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Titolo: Il sentiero dei nidi di ragno
Autore: Italo Calvino
Editore: Einaudi





Non so nulla della Resistenza. Be', qualcosina la so: ho ascoltato e letto qualche racconto. Ma leggere delle avventure di Pin è stato più utile e vantaggioso: il punto di vista di un bambino come lui - povero, dispettoso, indipendente - è un terreno più fertile di qualsiasi tentativo di narrazione dall'interno. Non possiamo pretendere che Pin ci conduca nei luoghi dell'azione militare, delle notizie storiche, delle battaglie ideologiche: siamo costretti a seguirlo nell'osteria del paese dove canta e scherza con gli adulti; per le strade dove gli altri bambini, obbedienti ai richiami delle loro madri, lo evitano; nei luoghi dei suoi giochi solitari, nel fango dove fanno il nido i ragni; e, più tardi, tra i partigiani che lo adottano. Così vediamo la Resistenza di sbieco, non la guardiamo mai in faccia, e non possiamo concederci il lusso di un giudizio unico e condivisibile: ciò che riusciamo a intravedere ha diverse forme, non sempre positive, e spesso opposte. Non tutti i partigiani hanno ben chiare le loro intenzioni, pochi di loro concordano sui motivi e sugli obiettivi della rivolta; si lasciano spesso andare a sentimenti d'invidia e rivalità, tra loro e nei confronti delle altre divisioni.

Non vediamo Pin crescere o maturare, il racconto dà piuttosto l'impressione inversa, e questo mi è piaciuto molto: sembra quasi adulto tra i fascisti del suo paese, ma confrontandosi con i partigiani ridiviene bambino. Non può capire quanto questo sia importante, e ne prova rabbia; ma riconosce facilmente la bontà o la slealtà di chi lo prende per mano e di chi gli chiede di cantare. Gli adulti, dal suo punto di vista, sono precipitati a un livello morale che non merita attenzione né fiducia. La loro vita è fatta di tradimenti e inganni, e per questo motivo non può permettersi di considerarli amici: spesso li canzona e li insulta, e li ferisce: il tocco di Pin è sincero, e allontana gli altri. È facile e gratuito rimarcare l'indipendenza dei suoi giochi e dei suoi vagabondaggi, ma questa qualità, che suscita tanta ammirazione in chi lo osserva, per lui non è che solitudine. Per sua fortuna non mancano adulti portati a soffrire della stessa malinconia, ma queste persone sono davvero rare: per un po' può evitare di darsene pensiero, ma poi capita sempre qualcosa, per quel suo modo di toccare gli altri e urtarli, che lo costringe a fuggire e perdersi nei luoghi di casa.

Pin desidera una compagnia che non sembra possibile nel mondo degli adulti, dove la guerra, per quanto lui può ricordare, c'è sempre stata; dove si stringono alleanze per poterle tradire, si scambiano complimenti e offese senza intenzione. Quando può trovare un'amicizia ai margini di questo mondo dimentica i suoi dispetti e i suoi insulti, diventa un bambino affettuoso e riconoscente: allora non esistono più la guerra, la dittatura, la rivoluzione, i tradimenti; esistono soltanto cose troppo belle o troppo brutte per essere viste da vicino e raccontate con verità. Il suo sguardo obliquo sulla Resistenza diventa il nostro, e ci lascia intuire l'esperienza di chi l'ha vissuta in prima persona, e ha visto e ricorda con chiarezza ciò che un bambino non dovrebbe mai vedere: così, grazie a Pin, Calvino può descrivere quelle tristi circostanze senza mai permettercidi osservarne i dettagli, offrendoci una percezione indistinta della loro presenza e della loro importanza, come l'impressione di un ricordo.

 
 
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Titolo: Le correzioni
Autore: Jonathan Franzen
Traduzione: Silvia Pareschi
Editore: Einaudi






Ho iniziato questo libro con molto scetticismo. Pensavo: dev'essere l'ennesima critica della famiglia americana, con tanto di rituali del Giorno del ringraziamento e di Natale, scontri generazionali, personaggi carichi di rimorsi, rimpianti e rimproveri inespressi che prima o poi esplodono in rabbia, fuga o follia, coppie avvelenate dagli effetti della più pura ipocrisia matrimoniale, droghe, imprenditori senza scrupoli. Lo è: al punto che, se dovessi consigliare a qualcuno un libro che tratti questi argomenti, probabilmente sceglierei questo. Franzen racconta le vicende dei Lambert con un registro decisamente grottesco, tra la commedia e il dramma: si può ridere, piangere, indignarsi di disgusto o provare infinita pietà. Si limita alla denuncia di quelle falsità borghesi, evitando con molta saggezza di proporre modelli alternativi o critiche troppo esplicite che, regalando un po' di speranza, diminuirebbero l'importanza della sua opera di demolizione. Credo che il valore più grande di questo libro sia espresso dagli infiniti - e infinitamente piccoli - dettagli che compongono ogni scena: la sensibilità di Franzen è prodigiosa. È capace di immaginare e ricreare, con una precisione impressionante, le sensazioni vissute da ogni personaggio: le esperienze tattili, le lacrime trattenute, gli odori, i sapori. I pensieri e i passatempi più nascosti dei bambini, quelle piccole azioni invisibili agli adulti - quel modo di esplorare gli oggetti con le dita nei momenti che precedono o seguono il pianto per una punizione - sono raccolti in questo libro.

La struttura del romanzo è un vero virtuosismo: si rivivono lunghi episodi del passato dei Lambert, e spesso si devono attendere centinaia di pagine prima di ritrovarli nel presente; è affascinante lasciarsi trasportare all'interno di quelle digressioni per assistere alle diverse età di ogni personaggio, e approfittare di quell'esperienza per provare a interpretarne il destino. Questi tempi così stravolti e dilatati rendono ancora più originale la trama, che oscilla tra il realistico e l'inverosimile in modo impercettibile, con molta intelligenza e lucidità.

Nonostante tutto ciò, non riesco a togliermi dalla testa una sensazione fastidiosa, che si è insinuata tra me e l'esperienza così memorabile di questa lettura: ho l'impressione che questo romanzo, che critica una civiltà borghese corrotta, schiava di farmaci, consumi e ipocrisie, sia esattamente il genere di romanzo che quella civiltà desidera leggere e acclamare. Soddisfa abilmente la moderna sete di non-conformismo: impossibile, per me, non riconoscere questo paradosso; la lettura di Revolutionary Road, qualche anno fa, è stata triste e illuminante. La spietata amarezza di Yates ci ha lasciato in eredità un dilemma sociale forse irrisolvibile, rivelando più di uno strato di ipocrisia nel modello familiare statunitense (e, più in generale, occidentale): bisogna riconoscere a Franzen il merito di averlo affrontato con onestà. Forse questo libro non contiene saggezza, ma offre innumerevoli occasioni di riflessione, ed è impossible non lodarne la chiarezza di pensiero e di visione della realtà: Franzen, pur non proponendo soluzioni, denuncia il problema con tutti i suoi drammatici dettagli. Ma Le correzioni è esattamente il genere di romanzo che le persone Davvero Moderne e Perbene si compiacciono di aver letto.

Un'altra sensazione, più difficile da definire, mi ha accompagnato fin dalle prime pagine: immagino sia dovuta agli attuali limiti delle mie letture, ma mi ha incuriosito e voglio provare a descriverla. Mi è sembrato di ritrovare le caratteristiche di tanti altri romanzi statunitensi: gli argomenti più difficili, tutti insieme: la famiglia, il matrimonio, il divorzio, la malattia, la morte, l'alcool, le droghe, il sesso; la narrazione che procede verso il finale nonostante i tanti lunghissimi riferimenti al passato; gli immensi capitoli di centinaia di pagine, con una riga bianca di tanto in tanto per riprendere fiato; l'autore che esibisce implicitamente la sua cultura, inserendo citazioni di nomi e opere di grandi autori classici nelle conversazioni dei suoi personaggi. Questi tratti mi hanno portato a sospettare che l'abilità nell'affrontare questo modello di romanzo, già collaudato e celebrato, rielaborandone gli elementi per costruire qualcosa di nuovo, sia considerata una prova di bravura superiore. Non è poco, in effetti; anzi, forse il doversi muovere all'interno dei confini di questo paradigma rende l'impresa dell'autore ancora più complicata e degna di ammirazione. Franzen è riuscito dove tanti altri, tranne i più grandi tra i suoi contemporanei, hanno fallito e falliranno: però sono convinto che, con il suo talento, meriterebbe di separarsi da quei modelli. Forse lo ha già fatto; sono curioso di scoprirlo.


 
 
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Titolo: Chiedi alla polvere
Autore: John Fante
Traduttore: Maria Giulia Castagnone
Editore: Einaudi




A sette anni di distanza dalla prima lettura, Chiedi alla polvere mi sembra ancora più interessante, come se fosse maturato; forse con una terza lettura, tra qualche anno, noterò dettagli che finora mi sono lasciato sfuggire per ignoranza o inesperienza. Penso all'ingiustizia e alla trascuratezza con cui questo libro è stato trattato per decenni; immagino l'entusiasmo di Fante durante la stesura: il protagonista Arturo Bandini, aspirante scrittore, è John Fante, su questo non ci piove. L'albergo traboccante di varie forme di squallore è quello dove visse lui; Camilla Lopez, crudele e malinconica principessa messicana, era nei suoi ricordi con un altro nome, forse con un altro aspetto - ma lui l'ha conosciuta, è impossibile dubitarne. Los Angeles, in questo libro, è una città indicibilmente sporca, vulnerabile: tormentata dalla sabbia che si deposita sulle piante e sugli edifici, minacciata dal deserto e dai terremoti, popolata da fuggiaschi provenienti dalle zone rurali più sperdute degli Stati Uniti, giunti in California in cerca di fortuna e ormai disillusi, ma troppo pigri o troppo poveri per tornare indietro.

E' interessante pensare al destino di Fante, la cui opera è stata dimenticata e poi lentamente riscoperta, parecchi decenni dopo: un destino simile a quello di altri autori dell'epoca, tra i quali l'ormai celebratissimo Raymond Chandler. "Chiedi alla polvere" ha trovato un nuovo pubblico grazie agli sforzi di Bukowski, che alla fine degli anni '70 chiese al proprio editore di ristamparlo; ma resta un po' di amarezza quando si scopre che Fante, forte della fama inaspettatamente riconquistata ma reso ormai cieco dal diabete, riuscì soltanto a dettare alla moglie un ultimo romanzo con protagonista Arturo Bandini prima di morire. Arturo Bandini, Philip Marlowe, Sam Spade e gli altri, protagonisti di storie popolari che provavano a mostrare la cruda realtà degli Stati Uniti, alle prese con una violenta crisi d'identità (riconosciuta e analizzata anche da Pavese, in Italia), libri considerati a lungo inferiori, ingenui, dilettanteschi; buoni al massimo per un adattamento cinematografico.

Il nostro John Fante, nella povertà di Bunker Hill, scriveva di Bandini e delle sue lunghissime lettere all'editore Hackmuth, idolatrato e adorato come un semidio, immaginato come una persona buona e comprensiva che certamente avrebbe apprezzato il suo talento e lo avrebbe messo sulla via del successo. Oggi, pensare che proprio la corrispondenza di Fante è stata raccolta e pubblicata in volumi mi rende un po' malinconico; è difficile riconoscere il coraggio di chi ha scritto un libro così e non ha avuto fortuna, e dargli un'altra opportunità, prima che sia troppo tardi.



 
 
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Lo Spleen di Parigi
Charles Baudelaire
Trad. it. Franco Rella
Feltrinelli editore




Meraviglioso esempio di poesia come metodo per indagare la verità: il poeta sfiora e rivela col suo linguaggio tutto ciò che parole più concrete e meno ambigue lascerebbero, inevitabilmente, nell'ombra. Probabilmente, neppure Baudelaire avrebbe saputo spiegare come si possa far luce su qui misteri senza nominarli; ci accontentiamo, per così dire, dello spettacolo offerto dalla sua prosa, abbandonando ogni pretesa di comprenderne la meccanica, ed evitando così di soffocarne l'incanto. Ma queste piccole rivelazioni sono incontestabili, e altrettanto inconfutabilmente fuggevoli - si rivelano alla prima lettura di questi brevissimi testi, e ne resta un'impressione indefinita come quelle lasciate dalle immagini di un paesaggio intravisto da un finestrino, o dalla voce di un passante che si perde tra la folla. La rilettura non permette di ritrovare quella sensazione, ma in compenso se ne scopre un'altra - un altro paesaggio che scorre, un'altra voce che si perde. Per questo credo che questo libro sia eterno: imprevedibile a ogni nuovo approccio, come il ritmo ipnotico di una danza antica, come le diverse suggestioni stimolate da una stessa sfumatura di colore.

Baudelaire seppe comprendere i vantaggi che avrebbe avuto liberandosi dalle costrizioni dei versi. Il suo unico riferimento dichiarato è Bertrand, del quale ammira senz'altro la libertà espressiva, ma Lo Spleen di Parigi è decisamente più moderno e complesso dell'opera del suo coraggioso predecessore. I primi componimenti sono quasi dei racconti, assomigliano a parabole o favole, di gusto vagamente orientale. Nei successivi, però, la prosa poetica di Baudelaire acquista sicurezza, e il libro assume una forma più precisa e meno sperimentale. Parigi, capitale immensa e custode di infiniti particolari umani, diviene l'ambiente di personaggi reali e fantastici: l'esperienza del reale e quella dei sogni si intersecano inestricabilmente; si avanza per le vie scoprendo angeli morenti nel fango e demoni padroni di ricchi palazzi, oasi di luce divina e tuguri maleodoranti. Il poeta diviene pittore: il suo debito nei confronti delle arti figurative è testimoniato, in maniera simbolica ma molto efficace, dall'ultimo poema. Nelle sue parole non manca mai un pensiero, un'intenzione evidente, che fa di quelle atmosfere così varie uno strumento di conoscenza.

Questi poemi in prosa sembrano - non so proprio trovare un altro termine per descriverli - accoglienti: descrivono una situazione precisa, un pensiero, ma nello stesso tempo creano uno spazio per ospitare i pensieri e i sentimenti di chi legge - uno spazio dove ci si può muovere, riflettere, ricordare la propria vita. Siamo ancora molto legati a un ideale di arte che risponde a esigenze antiche: scrittori che propongono con forza i propri tormenti, le proprie vicissitudini, le proprie conquiste, per arricchire con quelle esperienze la vita di chi li leggerà. La Parigi così varia e trascendentale di Baudelaire, spazio illimitato che sembra poter contenere il dolore, la felicità, le conquiste di ogni essere umano, appare tanto più moderna e vivibile.


 
 
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Cassandra - Christa Wolf -
Trad. it.: Anita Raja
Editore: e/o






Cassandra, prossima alla morte, rivive in brevi attimi la storia della caduta di Troia. Dentro di sé, in forma di racconto, ricostruisce la città: taglia le parole come pietre, sa nascondere i pensieri come le serpi tra gli arbusti; rinnova tutte le voci, i mormorii, i lamenti, le invidie della patria perduta. Grazie ai suoi pensieri possiamo ricostruire quelle note vicende da una prospettiva insolita: la guerra di Troia secondo gli assediati, gli affamati, le donne martirizzate per volere e per vizio degli uomini. Cassandra parla dei suoi sogni, della sua famiglia, dei suoi amori e del suo ruolo così singolare, che la rende vulnerabile e porta le persone più care ad allontanarla. Com'è doloroso portare il peso di quelle visioni in una società che vive per nascondersi la verità: le sue intuizioni non sono oscure o magiche, sono semplicemente l'espressione di una sincerità coraggiosa - che gli altri trovano cinica, arrogante, irresponsabile - alla quale non è disposta a rinunciare. La sua città è destinata a scomparire, demolita dal peso degli inganni: la guerra, scatenata dall'arrogante Paride per una bugia, e sostenuta dal re e dai cittadini nella stupida, miope adorazione della bellezza di Elena; la religione, strumento del governo, sfruttata per infondere ottimismo nella popolazione stremata. I luoghi sono violati e offesi: le mura della città, i templi, le grotte, le capanne, i rifugi - e con essi le persone, le menti, le parole, e ancora le donne: vendute al nemico per miseri contratti o vendette, secondo necessità, fino all'inevitabile capitolazione. Quest'ultima, non per caso, avviene grazie a uno stratagemma dei greci; e per accogliere il cavallo di legno - un mostro, come avete potuto credere a un dono? - s'abbattono le mura intorno alle porte, si regala al nemico ciò che con anni d'assedio, di omicidi e violenze non era riuscito a conquistare. Per vanità, per orgoglio di stato, per amore della bellezza. L'assedio crudele e logorante è anche l'assedio all'integrità di Cassandra, in tutti i suoi ruoli - donna, sacerdotessa, figlia del re - e il finale è l'unico possibile.

Questo romanzo merita molta attenzione. La sua prosa ha un ritmo complicato, che il lettore può far suo dopo poche pagine, e che evoca in modo sublime l'evoluzione della guerra e dei sentimenti, il dolore di Cassandra e il fascino del paesaggio: la luce del tramonto sui leoni di pietra, le foglie argentate degli ulivi. Se Cassandra fosse soltanto una rielaborazione di racconti antichi, lo si potrebbe dimenticare dopo pochi giorni. Non è così semplice: Christa Wolf scrive intrecciando alle vicende della protagonista pensieri che non hanno nulla d'antico, tanto che le sue parole sembrano spesso far luce su aree oscure e poco visitate del pensiero moderno. Non si può classificare la complessità delle riflessioni espresse dalla sua narrazione cercando tra le note e abusate etichette - non è semplicemente femminista, né pacifista o altro: porta una voce più profonda, cavernosa, dimenticata; e non desta meraviglia che abbia sentito il bisogno di ricreare luoghi e personaggi tanto antichi per parlare ai suoi contemporanei con tanta urgenza e commozione.


 
 
Titolo: Gaspard de la Nuit
Autore: Aloysius Bertrand
Traduttore: Lanfranco Binni
Editore: Garzanti




Ho trovato Gaspard de la Nuit mentre curiosavo, una sera, tra i libri a metà prezzo. Ero indeciso, non ne sapevo nulla: il cellophane mi impediva di sfogliarlo; la descrizione sulla quarta di copertina, criptica ed elusiva, non mi permetteva di indovinarne il contenuto facendo ricorso a qualche pregiudizio, come si decide delle qualità di una persona affidandosi alle dicerie che la riguardano, o valutando le sue compagnie. Sono davvero felice di questa piccola scoperta.

È un libro gotico e notturno, animato dall'umanità più oscura e sfortunata: storpi, ubriachi, mendicanti, usurai; con frequenti immagini di malattia e di morte: Bertrand dà voce agli impiccati, ai lebbrosi, ai moribondi. Di tanto in tanto, con naturalezza, s'intrufolano nelle vicende umane personaggi fantastici: streghe che preparano il sabba, folletti nascosti nelle lanterne, diavoletti che gettano monete false dai tetti. Di notte, alla luce della luna, il poeta scopre le immagini più belle e crepuscolari: il lento attenuarsi dei colori dei fiori, il profilo delle merlature d'un castello all'orizzonte, l'incontro segreto di due amanti; ma nello stesso tempo è preda di ansie e di pensieri maligni, invincibili. Oggi queste immagini sembrano un po' antiquate; sono legate al gusto di quell'epoca, all'irragionevole nostalgia dell'autore per il passato medievale della sua città, Digione, e limitano la longevità di questi componimenti.

Quel che rende quest'opera ancora così interessante e sorprendentemente moderna è la sua forma: la definizione "poesia in prosa" sarebbe forse appropriata, ma non spiegherebbe fino in fondo l'originalità dell'invenzione di Bertrand, che risale al 1836, e la sensibilità che seppe comunicare attraverso quelle atmosfere, spesso davvero commovente: Bertrand aveva bisogno di scrivere, e affidò l'espressione dei suoi sentimenti a questo libro. I suoi riferimenti principali non sono letterari, ma pittorici: la prima idea per il titolo, poi scartata dallo stesso Bertrand, era Bambochades, in omaggio alla scuola dei bamboccianti; e il sottotitolo definitivo, Fantasie alla maniera di Rembrandt e Callot, lascia intendere quanto la sua arte volesse essere soprattutto figurativa, pur essendo scritta. Questa libertà espressiva fu la sua condanna: Bertrand morì ancora giovane, poverissimo, e non vide mai pubblicata la sua opera.

Scrisse dettagliate istruzioni per l'impaginatore, piuttosto ambiziose per l'epoca, con chiarimenti sui caratteri tipografici da usare, e sui soggetti che un artista avrebbe dovuto riprodurre nelle illustrazioni. Terminava così i suoi suggerimenti: "Maggiori saranno nella cornice la confusione e l'abbondanza di figure, maggiore sarà l'effetto." Le illustrazioni non furono mai realizzate. Bertrand descrisse in questo modo la sua opera, così fuori dagli schemi:

"[...] è divisa in sei libri, e ogni libro contiene un numero più o meno grande di composizioni. Il signor impaginatore noterà che ogni composizione è divisa in quattro, cinque, sei e sette capoversi o strofe. Disporrà larghi spazi bianchi tra queste strofe come si trattasse di strofe in versi."

Le strofe racchiudono brevi immagini, talvolta prive d'azione, e si succedono intervallate dagli spazi bianchi o da asterischi, come proiezioni di una lanterna magica: l'effetto finale è delicatamente surreale; ogni composizione si rivela lentamente, per piccole aggiunte, e gli spazi offrono l'occasione per pause meditative oppure cariche di un significato emotivo, come se l'autore avesse bisogno di riprendere fiato: la sua immaginazione si esprime in questi brevi singhiozzi, non è capace di adattarsi alle narrazioni labirintiche o ai torrenti di versi che dovrebbero certificare il suo talento, e garantirgli il successo.

Nelle epigrafi si trovano numerose citazioni e dediche a celebri autori dell'epoca, che forse dimostrano quanto la soggezione di Bertrand nei confronti dei suoi contemporanei fosse eccessiva. Temo che caratteri come il suo saranno sempre condannati alla fortuna postuma, quella degli innovatori fin troppo umili e silenziosi.