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L'amore è sopravvalutato
Brigitte Giraud
trad. it. Marcella Uberti-Bona
Guanda editore, 2008



Brigitte Giraud si è confrontata con i mostri sacri della narrativa breve. E non ne esce male. I personaggi di Carver hanno una loro epica maledizione. Giraud ci racconta invece il buco nero della normalità. Ecco una serie di storie in cui seziona, con il distacco del chirurgo rispetto alle frattaglie del paziente, le mille e caleidoscopiche sofferenze dell'amore che finisce. 

  • La fine della storia. L'amore è finito; il ricordo dell'ormai svanita tenerezza si rifiuta di accettare, ma la stizza è più forte: «E di quel tempo, oggi, che cosa te ne fai? Giudichi, paragoni, interpreti. Fai del tuo tempo una scala di valori. L'uomo della tua vita è diventato terreno di sperimentazione. Lo metti alla prova, vuoi incasellarlo a ogni costo, come più ti conviene. Gli assegni un luogo. Gli concedi un ruolo. Non deve oltrepassare i limiti. lo tratti come un oggetto che decidi tu come usare. Disponi di lui a volontà. Sai che cosa deve fare, pensare, accettare. Vuoi educarlo, rieducarlo. Non lo ami più. L'hai svuotato della sua sostanza, l'hai consumato. ora è davanti a te, logoro e stanco. E così non ti piace più. Un guscio che tu stessa hai svuotato. Si può amare un guscio? Si può amare un uomo che non si ribella? Tutto questo è iniziato sin dal primo giorno? Sei tu ad aver ucciso la vostra storia? Si dice che la fine sia già scritta nell'inizio. Di chi la colpa, allora? Di chi ha divorato l'altro? Di chi si è lasciato divorare?» (pp. 14-15).
  • L'estate dell'attesa. La morte di Marie Trintignant è quella (dell'amore) di tutti noi.
  • Il giorno e la notte. Di come, chi ha deciso, osserva con distacco e poi risentimento chi ancora non si dà per inteso.
  • Dirlo ai bambini. Sulle infinite ipocrisie che la fine dell'amore fra adulti riverbera sui bambini: «Volevamo evitare di rendere infelici i nostri bambini, e invece confermeremo le statistiche. Tenteremo di sdrammatizzare, inserendoci in quel grande movimento che separa i papà dalle mamme. Forniremo loro le prove che l'amore non è niente, niente di quello che ci avevano fatto credere. Spezzeremo le loro illusioni, trasmetteremo loro il gusto dell'incompiuto. Appariremo ai loro occhi in una nuova luce, mediocri e colpevoli, approssimativi» (p. 32). Il crescendo finale, da solo, giustifica l'acquisto del libro.
  • Già mi manchi. Ritratto al microscopio elettronico di una coppia patologicamente sbilanciata sull' ego del marito.
  • Il posto giusto. Difficile da interpretare.
  • L'abitudine. Cupo resoconto di un amore che muore prima di essere nato. «Diciamo che lui non ha avuto il coraggio di congedarsi accontentandosi di aver fatto solo conversazione, cosa che, a mio avviso, sarebbe stata la migliore delle iniziative, ma ci sono momenti in cui è più facile fare ciò di cui non si ha voglia che astenersi, chissà perché. E' spesso più facile agire che giustificare la rinuncia all'azione» (pp. 58-59). Niccolò Machiavelli non sarebbe stato d'accordo, ma questa è un'altra storia.
  • L'anno dei miei dieci anni. Asfissiante descrizione di una madre che se ne va in silenzio, raccontata dalla figlia che resta col padre ipnotizzato dal dolore. La Costa Azzurra, sullo sfondo.
  • Le vedove. Atipico e divertente.

  • Gli oggetti. La rabbia muta ed inespressa di chi viene lasciato, sol con gli oggetti del passato amore: «Tu ti chiudevi la porta dietro le spalle, e io restavo sola per sempre, con la casa piena fino all'orlo della nostra storia fallita» (p. 86).
  • Il tempo è passato. La lettera di un amore perfetto, ma scritta ad un uomo che non c'è più (e forse non c'è mai stato): la faglia fra realtà ed immaginazione provoca terremoti emotivi.

 





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