Titolo: Gaspard de la Nuit
Autore: Aloysius Bertrand
Traduttore: Lanfranco Binni
Editore: Garzanti




Ho trovato Gaspard de la Nuit mentre curiosavo, una sera, tra i libri a metà prezzo. Ero indeciso, non ne sapevo nulla: il cellophane mi impediva di sfogliarlo; la descrizione sulla quarta di copertina, criptica ed elusiva, non mi permetteva di indovinarne il contenuto facendo ricorso a qualche pregiudizio, come si decide delle qualità di una persona affidandosi alle dicerie che la riguardano, o valutando le sue compagnie. Sono davvero felice di questa piccola scoperta.

È un libro gotico e notturno, animato dall'umanità più oscura e sfortunata: storpi, ubriachi, mendicanti, usurai; con frequenti immagini di malattia e di morte: Bertrand dà voce agli impiccati, ai lebbrosi, ai moribondi. Di tanto in tanto, con naturalezza, s'intrufolano nelle vicende umane personaggi fantastici: streghe che preparano il sabba, folletti nascosti nelle lanterne, diavoletti che gettano monete false dai tetti. Di notte, alla luce della luna, il poeta scopre le immagini più belle e crepuscolari: il lento attenuarsi dei colori dei fiori, il profilo delle merlature d'un castello all'orizzonte, l'incontro segreto di due amanti; ma nello stesso tempo è preda di ansie e di pensieri maligni, invincibili. Oggi queste immagini sembrano un po' antiquate; sono legate al gusto di quell'epoca, all'irragionevole nostalgia dell'autore per il passato medievale della sua città, Digione, e limitano la longevità di questi componimenti.

Quel che rende quest'opera ancora così interessante e sorprendentemente moderna è la sua forma: la definizione "poesia in prosa" sarebbe forse appropriata, ma non spiegherebbe fino in fondo l'originalità dell'invenzione di Bertrand, che risale al 1836, e la sensibilità che seppe comunicare attraverso quelle atmosfere, spesso davvero commovente: Bertrand aveva bisogno di scrivere, e affidò l'espressione dei suoi sentimenti a questo libro. I suoi riferimenti principali non sono letterari, ma pittorici: la prima idea per il titolo, poi scartata dallo stesso Bertrand, era Bambochades, in omaggio alla scuola dei bamboccianti; e il sottotitolo definitivo, Fantasie alla maniera di Rembrandt e Callot, lascia intendere quanto la sua arte volesse essere soprattutto figurativa, pur essendo scritta. Questa libertà espressiva fu la sua condanna: Bertrand morì ancora giovane, poverissimo, e non vide mai pubblicata la sua opera.

Scrisse dettagliate istruzioni per l'impaginatore, piuttosto ambiziose per l'epoca, con chiarimenti sui caratteri tipografici da usare, e sui soggetti che un artista avrebbe dovuto riprodurre nelle illustrazioni. Terminava così i suoi suggerimenti: "Maggiori saranno nella cornice la confusione e l'abbondanza di figure, maggiore sarà l'effetto." Le illustrazioni non furono mai realizzate. Bertrand descrisse in questo modo la sua opera, così fuori dagli schemi:

"[...] è divisa in sei libri, e ogni libro contiene un numero più o meno grande di composizioni. Il signor impaginatore noterà che ogni composizione è divisa in quattro, cinque, sei e sette capoversi o strofe. Disporrà larghi spazi bianchi tra queste strofe come si trattasse di strofe in versi."

Le strofe racchiudono brevi immagini, talvolta prive d'azione, e si succedono intervallate dagli spazi bianchi o da asterischi, come proiezioni di una lanterna magica: l'effetto finale è delicatamente surreale; ogni composizione si rivela lentamente, per piccole aggiunte, e gli spazi offrono l'occasione per pause meditative oppure cariche di un significato emotivo, come se l'autore avesse bisogno di riprendere fiato: la sua immaginazione si esprime in questi brevi singhiozzi, non è capace di adattarsi alle narrazioni labirintiche o ai torrenti di versi che dovrebbero certificare il suo talento, e garantirgli il successo.

Nelle epigrafi si trovano numerose citazioni e dediche a celebri autori dell'epoca, che forse dimostrano quanto la soggezione di Bertrand nei confronti dei suoi contemporanei fosse eccessiva. Temo che caratteri come il suo saranno sempre condannati alla fortuna postuma, quella degli innovatori fin troppo umili e silenziosi.

 




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