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Suttree
Cormac McCarthy
Einaudi - Supercoralli
Trad. it. Di Maurizia Balmelli
pp. 560

 

"Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un'altra vita sogna. Deformi, o neri o folli, fuggiaschi di ogni risma, stranieri di ogni contrada." 

Uno straordinario spaccato di vita nel degrado della periferia di Knoxville (Tennessee) ai primi anni Cinquanta; una umanità derelitta, stravagante o balorda, che si barcamena con ogni mezzo per sopravvivere, tra risse, delitti, sbornie, arresti... ; una natura impervia, implacabile nelle manifestazioni climatiche e deteriorata dalla contaminazione dei più sordidi, mefitici rifiuti. 
Più che di un romanzo in senso canonico – con uno svolgimento di vicende concatenate ad un progetto e proiettate verso una logica conclusione risolutiva – si tratta piuttosto del monumentale affresco di una sorta di mondo parallelo alla città, alla civiltà e al progresso, dove “non si è mai al sicuro”; di una quotidianità torbida, misera e malsana, nella quale gli esseri umani sembrano costituire un tutt'uno con il paesaggio, ed il susseguirsi dei loro gesti assomiglia ad un disperato brulicare inutile, piuttosto che ubbidire ad un progetto lineare, finalizzato al raggiungimento di uno scopo qualsiasi. 
Alcuni di questi individui devono subire una simile emarginazione per nascita, o per incapacità, o per sfortuna; altri, al contrario, l’hanno abbracciata per scelta, come nel caso di Suttree. 

Il suo passato di “normalità” borghese – abitudini consolidate, programmi per il futuro e vincoli affettivi corrisposti – viene soltanto accennato per brevi squarci in flashback, come ricordi appartenenti ad un’esistenza ormai conclusa, rievocata teneramente e mai rimpianta, abbandonata come qualcosa di fittizio per immergersi senza rimorsi nei colori della vita vera; per scoprirne il significato più autentico, sempre che esista un significato. La vita vissuta alla giornata che scorre inarrestabile, rasserenante o crudele, grandiosa e putrida al pari del grande fiume sul quale Suttree vive e dal quale trae il proprio sostentamento come pescatore. 
Quasi una sorta di Cristo moderno, fragile uomo tra gli uomini più vulnerabili in quanto provvisto della sola natura umana, egli sembra voler assaporare fino in fondo, nel bene e nel male, nella virtù come nella corruzione, la condizione dell’essere uomo, facendosi carico del sostegno, del conforto e dell’amore – inutile quanto necessario – , ma anche della solitudine, della sofferenza e della desolazione più cupa. Senza formulare alcun giudizio morale e senza alcuna pretesa salvifica di redenzione o riscatto, in quanto non c’è nulla da riscattare, essendo il bene e il male, il vizio e la virtù, la gioia e il dolore, componenti essenziali della vita umana. 
Cosa vada cercando Suttree e quali siano le deduzioni a cui perviene al termine di questa esperienza oscillante tra la consapevolezza e il delirio non viene espressamente rivelato, salvo per una orgogliosa presa di coscienza della propria singolarità di individuo artefice del proprio destino – “di Suttree ce n’è uno e uno soltanto” – e, al contempo, del fatto che ”ogni uomo è tutti gli uomini”
Unicità e universalità, allo stesso modo in cui Knoxville con i suoi fatiscenti sobborghi è ”una città qualunque” e insieme la città universale e il mondo intero. 
Tuttavia anche nella desolazione più tragica e putrescente, in mezzo alla più lurida banda di cialtroni e falliti, può brillare la luce della delicatezza, della solidarietà e di un sorriso, in grado di restituire rispetto e dignità all’uomo: ed ecco l’apertura ad un bagliore di speranza, che illumina come un fulgido raggio di sole (o, ricordando la chiusa dell’indimenticabile “La strada”, sarebbe meglio dire come un fuoco) il sorprendente finale di questa magnifica opera. 

È un libro che ci si deve guadagnare, questo; una manciata di pagine alla volta, anche per il lettore più collaudato e impaziente. 
Visionario, potente, brutale, poetico, virtuosistico. A tratti ostico. Ma prodigioso per l'originalità, il vigore e la purezza di una scrittura in grado di trasmettere emozioni fortissime: visioni, suoni, odori... nessuna cosa è tralasciata ed ogni cosa viene descritta fin nei minimi dettagli con una precisione allucinata e allucinante. Tutto acquista così un significato che travalica i limiti della realtà e della contingenza per acquistare un valore simbolico, paradigmatico. 
McCarthy è un mago della parola, la seleziona e la padroneggia con audacia e sapienza in tutte le sue accezioni più sottili, avvalendosi di un lessico incredibilmente ricco, spesso inusuale o tecnico-specialistico, della costruzione di dialoghi suggestivi, realistici e mai artificiosi, e di una varietà di immagini che non finisce di stupire e fa apparire scialba ogni altra lettura meno che eccezionale intrapresa di seguito ad uno qualunque dei suoi libri.

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