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Titolo: Chiedi alla polvere
Autore: John Fante
Traduttore: Maria Giulia Castagnone
Editore: Einaudi




A sette anni di distanza dalla prima lettura, Chiedi alla polvere mi sembra ancora più interessante, come se fosse maturato; forse con una terza lettura, tra qualche anno, noterò dettagli che finora mi sono lasciato sfuggire per ignoranza o inesperienza. Penso all'ingiustizia e alla trascuratezza con cui questo libro è stato trattato per decenni; immagino l'entusiasmo di Fante durante la stesura: il protagonista Arturo Bandini, aspirante scrittore, è John Fante, su questo non ci piove. L'albergo traboccante di varie forme di squallore è quello dove visse lui; Camilla Lopez, crudele e malinconica principessa messicana, era nei suoi ricordi con un altro nome, forse con un altro aspetto - ma lui l'ha conosciuta, è impossibile dubitarne. Los Angeles, in questo libro, è una città indicibilmente sporca, vulnerabile: tormentata dalla sabbia che si deposita sulle piante e sugli edifici, minacciata dal deserto e dai terremoti, popolata da fuggiaschi provenienti dalle zone rurali più sperdute degli Stati Uniti, giunti in California in cerca di fortuna e ormai disillusi, ma troppo pigri o troppo poveri per tornare indietro.

E' interessante pensare al destino di Fante, la cui opera è stata dimenticata e poi lentamente riscoperta, parecchi decenni dopo: un destino simile a quello di altri autori dell'epoca, tra i quali l'ormai celebratissimo Raymond Chandler. "Chiedi alla polvere" ha trovato un nuovo pubblico grazie agli sforzi di Bukowski, che alla fine degli anni '70 chiese al proprio editore di ristamparlo; ma resta un po' di amarezza quando si scopre che Fante, forte della fama inaspettatamente riconquistata ma reso ormai cieco dal diabete, riuscì soltanto a dettare alla moglie un ultimo romanzo con protagonista Arturo Bandini prima di morire. Arturo Bandini, Philip Marlowe, Sam Spade e gli altri, protagonisti di storie popolari che provavano a mostrare la cruda realtà degli Stati Uniti, alle prese con una violenta crisi d'identità (riconosciuta e analizzata anche da Pavese, in Italia), libri considerati a lungo inferiori, ingenui, dilettanteschi; buoni al massimo per un adattamento cinematografico.

Il nostro John Fante, nella povertà di Bunker Hill, scriveva di Bandini e delle sue lunghissime lettere all'editore Hackmuth, idolatrato e adorato come un semidio, immaginato come una persona buona e comprensiva che certamente avrebbe apprezzato il suo talento e lo avrebbe messo sulla via del successo. Oggi, pensare che proprio la corrispondenza di Fante è stata raccolta e pubblicata in volumi mi rende un po' malinconico; è difficile riconoscere il coraggio di chi ha scritto un libro così e non ha avuto fortuna, e dargli un'altra opportunità, prima che sia troppo tardi.






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