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Mi è sempre piaciuto associare la lettura del momento ad un'opera figurativa o a un brano musicale, per individuare corrispondenze espressive o analogie nell'impatto emozionale.
Naturalmente lo faccio da profana, seguendo criteri istintivi e del tutto personali, sia nella scelta dei parallelismi, sia nelle conclusioni che traggo.
Ritengo tuttavia che chiunque abbia letto L'urlo e il furore non possa che essere d'accordo nel rilevare una marcata analogia tra le tematiche ed il clima che si respira nel romanzo e il famosissimo dipinto di Van Gogh Campo di grano con volo di corvi (Vedi sotto).
La pennellata densa ed energica di questo pittore suggerisce una straordinaria intensità passionale, mentre il significato dei colori sgargianti e sovraccaricati del grano e del cielo - in origine per l'artista simbolo di gioia e simbiosi con la natura - viene contraddetto e annullato dai toni minacciosi delle nubi che annunciano tempesta. Anche l'armonia delle spighe mature, emblema di prosperità, è come frantumata dalla furia del vento che le schiaccia in ogni direzione; e i tre sentieri che divergono, dirigendosi verso punti diversi di un orizzonte buio indeterminato e ignoto, suggeriscono smarrimento, incertezza, perdita del cammino e della speranza. L'elemento più inquietante tuttavia è il volo dei corvi, lugubri tratti neri, cupi e spigolosi, che esasperano la tensione del quadro introducendo una nota tragica, come un presagio di sconfitta e di morte.
Tutto questo c'è anche nel libro, che racconta il crollo dell’aristocrazia di provincia del Sud degli Stati Uniti - di una cultura e di tutto un mondo - attraverso la storia della decadenza materiale e morale dei Compson, una grande famiglia con i suoi segreti, i suoi pregiudizi, i suoi peccati e le sue tragiche vicende.
Non è facile commentare un’opera di questo genere e soprattutto non è facile farlo quando si è tanto avviluppati nelle atmosfere cupe e viscose di una storia in cui si affiancano, si mischiano e si scontrano violentemente passioni contrastanti quali l’odio e l’amore, il gretto egoismo e la dolcezza struggente, l’innocenza candida e la colpa più vergognosa e intollerabile.
Alcuni affermano di avere abbandonato la lettura di questo romanzo per le difficoltà strutturali del suo audace sperimentalismo che ne limitano una comprensione immediata, ma è peggio per loro, perché non sanno ciò che perdono con tale rinuncia.
In effetti l’approccio al testo non è semplice, in quanto le prospettive narranti sono quattro e ciascuna possiede un proprio codice espressivo e una diversa prospettiva di percezione della realtà, della quale seleziona gli episodi e i particolari più rilevanti in base all’esperienza che ne ha avuto, nell’ottica dettata dai suoi personali sentimenti e stati d’animo. La visione d’insieme inoltre è complicata dai continui passaggi temporali, specie di flashback dal presente al passato su tre diversi piani che corrispondono all’infanzia, all’adolescenza e all’età adulta dei protagonisti.

Quattro narratori quindi - tre dei quali interni alle vicende e l’ultimo esterno e onnisciente - rappresentati da quattro stili ben differenziati tra loro e rispecchianti, tanto nella prosa quanto nel modo di rapportarsi ai fatti, il carattere e la sensibilità del personaggio a cui corrispondono. Per la precisione, tranne che nell’ultima sezione, non si può neppure parlare di una narrazione vera e propria, perché la storia si ricompone per frammenti emozionali più che per un susseguirsi ordinato dei fatti, e la visione complessiva si perfeziona soltanto nel finale nella mente del lettore, che prova lo stupore e la soddisfazione di chi, se pure a fatica, è riuscito a completare un puzzle straordinario o ad emergere da un oscuro labirinto irto di ostacoli per ritrovare finalmente la luce.
A mano a mano che si procede nella lettura, i protagonisti acquistano uno spessore tragico e grandioso, che li rende incisivi e indimenticabili.
Tra tutti emergono Caddy e Benjy.
Caddy, figura enigmatica e affascinante, troppo libera per i tempi in cui vive, non compare mai direttamente, ma è vista attraverso gli occhi dei tre fratelli che ne tracciano un ritratto di volta in volta tenero e amorevole, tormentato e angoscioso, rabbioso e spietato.
Anche Benjy, il fratello minorato, si staglia in modo contraddittorio nel corso della narrazione, a seconda che si presenti come voce narrante o tramite lo sguardo esterno di chi gli vive accanto; quando infine ne verrà data una descrizione diffusa e particolareggiata, ne resteremo attoniti e sgomenti.
Il suo monologo, quello iniziale, è qualcosa di meraviglioso e folgorante, un vero capolavoro di arte creativa che non ha uguali nel repertorio letterario di mia conoscenza.
Il paragone con Joyce, infatti, se può reggere con il secondo monologo condotto con la tecnica del flusso di coscienza, ovvero quello di Quentin, in questo contesto viene superato e dilatato in maniera geniale a riprodurre le percezioni sensoriali ed emotive di una mente che riceve gli stimoli esterni in maniera del tutto irrazionale ed elementare, poiché, essendo muto e minorato psichico, Benjy non ha contatti con il mondo che lo circonda e non si rapporta ai fatti e alle persone se non per sensazioni tattili, olfattive e istintive.
La sua testimonianza dei drammi che si abbattono sulla sua famiglia risulta pertanto straordinaria, commovente e bella in modo addirittura lancinante.

Ci sono libri che una persona si porta dentro e continua a leggere per tutta la vita, scoprendone ogni volta aspetti nuovi e preziosi: questo per me sarà uno di quelli.

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