questo lo sa) che ti prende dentro, portandoti sempre di più nella luce.

            La prima impressione di molti lettori davanti al titolo di questo libro, immagino, può essere di difficoltà. Ed è legittimo. Il tema della morte è un tema molto difficile, pauroso, spaventoso. Ma in realtà, se ci pensate bene, estremamente umano (Seneca nello spiegare questo è un maestro, in alcune delle Lettere a Lucilio, che ho personalmente studiato molto a lungo).
Il libro si propone proprio di far questo, di stabilire un contatto, un dialogo, una testa di ponte, verso questo pensiero che vorremmo rigettare, e che pensiamo sia la profonda negazione della vita. Perché è così che è stata concepita la morte, come annichilimento, come annullamento dell’esistenza. E considerando così la vita il nostro bene primario non possiamo che vedere nella morte: il male.

            Il grande segno di contraddizione all’interno dei, pur interessanti, discorsi fra gli intervistati, è quello di Emanuele Severino, filosofo bresciano nato nel 1929, è definito da molti come l’unico vero filosofo del ‘900, dopo Heidegger. (Qui potete leggere il resoconto di una sua, straordinaria, conferenza che personalmente seguito.)
Mi concentrerò, allora, solo sulle parole dette da Severino, a Daniela Monti.

            Severino ritiene, sulla scia della tradizione che vede nascere la filosofia nel V-VI secolo a.c. in Grecia, che la filosofia sia un rimedio, un rimedio al dolore. E al più grande dei dolori: la morte.
Infatti: quando Aristotele (grande filosofo greco del III secolo a.c.) scrive nella sua Metafisica che la filosofia è nata dal thaumazein la tradizione occidentale ha inteso questo termine in senso positivo, traducendolo con meraviglia, stupore. Ma, dice Severino – non qui, ma in altri suoi illuminanti scritti -, che in realtà thaumazein in greco antico indicava lo stupore, sì, ma anche in senso negativo. Ed il passo è breve, tra uno stupore negativo, e la paura.
Quindi, secondo Severino, la filosofia nasce come rimedio per la morte, come un sapere certo ed incontrovertibile (la Verità) che possa rimediare, perché ne comprende le cause e lo spiega, al dolore che la morte genera. E quindi, dall’altra parte della medaglia, cerca di spiegare la vita, e tutto ciò che governa il nostro esistere.

Il lettore attento avrà trovato un’assonanza. Anche ogni pensiero religioso tenta di rispondere agli stessi quesiti, mediante una via diversa, però, come spiega da sempre Severino. La religione intende porre al di fuori del mondo la spiegazione a questo male (si muore perché è necessario per oltrepassare questo mondo fisico, e approdare nel regno dei cieli), la filosofia – intesa in modo antico, greco, contrapposta alla religione, e al mito (prime forme di spiegazione della vita e della morte) – ricerca qualcosa di più: ricerca la Verità, l’epistème (ciò che sta sopra, che si tiene da sé, in greco), ciò che è incontrovertibile.

            Severino in queste pagine racconta di come, nel corso dei secoli, il rimedio si sia modificato, spostato in vari luoghi del sapere, ma sia stato sempre oltrepassato. Non si è mai approdati ad un porto sicuro, come è la Verità, perché la Verità sembra paradossale (pensate a quanto sia reale questa affermazione!). Anche la scienza e la tecnica stesse (attuale rimedio in voga, dice giustamente Severino) che ci illudono di poter controllare tutto, ed avere tutto alla nostra portata, si sono rese conto di essere un «sapere ipotetico-deduttivo, e non credono più di raggiungere una verità intesa come sapienza definitiva e incontrovertibile» (p.143).

            Avendo riaffermato la centralità della filosofia intorno a questa tematica, Severino ci spiega anche che ciò è comprovato dal fatto che, la morte, è sempre di più anche una questione di dominio pubblico. Pensiamo al tema dell’eutanasia, dell’aborto, del fine vita, dell’accanimento terapeutico, etc…
La filosofia, che – ripetiamo – deve, per sua natura, ricercare un sapere definitivo e incontrovertibile, è l’unica a potersi interrogare sulle questioni che stanno alla base di queste prospettive che si intersecano nella società. «Si fanno domande di questo tipo: è bene il prolungamento artificiale della vita di chi si trova in stato vegetativo persistente o alle prese con una sofferenza insopportabile? Chiediamo a nostra volta: ma che significa bene? La nostra cultura è in grado di dire che cos’è bene? […] Oggi la nostra cultura non è in grado di evitare di essere un asserire dogmatico che vuole che le cose e il mondo stiano in un modo invece che in un altro. Quindi un gesto arbitrario, quindi da ultimo violento» (p.145). Perciò, per oltrepassare questa situazione di dogmaticità, di stallo, di uno contro l’altro, è la filosofia, dice Severino, che deve discutere e affrontare questi temi, perché è per mezzo della ricerca della Verità che si può procedere oltre il prender parte, senza discussione. E quindi si può oltrepassare lo schema – finora vincente – della forza che si impone sull’altra, e che, in quanto “vincitrice”, viene chiamata verità, giustizia e bene. Ma in realtà stabilitasi con un atto di forza sulle altre visioni del mondo.
Per uscire da questa contrazione (e qui vi sono anche ricadute politiche, che non tocco nemmeno, però) si può solo che mettere in discussione lo schema. Ed è qui, dice Severino, che «la modestia da parte della filosofia è fuori luogo» (p. 146).
Quindi non dobbiamo avere timore di dire, con le parole poetiche e suadenti di Severino, che la filosofia è «il sommo rimedio […]. E il rimedio non è la liberazione tecnica dalla morte (ovvero il non morire, ndr), ma una sapienza che i Greci per primi portarono alla luce chiamandola Filosofia» (p. 148).

            Arrivati a tal punto una qualsiasi persona potrebbe, giustamente obbiettarmi che in primo luogo la filosofia non è un fatto di dominio pubblico, sembra un sapere complesso, difficile, lontano dalla quotidianità; ed in secondo luogo che non ho ancora espresso cosa la filosofia ci dice intorno al tema della morte.
A queste due giuste obbiezioni risponderei così: è vero che la filosofia non è un fatto di dominio pubblico, non lo è mai stato, e forse mai lo sarà. Per vari motivi, uno su tutti – risponderebbe anche Severino - è che non tutti gli uomini hanno il coraggio di indagare il vero senso del mondo. Ci vuole molta forza di volontà per domandarsi, onestamente, come è fatta questa realtà in cui viviamo. E poi è bene ricordare che: «le cose decisive non sono a fior di pelle, non stanno al balcone dove qualsiasi passante le può vedere. Stanno nel sottosuolo che, se non ci fosse, qualsiasi passante cadrebbe nel vuoto» (p. 150). Ciò non significa, per Severino, che la filosofia sia per pochi. Anzi «il contenuto del filosofare è ciò che noi siamo nel profondo e che certo è difficile portare alla superficie, ai balconi, alle finestre» (p. 150), per il motivo del coraggio, a cui accennavo precedentemente.
Alla seconda obbiezione risponderei che la filosofia ha cercato di dare molte risposte alla domanda che anche la Monti fa a Severino: Cosa vuol dire morire?.
Severino risponde in modo molto articolato, facendo riferimento a delle conoscenze pregresse rispetto ai suoi scritti e al suo sistema filosofico.
In buona sostanza Severino ritiene, in modo davvero altisonante, contrario al pensiero comune, che ogni ente (cioè ogni cosa che è, nel mondo) in realtà non sia finita, temporanea. Ma eterna.
L’esposizione nel nostro campo d’esperienza sembra temporanea, ma non lo è. Ciò è possibile ritenerlo, semplificando in modo molto netto, perché è logicamente contraddittorio affermare che le cose provengano dal nulla, passino nell’essere, e tornino nel nulla. Il solo fatto di porre il nulla significa determinarlo, e determinandolo egli è qualcosa. Quindi tutto, sotto il velo dell’ignoranza che copre la vera essenza delle cose, ci sembra temporaneo, finito, caduco. Ed in realtà è eterno.
Anche noi, dice Severino, siamo eterni. «Siamo dei re, che si credono dei mendicanti», scriveva già in un testo fondamentale, Essenza del nichilismo.
            Tutto ciò comporta una cosa: la vertigine della morte, in realtà è una vertigine falsa. L’uomo, come ogni cosa, come un ricordo, come una penna, come il volo di un aquilone, come il discorso che farete, o che avete fatto, con un vostro vicino, è eterno. C’è da sempre, e per sempre. Si tratta solo di esperire o no la presenza di quel qualcosa. La morte ci sembra annullamento, in realtà è scomparsa, è un’uscita dall’esperienza.

            Con ciò Severino, né tanto meno io, vuole negare il dolore umano, che la morte comporta; quel senso di manchevolezza che la morte – naturalmente – ci fa percepire. Ma la morte, come ogni cosa, va ripensata, secondo le categorie della ragione, quindi secondo le categorie proprie della filosofia.


PS. Vorrei chiudere questo lungo (forse troppo) post spiegando perché ho scelto di scrivere questo, appunto, lungo post, su questo libro.
Ho fatto della filosofia una cosa molto importante della mia vita, e sarei felice che questo intervento avesse potuto spiegare un po’ la mia passione.
La filosofia, ecco perché non posso farne a meno, ha a che fare con la vita. Perciò è imprescindibile.



 
 
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L’arte di correre
Murakami Haruki
I edizione Einaudi, 2009
Einaudi – Numeri Primi 2011
pp. 159
€ 13

           

            Mi sono avvicinato a questo libro incuriosito dalla recensione del mio amico Mauro Longo, pubblicata su questo sito, dell’ultimo romanzo di Murakami, 1Q84. Anche Mauro, in quella sua recensione, diceva che il primo libro di Murakami da lui letto fu L’arte di correre. E che scoprì in questo “autoritratto di uno scrittore-maratoneta”, come è indicato in copertina nella versione Einaudi Numeri Primi, una tecnica di scrittura particolare, ed affascinante. Murakami, infatti, cesella le sue frasi, di poche parole, molto brevi, illuminate dallo sguardo di un attento osservatore del mondo. Egli descrive con sprazzi lucidi piccoli frammenti della sua vita di scrittore prima, e di corridore poi. Ma parla anche dell’intersezione fra queste due attività, che sembrano regolare in modo quasi maniacale la sua quotidianità.

            Grazie a L’arte di correre si può entrare nelle particolarità della corsa, nei pensieri di Murakami mentre percorre i 42 chilometri e 195 metri da Atene a Maratona, sul percorso originario. Ci si perde tra i rivoli della vita di un uomo che, una volta chiuso un pub in Giappone decide di scrivere per mestiere. E per fare ciò al massimo delle sue potenzialità stabilisce rigidi orari alla propria vita (sveglia prestissimo, alle 5, lavoro per tutta la mattinata, compresa almeno un’ora di jogging e pomeriggio libero per sbrigare altri impegni, poi di nuovo a letto massimo alle 22 – vedi p. 35). 


            Ma grazie a L’arte di correre si può entrare a pieno nel rapporto che la corsa e la scrittura, in Murakami, intraprendono. Un rapporto stretto e confidenziale, di aiuto, di sostegno reciproco. «Ho imparato molte cose riguardo alla scrittura facendo jogging ogni mattina sulle strade. In maniera naturale, con la pratica. Quanto posso mostrarmi severe verso me stesso? […] Quanta fiducia posso avere nelle mie capacità, devo dubitare ancora di me stesso? Se all’inizio della mia carriera di scrittore non avessi cominciato anche quella di maratoneta, ho l’impressione che le mie opere sarebbero state diverse» (pp. 73/74)

            In realtà questo rapporto, più in generale fra salute fisica e salute mentale, è qualcosa di più universale, che non vale solo per Murakami. Già i latini ci dicevano che era bene mantenere una mens sana in corpore sano, come ama ripetermi il mio amico e “personal trainer” (!!) Andrea.

La corsa, e l’attività fisica, ci spiega in modo chiaro ed evidente Murakami, non serve solo a mantenere anche lo spirito in salute, ma serve a superare i propri limiti, a porsene di nuovi. A fare sfide con se stessi, a porsi in una situazione di minorità per cercare di uscirne, a lavorare su quello che sembra immodificabile in noi. Perché porsi il limite di 3 ore e 45 minuti in una maratona non è un mero esercizio fisico, ma è anche – e soprattutto – un esercizio psicologico, mentale, spirituale, dice l’autore.
            Questo, a mio avviso, è il messaggio più importante di questo libro, il cambio di atteggiamento davanti alle cose. «Affronto i compiti che ho davanti e li porto a compimento a uno a uno, fino a esaurimento delle forze. Concentro la mia attenzione su ogni singolo passo, ma al tempo stesso cerco di avere una visione globale, e di guardare lontano. Perché si dica quel che si vuole, ma io sono un maratoneta». (p. 151).

            Al di là di questo contenuto implicito, e questo messaggio molto positivo che Murakami intende trasmettere con questo libro, trovo lo stesso un po’ discontinuo. In realtà sono tutti momenti distaccati l’uno dall’altro, come pagine di un diario che si susseguono senza una grande continuità, ed è Murakami stesso ad ammetterlo nella postfazione.
La tecnica di scrittura, come ricordavo ad inizio articolo, è interessante, ma un po’ statica a mio avviso. Certo, direte voi, da uno che ama scrittori come García Márquez, non ci si può aspettare un giudizio positivo su questa tecnica. In realtà sono convinto che possa esprimere molto di più, forse non è in questo volume che la tecnica narrativa di Murakami esprime il suo massimo potenziale. Per ciò vi rimando alle recensioni di Mauro e Stefania, rispettivamente di 1Q84 e La ragazza dello Sputnik. 



 
 
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L’autunno del patriarca
Gabriel García Márquez
Oscar Mondadori
Trad. it. Enrico Cicogna
pp. 255
€ 8,40

               

            Sì, lo so. Sto parlando di uno dei miei scrittori preferiti. Devo utilizzare bene le parole, come lui fa in modo assolutamente geniale, e devo cercare di far capire al meglio tutto quello che García Márquez esprime attraverso il suo mondo fantastico.
            Ho letto molti libri di Márquez, negli anni. Già da quando frequentavo il liceo.
Mi ricordo che Macondo (la città magica, inventata, tropicale, in cui è ambientato Cent’anni di solitudine) mi aveva così catturato che avrei voluto farci un viaggio. Riuscivo a percepire il profumo naturale della calura, e il silenzio quasi religioso della siesta.
Ricordo vividamente che in un altro suo capolavoro assoluto, L’amore ai tempi del colera, Márquez mi ha insegnato ad assaporare l’odore delle mandorle amare, che assomiglia (vedi l’incipit) all’odore degli amori finiti.

            L’autunno del patriarca è, nella storia della produzione dello scrittore colombiano, il suo romanzo di svolta. Sì, perché L’autunno segnò una svolta stilistica e tematica nella produzione di García Márquez.
Il linguaggio de L’autunno è pieno zeppo di riferimenti, colmo di particolari che prendono forma in una scrittura lunga, complessa, fatta di pochi punti, molte virgole e frasi infinite (2 o 3 pagine, almeno). Sembra di essere davanti ad una forma di scrittura che somigli allo stream of consciousness, ed in parte lo è.
I dialoghi, ad esempio, non sono mai evidenziati dai segni di interpunzione e di riconoscimento, ma sono inseriti all’interno del testo, ed è solo addentrandosi completamente nel susseguirsi infinito delle parole che possiamo capire quando il narratore parla e quando parla uno dei testimoni di questa storia. Uno di quelli che fa la storia.
È onestamente una lettura difficile, difficoltosa, impegnativa, che esige un coinvolgimento tale dal lettore che, quest’ultimo, non può non avere se vuole davvero cogliere le straordinarie sfumature della prosa di Márquez.

            L’intreccio storico del romanzo è altalenante, a livello temporale.
Ci sono sei capitoli, se vogliamo chiamarli così, nei quali si racconta la decadenza (non invernale, ma autunnale, e qui sarebbe già da scriverci un trattato!) del patriarca di questa città sconosciuta, dei Caraibi. Si raccontano i suoi vizi, i suoi vezzi, l’infinita lotta contro se stesso, e contro chi, in realtà, creava dei falsi mostri per legittimare il “potere” del patriarca.
Márquez, insomma, ci racconta la fine di un centenario potere autoritario che non ha fatto sconti a nulla, e che somiglia molto alle incombenti figure autoritarie che l’America Latina ha sempre prodotto, e che ancora governano molti dei suoi paesi.

            Lo scrittore ha la finezza di descriverci anche le vicende interiori del patriarca, l’amore divinizzante per sua madre Benedición Alvarado, l’amore senile verso Manuela Sánchez, la follia omicida verso il suo compare di una vita Rodrigo de Aguilar, e molto altro.
Nel romanzo ci sono anche molti riferimenti, anche diretti, alle parole e ai pensieri del patriarca, che per legittimare il suo potere (questo è solo un elemento che qui possiamo trattare, e che ci permette di fare un raffronto con l’oggi) taglia i legami con la cultura, e con il pensiero critico.

Il patriarca è convinto che «il guaio di questo paese è che alla gente avanza troppo tempo per pensare» (p. 37), e agisce in questo senso quando (p.100) «proclamò una nuova amnistia per i prigionieri politici e autorizzò il ritorno di tutti gli esiliati tranne gli uomini di lettere, naturalmente, quelli mai, disse, hanno la febbre nelle vene come i galli di razza quando stanno mettendo le penne di modo che non sono buoni a nulla se non quando sono buoni per qualcosa, disse, sono peggiori dei politici, peggiori dei preti, immaginatevi».

Il patriarca deve difendersi, legittimandosi, da coloro che possono smontare il suo potere, anche facendoli tacere. E quando un suo scagnozzo esterno, venuto dall’estero incaricato di scoprire gli assassini della moglie del patriarca Leticia Nazareno, racconta la verità al patriarca, quest’ultimo si racchiude in sé, incassando un «se lei non ha fegato per guardare in faccia la verità qui c’è il suo oro e amici come prima» (p. 199).

            L’atteggiamento è quello tipico di chi ha il potere e lo deve autolegittimare costantemente.
Ma ciò – ed è qui, forse, che colgo un messaggio anche per noi – che «la deflagrazione abbagliante della verità» (p. 241) mette in luce è incontrovertibile, anche il potere. Costruzione umana per eccellenza, quindi senza statuto né divino né naturale. E proprio per ciò necessario di legittimazione, ogni giorno, ad ogni costo, come ha saputo splendidamente descrivere García Márquez.

VOTO: 5/5


 
 
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Il rumore dei baci a vuoto
Luciano Ligabue
Einaudi – pp. 169

            La narrativa breve è un genere letterario al quale dedico la mia lettura con una certa frequenza, ed un interesse molto alto.
Sono sempre più convinto (via via leggendo) che il racconto sia una piccolissima finestra su un mondo, è difficile che in un racconto si parli di tutta la vita del personaggio o dei personaggi. Si volge lo sguardo un attimo lì, si guarda dentro quel piccolo cono di luce e poi si chiude.
Trovare qualcosa in quel piccolo spazio sta a noi, semplici lettori. E forse, magari, anche trovare quel qualcosa che l’autore ci ha lasciato dentro.
            Questa breve presa di coscienza, a mio avviso, è il modo migliore per intraprendere la lettura di un libro davvero bello, vivo, che lascia il segno: Il rumore dei baci a vuoto, di Luciano Ligabue, famoso cantautore emiliano.
Questi tredici racconti hanno il sapore di un sorriso, l’effetto sconcertante degli eventi esterni, la dolcezza e l’amarezza contemporanea delle cose.
Ligabue si cimenta in un genere letterario che aveva già esplorato con Fuori e dentro il borgo, ma che poi ha abbandonato per scrivere un romanzo (La neve se ne frega) ed una raccolta di poesie (Lettere d’amore nel frigo).
Per chi conosce il Ligabue cantautore e andrà a leggere questi racconti troverà una sottile linea comune che lega un po’ tutta la sua produzione. In effetti anche le sue canzoni sono canzoni di vita, fatte di carne e sangue, dove l’amore è reso il vero contraltare della morte (L’amore conta), dove a Dio è chiesto un momento, per potergli porgere qualche domanda (Hai un momento Dio?), dove l’icona di un’epoca rimane sempre la stessa, e ti aspetti sempre qualcosa di speciale da lui (Marlon Brando è sempre lui)…
Questi racconti hanno proprio queste caratteristiche. Vogliono portarci dentro qualche vita, vogliono darcene un piccolo affresco.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Ligabue ci porta nello sconquassamento emotivo di un padre che, in macchina con il proprio figlio, uccide un gatto, un altro essere vivente come lui. Ne La puzza non passa ci racconta l’esperienza e le convinzioni di un periodo, transitorio, nella vita di una star. Ma poi si torna alla gente comune, a chi si alza ogni mattina per andare al lavoro (Isola verde) e tiene botta – come ama dire Ligabue – davanti ai problemi, anche se spesso i problemi sembrano insolubili e bastardi. E spesso non hanno via d’uscita se non l’istinto, se non il tentativo in cui si spera (L’estate più calda fin qui).

            Non voglio andare oltre a descrivere i temi dei racconti, semplicemente perché vanno assaporati durante la lettura, che risulta scorrevole, senza orpelli inutili, a volte molto dialogica e riflessiva.
Ligabue ha subìto, di sicuro, l’influenza di Raymond Carver (di cui ho già parlato qui), maestro assoluto nella scrittura dei racconti. Ma Ligabue, per scrivere questo libro, ha sicuramente subìto l’influenza della sua curiosità e profondità, che lo hanno contraddistinto (soprattutto musicalmente) da molti altri artisti della scena italiana.
Il rumore dei baci a vuoto ne è la conferma.



Ps. Una menzione speciale alla copertina del libro: la trovo enigmatica, bella, da far pensare.


 
 
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Mancarsi
Diego De Silva
Einaudi
pp. 104 - € 10

Diego De Silva è diventato uno scrittore di successo grazie – soprattutto – ai suoi libri sull’avvocato Malinconico. Ma ora, con questo romanzo breve ed intenso, Mancarsi, «fa un passo a lato», come dice la quarta di copertina.

Immaginatevi una storia a due voci, mai vicine fisicamente ma vicine per tutto il resto. Irene e Nicola, abitano nella stessa città, frequentano lo stesso bistrot senza mai incontrarsi, si alternano i vari capitoli raccontando la loro personale storia, fatta rispettivamente di una separazione dal marito e dalla morte in un incidente della moglie Licia. Ma soprattutto due storie fatte di una mancanza, che più che una mancanza dell’altro è una mancanza di sé.
Sia Irene che Nicola, infatti, si trovano appiattiti e schiacciati nelle loro storie precedenti, in ciò che ne segue ed in ciò che hanno lasciato.
La prospettiva di riempire quella manchevolezza è vana, non si percepisce fino in fondo, non è mai decisa. Anche se Nicola «per quanto gli costi ammetterlo, non riesce a soffrire completamente, né si sente sbagliato nell’uscire ogni giorno di casa con la speranza d’innamorarsi ancora» e Irene «ha ricominciato a prendere la vita sul serio». Sembrano, questi atteggiamenti, riscosse a situazioni precedenti che hanno tolto qualcosa a entrambi.

Mancarsi è un libro in cui trovi i pezzi di una storia e di un’altra che sembrano combaciare perfettamente, o meglio potrebbero inizialmente avviarsi verso una destinazione che non sia quella della cattiva solitudine, o della infelice manchevolezza.

Il bistrot che entrambi i protagonisti, anonimi l’uno per l’altro, frequentano (Irene da sola, sempre allo stesso tavolo, a due fermate di metro dal lavoro, consapevole che solo lì possa ritrovare un po’ se stessa – Nicola con Licia, allo stesso anonimo tavolo di Irene, ogni mercoledì a pranzo nel giorno libero di Licia, professoressa di inglese al liceo, e poi, dopo la morte di Licia, ritornandoci una sola volta, la sera della festa del santo patrono della città, invasa dalla folla che attende i fuochi d’artificio) è un luogo di incontri veri, dove il tempo sembra fermarsi e dove la realtà rimane per un po’ fuori dalla porta.
O forse, la realtà di entrambi, entrando in quel bistrot, al quale sono affezionati evidentemente per motivi diversi, risalta ancora di più, e perviene alla coscienza, cullandoli un po’.
Quel luogo ovatta un po’ la manchevolezza di ognuno dei due, rendendo dolce quel mancarsi.

In fondo è possibile ampliare a molte cose l’idea che: «C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere, e custodiamo questi attimi di unicità in forma d’immagine, anche se negli anni sbiadisce; ma è a quell’immagine che chiediamo aiuto quando il nostro sentimento vacilla e dubitiamo di amare, allora la richiamiamo, e ci basta (quando ancora l’immagine è viva) ritrovare quel modo di bere a canna, tenendo la bottiglia distante dalle labbra, perché l’amore torni a insinuarsi e si riaccenda, rimettendo a posto le cose, disponendole intorno a noi nell’ordine rassicurante in cui ci siamo abituati a vivere, e ci lasci dove siamo, reprimendo di schianto i progetti di fuga a cui avevamo già cominciato a lavorare».

VOTO: 3,5/5

Ps. Due parole sulla tecnica narrativa e di scrittura di De Silva. Molto coinvolgente e plastica, adatta a modificarsi a seconda delle situazioni da raccontare, spesso costruita su periodi lunghi e lenti, interrotti da incidentali fra parentesi che rafforzano, raccontano, scandiscono e determinano il racconto. Sicuramente una tecnica di scrittura originale, nel suo genere.



 
 
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Julian Barnes
Il senso di una fine
Trad. it. di Susanna Basso
Einaudi

            Alcune classifiche, sui quotidiani nazionali (ma non solo!), negli ultimi giorni del 2012, quotavano Il senso di una fine, fra i 10 libri più belli dell’anno.
Certo è che la foto di copertina (stupenda!), il titolo (affascinante e pieno di aspettative letterarie – tradotto giustamente in modo letterale, dall’inglese The senso of an Ending) e l’edizione prestigiosa della Einaudi, hanno convogliato tutta la mia concentrazione su questo libro, regalatomi (sapientemente) da un carissimo amico per Natale.
Il tempo libero nelle feste natalizie ha fatto il resto. Con la mia matita, e i miei appunti.

            Il senso di una fine è un libro di sole 150 pagine, e nel momento in cui ho terminato la lettura, una volta chiuso il libro, nel silenzio della stanza, ho avuto due sensazioni, una seguente l’altra.
La prima è stata quella di dover riflettere più a fondo sul finale, enigmatico e nient’affatto scontato, poi è scattata l’insoddisfazione.
Sì, insoddisfazione. Perché avrei voluto di più da quella storia, desideravo più dettagli, una trama più fitta di quel racconto che, invece, è volato sotto i miei occhi. Era insoddisfazioni mista a meraviglia.
Ero sazio, in realtà, e colpito diretto al cuore.
            Tony Webster – protagonista del romanzo, e narratore in prima persona – è un uomo qualunque, “senza qualità”, al quale la vita sottopone delle ardue prove, che inizialmente snobba ma che poi lo coinvolgono e lo spingono a riflettere.
Deve riflettere su se stesso, sul tempo («Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. […] Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere» pp. 5-6), su ciò che è stato e su ciò che è, all’età di sessant’anni, ma soprattutto su ciò che non è voluto essere («che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse?» p. 142), sul suicidio (elemento cardine del romanzo) e su tutto ciò che il suo sguardo, nel tempo, si fosse posato, anche Veronica, amore contrastato e strano, perno, forse, dell’insoddisfazione di Tony.
            Credo non valga la pena parlarvi di ciò che Tony, in prima persona, nel libro, narra, perché Il senso di una fine non vuole giungere ad una conclusione ben precisa. È un libro in cui costantemente si riflette sul passato e si chiude un piccolo cerchio, nel presente.

            La prosa di Barnes è scorrevole, cristallina ed ha un ritmo lineare.
A volte, nello scorrere dei pensieri di Tony troviamo deviazioni che ci portano verso altri luoghi, ed altre riflessioni.
Tutto calcolato. Sapientemente voluto.
Tutto riconducibile al fine di analizzare un’esistenza, e di capirne i luoghi oscuri.
Perché il Tony adulto ha capito che: «Più impari, meno temi. “Imparare” non in termini di studio accademico, ma di comprensione effettiva della vita» (p. 84).

VOTO: 4/5



 
 
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Philip Roth
Nemesi
Trad. it. Norman Gobetti
Einaudi – Numeri Primi
pp. 183 ; € 13

Ebbene lascia.
Sì, Philip Roth smette di scrivere. È notizia del mese scorso.
L’ultimo romanzo, allora, è questo: Nemesi.
            Non certo lascia perché non abbia più idee, oppure perché la penna ha finito l’inchiostro.
Ne sono convinto, e dico ciò perché Nemesi si presenta come un libro importante, che non ha nulla di scontato e che lascia a bocca aperta.
La scrittura d’acciaio di Roth – come la definì un mio amico, che mi spingeva a leggere qualche romanzo del nostro – ancora c’è. C’è da sempre, e sempre ci sarà, in questi gioielli a forma di libro.
Non c’è nulla che non sia calcolato dallo scrittore, al quale (la vogliamo chiamare – anche – esperienza?) sembra essere tutto sotto controllo.
Una lettura attenta e attiva di questo libro, ti fa percepire la sicurezza di colui che dirige la grande nave della storia narrata. Ed anche la certezza che tutto ciò che accade e avviene nella scena è mirato.
Ad esempio: la straordinaria capacità di inserire nuovi personaggi nella trama, con un bagaglio di conoscenze riguardo al soggetto, che vengono elencate in poche frasi. Ciò permette al lettore di capire ed interpretare la scena, e permette altresì allo scrittore di dire tutto ciò che ha in mente, con infallibile maestria.

Cos’è Nemesi?

Nemesi (in greco Nέμεσις) era, nell’antica Grecia, una divinità. Un Dio che personificava una potenza, e tale potenza era quella di ristabilire l’ordine dopo un momento di caos.
In Eschilo Nemesi è già presente in forma scritta, ed essa rimodula al pareggio «tutto ciò che è di troppo», sia nel bene che nel male. Perché – come dice Solone ne I sette sapienti - «nulla di troppo».
Col passare delle epoche il termine in parte muta, ed in Aristotele esso sta a significare anche una certa forma di indignazione per l’ingiustizia. Ma verrà intesa anche come un necessario svolgimento del destino, fino ad una sostanziale soluzione di equilibrio nella vita, senza eccessi né nel bene né nel male.
            Questo preambolo per dire che Roth ha bene in mente tutto ciò che gira intorno alla nozione di Nemesi.
Egli conosce bene la genealogia di questo vocabolo, e lo sfrutta come indicatore di massima dello stato interiore del protagonista Mr Bucky Cantor, animatore di campo giochi per bambini, nell’estate del 1944, a Newark, in New Jersey, durante la straziante Seconda Guerra Mondiale, ed in mezzo ad una gravissima epidemia di polio.
La polio comincia, piano piano, ad entrare anche fra i tanti bambini del campo giochi del quartiere ebreo di Weequahic.
La polio perseguita Mr Cantor, sia nella testa che nel corpo, che nelle sue maniache ossessioni di colpevolezza.
La profonda impotenza «contro la forza delle circostanze» (p. 100) e la «tirannia delle contingenze» (p. 158) mettono ko Mr Cantor. Lo svolgersi del suo destino è una presa di coscienza, dolorosa e toccante, delle proprie responsabilità.
Egli farà di tutto per «trasformare la tragedia in colpa» (p.173), nel fluttuare evidente della vita, che non ha pietà per nessuno, spesso lasciando vivi gli uomini all’esterno, ma uccidendoli dentro, con la scusa di una feroce responsabilità.
            Nemesi è parte integrante dell’ineluttabilità del destino, tutto poi è ricondotto all’equilibrio. Ma perché Nemesi possa ristabilire l’ordine c’è bisogno che ad un certo punto vi sia il caos. E quel caos, in alcuni casi, distrugge tutto ciò che colpisce.

Il vaso di coccio
            La vita di Mr Cantor è questo vaso di coccio che sembrava d’acciaio, è il simbolo di un’esistenza piegata su se stessa, trafitta da dolore e che ripudia l’amore, unica forma di sopravvivenza.
            Nemesi è un romanzo ad alto contenuto filosofico. È un libro buono per chi vuole pensare. Dove anche Dio, per molti certezza intoccabile, è messo sotto accusa, per comprendere e giustificare – se si può – il dolore.

VOTO: 4.5 / 5



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