Immagine
Lo Spleen di Parigi
Charles Baudelaire
Trad. it. Franco Rella
Feltrinelli editore




Meraviglioso esempio di poesia come metodo per indagare la verità: il poeta sfiora e rivela col suo linguaggio tutto ciò che parole più concrete e meno ambigue lascerebbero, inevitabilmente, nell'ombra. Probabilmente, neppure Baudelaire avrebbe saputo spiegare come si possa far luce su qui misteri senza nominarli; ci accontentiamo, per così dire, dello spettacolo offerto dalla sua prosa, abbandonando ogni pretesa di comprenderne la meccanica, ed evitando così di soffocarne l'incanto. Ma queste piccole rivelazioni sono incontestabili, e altrettanto inconfutabilmente fuggevoli - si rivelano alla prima lettura di questi brevissimi testi, e ne resta un'impressione indefinita come quelle lasciate dalle immagini di un paesaggio intravisto da un finestrino, o dalla voce di un passante che si perde tra la folla. La rilettura non permette di ritrovare quella sensazione, ma in compenso se ne scopre un'altra - un altro paesaggio che scorre, un'altra voce che si perde. Per questo credo che questo libro sia eterno: imprevedibile a ogni nuovo approccio, come il ritmo ipnotico di una danza antica, come le diverse suggestioni stimolate da una stessa sfumatura di colore.

Baudelaire seppe comprendere i vantaggi che avrebbe avuto liberandosi dalle costrizioni dei versi. Il suo unico riferimento dichiarato è Bertrand, del quale ammira senz'altro la libertà espressiva, ma Lo Spleen di Parigi è decisamente più moderno e complesso dell'opera del suo coraggioso predecessore. I primi componimenti sono quasi dei racconti, assomigliano a parabole o favole, di gusto vagamente orientale. Nei successivi, però, la prosa poetica di Baudelaire acquista sicurezza, e il libro assume una forma più precisa e meno sperimentale. Parigi, capitale immensa e custode di infiniti particolari umani, diviene l'ambiente di personaggi reali e fantastici: l'esperienza del reale e quella dei sogni si intersecano inestricabilmente; si avanza per le vie scoprendo angeli morenti nel fango e demoni padroni di ricchi palazzi, oasi di luce divina e tuguri maleodoranti. Il poeta diviene pittore: il suo debito nei confronti delle arti figurative è testimoniato, in maniera simbolica ma molto efficace, dall'ultimo poema. Nelle sue parole non manca mai un pensiero, un'intenzione evidente, che fa di quelle atmosfere così varie uno strumento di conoscenza.

Questi poemi in prosa sembrano - non so proprio trovare un altro termine per descriverli - accoglienti: descrivono una situazione precisa, un pensiero, ma nello stesso tempo creano uno spazio per ospitare i pensieri e i sentimenti di chi legge - uno spazio dove ci si può muovere, riflettere, ricordare la propria vita. Siamo ancora molto legati a un ideale di arte che risponde a esigenze antiche: scrittori che propongono con forza i propri tormenti, le proprie vicissitudini, le proprie conquiste, per arricchire con quelle esperienze la vita di chi li leggerà. La Parigi così varia e trascendentale di Baudelaire, spazio illimitato che sembra poter contenere il dolore, la felicità, le conquiste di ogni essere umano, appare tanto più moderna e vivibile.


 
 
Immagine
Cassandra - Christa Wolf -
Trad. it.: Anita Raja
Editore: e/o






Cassandra, prossima alla morte, rivive in brevi attimi la storia della caduta di Troia. Dentro di sé, in forma di racconto, ricostruisce la città: taglia le parole come pietre, sa nascondere i pensieri come le serpi tra gli arbusti; rinnova tutte le voci, i mormorii, i lamenti, le invidie della patria perduta. Grazie ai suoi pensieri possiamo ricostruire quelle note vicende da una prospettiva insolita: la guerra di Troia secondo gli assediati, gli affamati, le donne martirizzate per volere e per vizio degli uomini. Cassandra parla dei suoi sogni, della sua famiglia, dei suoi amori e del suo ruolo così singolare, che la rende vulnerabile e porta le persone più care ad allontanarla. Com'è doloroso portare il peso di quelle visioni in una società che vive per nascondersi la verità: le sue intuizioni non sono oscure o magiche, sono semplicemente l'espressione di una sincerità coraggiosa - che gli altri trovano cinica, arrogante, irresponsabile - alla quale non è disposta a rinunciare. La sua città è destinata a scomparire, demolita dal peso degli inganni: la guerra, scatenata dall'arrogante Paride per una bugia, e sostenuta dal re e dai cittadini nella stupida, miope adorazione della bellezza di Elena; la religione, strumento del governo, sfruttata per infondere ottimismo nella popolazione stremata. I luoghi sono violati e offesi: le mura della città, i templi, le grotte, le capanne, i rifugi - e con essi le persone, le menti, le parole, e ancora le donne: vendute al nemico per miseri contratti o vendette, secondo necessità, fino all'inevitabile capitolazione. Quest'ultima, non per caso, avviene grazie a uno stratagemma dei greci; e per accogliere il cavallo di legno - un mostro, come avete potuto credere a un dono? - s'abbattono le mura intorno alle porte, si regala al nemico ciò che con anni d'assedio, di omicidi e violenze non era riuscito a conquistare. Per vanità, per orgoglio di stato, per amore della bellezza. L'assedio crudele e logorante è anche l'assedio all'integrità di Cassandra, in tutti i suoi ruoli - donna, sacerdotessa, figlia del re - e il finale è l'unico possibile.

Questo romanzo merita molta attenzione. La sua prosa ha un ritmo complicato, che il lettore può far suo dopo poche pagine, e che evoca in modo sublime l'evoluzione della guerra e dei sentimenti, il dolore di Cassandra e il fascino del paesaggio: la luce del tramonto sui leoni di pietra, le foglie argentate degli ulivi. Se Cassandra fosse soltanto una rielaborazione di racconti antichi, lo si potrebbe dimenticare dopo pochi giorni. Non è così semplice: Christa Wolf scrive intrecciando alle vicende della protagonista pensieri che non hanno nulla d'antico, tanto che le sue parole sembrano spesso far luce su aree oscure e poco visitate del pensiero moderno. Non si può classificare la complessità delle riflessioni espresse dalla sua narrazione cercando tra le note e abusate etichette - non è semplicemente femminista, né pacifista o altro: porta una voce più profonda, cavernosa, dimenticata; e non desta meraviglia che abbia sentito il bisogno di ricreare luoghi e personaggi tanto antichi per parlare ai suoi contemporanei con tanta urgenza e commozione.