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L’AFFAIRE MORO
Leonardo Sciascia
Scritto nel 1978
Piccola Biblioteca -  Adelphi ed. 1994
pp. 196
€ 10.00



«Moro era stato condannato a morte direttamente dalle brigate Rosse e indirettamente dalla Democrazia Cristiana, dallo Stato» (p.88)



Prima dello storico Miguel Gotor, con la sua opera Il memoriale della Repubblica (di cui si era già parlato qui), fu Leonardo Sciascia a trattare il tema de L’Affaire Moro. Libro scritto - come molti tengono a precisare - a “caldo”, cioè alcuni mesi dopo il rapimento e l’assassinio dell’On. Aldo Moro.

Leonardo Sciascia - che nel 1979 prese parte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani (avvenuta il 16 marzo 1978), sul sequestro e l’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, e sul terrorismo in Italia - riporta, anche cronologicamente, i fatti accaduti: dal rapimento, ai 55 giorni di prigionia, alla morte di Moro. Utilizzando moltissimo passi tratti dalle lettere che il l’onorevole scrisse dalla prigione del popolo, cerca di descrivere gli avvenimenti seguendo due linee parallele: quella di Aldo Moro e quella delle Brigate Rosse.

Prima di analizzare le varie tesi  presentate nel libro, è bene precisare di nuovo, che Sciascia scrisse il libro ancora influenzato dagli eventi appena accaduti, e che a distanza di trentacinque anni la storia ha in parte smentito e corretto.

«Il 16 marzo 1978, qualche minuto prima delle nove, l’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, esce dal portone numero 79 di via del Forte Trionfale. Sono ad attenderlo la 130 blu di rappresentanza e un’alfetta bianca con la scorta. Il presidente deve prima recarsi al Centro Studi della Democrazia Cristiana e poi, alle dieci, alla Camera dei deputati, dove l’onorevole Andreotti presenterà il nuovo governo e ne dichiarerà il programma. Di questo nuovo governo, che sarà il primo governo democristiano sorretto dai voti comunisti, l’onorevole Moro è stato accorto e paziente artefice [...]».

Non arriverà mai nell’aula di Montecitorio. In via Fani un commando brigatista attaccò la macchina dove vi era l’onorevole. Rimasero uccisi i cinque agenti della scorta e Moro verrà rapito. Parallelamente - benchè sia arrivata  la notizia del rapimento - «il quarto governo presieduto dall’onorevole Andreotti veniva approvato senza discussione alcuna». Seguirono 55 giorni di prigionia, 9 comunicati da parte delle Brigate Rosse, 97 lettere (numero risalente alle sole rese pubbliche. Ancora oggi non si può escludere il fatto che ve ne siano altre, coperte dal “segreto di Stato”) che Moro indirizzò agli esponenti di spicco della Democrazia Cristiana (soprattutto all’onorevole Benigno Zaccagnini, Francesco Cossiga, Giulio Andreotti), al Presidente della Repubblica Giovanni Leone, al politico socialista Bettino Craxi ed altri membri del corpo politico (Amintore Fanfani, Pietro Ingrao), e alla famiglia.

Fu giustiziato il 9 maggio 1978.

Prima di esaminare i «documenti del contrappasso, e cioè le lettere attraverso cui Moro tentò di comunicare con gli altri [...]», Sciascia crede sia importante «dire del nemico», le sue caratteristiche, spiegare perchè sia stato scelto proprio l’onorevole Moro, la sua mentalità, con la quale ha agito e soprattutto le finalità che perseguava. Figli del comunismo stalinista, le BR avevano adottato una strana etica carceraria - alquanto lontana da quella stalinista. Comportamenti disorientanti: nel terzo comunicato (29 marzo) - a cui era allegata la prima lettera di Moro, indirizzata a Francesco Cossiga - i brigatisti specificarono «Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga. Gli è stato concesso, ma siccome nulla deve essere nascosto al popolo ed è questo il nostro costume, la rendiamo pubblica». Poi di colpo, uno strano cambio di strategia. Arrivò la notizia che furono consegnate sette lettere, rispettivamente a Giovanni Leone, Giulio Andreotti, Pietro Ingrao, Amintore Fanfani, Riccardo Misasi, Flaminio Piccoli e Bettino Craxi. Di sette lettere, solo due ne vennero pubblicate (quella inviata a Giovanni Leone, su richiesta specifica di Aldo Moro; e quella inviata a Craxi) e non per mano brigatista. Da quel momento in poi, nessuna lettera venne più pubblicata dalle Brigate rosse.

Sciascia è qui convinto di una cosa  «[...] che nell’etica delle Brigate Rosse ci sia un prima e un dopo la condanna: e che Aldo Moro sia stato considerato un uomo pubblico durante il processo, e quindi senza nessun diritto al segreto; e non più dopo la sentenza [...]».

È assai convinto lo scrittore, che le BR abbiamo sfruttato queste lettere a loro favore, in modo che fosse proprio il prigioniero del popolo ad avanzare le richieste dell’infame ricatto (magari convicendolo di aver già dettato i termini dello scambio, senza - però - risposta alcuna), e «convincere “gli amici” del governo al baratto». Per un semplice motivo: se fosse stato Moro ad avanzare le richieste per questo scambio, i brigatisti - «per clemenza e a commutanzione della condanna a morte» - sarebbero passati come coloro che accettano (quasi passivamente) questa decisione, non come coloro che dettano le condizioni del “baratto”.

Aldo Moro indirizzò la sua prima lettera a Francesco Cossiga, allora ministro degli Interni. Sciascia avanza la tesi che il prigioniero - più che scrivere ad un amico, nonchè compagno democristiano - scrisse a Cossiga in quanto capo della polizia: «a colui che detiene gli uomini e i mezzi che potrebbero liberarlo da quella condizione». È convinto che in qualche modo, Moro abbia cercato di comunicare - senza crittogrammi o codici binari (sennò il risultato sarebbe stato vano) - le possibili mosse delle BR, quindi le possibili soluzioni («[...]un atteggiamento di ostilità sarebbe una astrattezza e un errore») e soprattutto il luogo dov'è situata la prigione del popolo. E questo Leonardo Sciascia lo deduce da una frase contenuta nella lettera: «Penso che un preventivo passo della Santa Sede potrebbe essere utile». Senza alcun filo conduttore o apparente senso riguardo il messaggio complessivo della lettera. L’autore domandandosi il perchè di questa scelta (fatta da un uomo «stremato da interrogatori e insonnie ma tuttavia lucidissimo»), cercò di interpretare i pensieri che in quel momento pervadevano la mente di Moro: «Mettendo assieme quello che presume e quello che sa, arriva a questa domanda: com’è possibile che la polizia non riesca a trovare la prigione del popolo? e la risposta che si dà è questa: la prigione del popolo si trova in un luogo inaccessibile alla polizia, in un luogo che gode di immunità. La città del Vaticano? Un’ambasciata?». Sciascia precisa poi che questo è solo ciò che l’onorevole può aver pensato, non lo dà per scontato. È invece convinto che la prigione del popolo fosse in un posto talmente tanto evidente, da non dettare il minimo sospetto (invisibilità dell’evidenza).

Il 4 aprile - nella redazione de “La Repubblica” - arrivò la lettera di Aldo Moro per l’onorevole Zaccagnini, seguita poi da un opuscolo che conteneva la Risoluzione della direzione strategica. La messa in diffusione del progetto strategico, era prevalentemente un modo per raggiungere tutti i simpatizzanti che appoggiavano la linea brigatista.

Il mondo mediatico, e soprattutto politico, interpretò il contenuto della lettera - in relazione anche al contenuto dell’opuscolo - in questo modo: «Come possono comprendere i nostri lettori il testo della lettera a firma Aldo Moro indirizzata all’on. Zaccagnini … rileva ancora una volta le condizioni di assoluta coercizione nelle quali simili documenti vengono scritti a conferma che anche questa lettera non è moralmente a lui ascrivibile». Sciascia comprese fin da subito - come poi scriverà ne L’Affaire Moro - che non era possibile considerare una persona incapace di intendere e di volere, solo perchè chiedeva esasperatamente di essere liberato, di non morire («La lettera di Moro non sembrava delirante. E non lo era»). Sarà proprio lo stesso Moro ad affermare la sua non deliranza, nella lettera del 29 aprile che pervenne ad un giornale romano.

Sciascia muove  una - penultima - grande tesi (e tende a precisare che «non c’è - ripeto - non c’è nessun segno »). Nel comunicato numero 7 (20 aprile) e numero 8 (24 aprile) vengono - espressamente - dettate rispettivamente le condizioni per il rilascio del prigioniero: verrà restituito in cambio di  tredici “prigionieri comunisti”. Viene posto un primo ultimatum (non rispettato dal Goeverno per seguire la «linea della fermezza»), che poi non verrà preso in considerazione (quindi non verrà temporaneamente eseguita la sentenza di condanna a morte) - probabilmente per la posizione presa dal Partito Socialista (assecondare le richieste dei rapitori). E’ qui che Sciascia intravede una prima forma di dissenso all’interno delle brigate rosse, «tra coloro che hanno deciso che Moro deve morire e coloro che lo libererebbero contro un cedimento anche simbolico dello Stato italiano». Tenendo conto anche delle lettere e dei comunicati, individua due tipi di brigatisti: quelli che interrogano il prigioniero e - avendolo ucciso politicamente - tendono a salvare la faccia; quelli che emettono i comunicato non aspettando altro che quel “no” del governo (“no” nello scendere a compromessi), per eseguire la sentenza.

Nell’ultima parte del testo emerge espressamente come Sciascia fu contrario alle decisioni prese dalla maggioranza democristiana (la quale giustificò la scelta con due motivazioni: il fatto di non riconoscere più il loro compagno Aldo Moro nelle parole delle lettere - convinti (forse per convenienza?) che fossero frutto di coercizione e modifiche; di dover rispettare le famiglie di tutte quelle vittime morte per mano terrorista, per onorare la patria).

Riporta per intero la telefonata che le Brigate Rosse fecero al professor Franco Tritto - amico della famiglia Moro - in cui veniva comunicato in luogo del ritrovamento del cadavere dell’ onorevole Aldo Moro.

Le Brigate Rosse - a differenza del Governo - funzionarono perfettamente. E analizzandole in profondità, a Sciascia nasce il dubbio che non vi sia qualche affinità con «l’altra “cosa nostra”: [... ] analogie tra le due cose ce ne sono». Benchè i brigatisti abbiano appreso le tecniche rivoluzionare dalla mentalità stalinista, «nella loro organizzazione e nelle loro azioni c’è qualcosa che appartiene al manuale non scritto della mafia».

L’autore è poi convinto di un’altra cosa: «l’azione delle Brigate Rosse non è avulsa dal contesto politico italiano [...]. Sarebbe Pazzesco da parte nostra collocare le Brigate Rosse in una sfera di autonomia e atarchica purezza rivoluzionaria che si illuda di muovere le masse a far saltare le strutture politiche che le contengono». Le BR rapiscono Moro non per essere il presidente della Democrazia Cristiana (come lui pensava) o per essere stato Presidente del Consiglio, ma per essere stato il primo - dopo trent’anni - ad aver portato il Partito Comunista nella maggioranza di governo. Non ne fanno esplicitamente riferimento nei comunicati, ma emblematico è il fatto che il corpo verrà ritrovato in una Reanault 4 rossa, in via Caetani - proprio all’imbocco di Piazza di Gesù (dov’era la sede nazionale  della Democrazia Cristiana) e via delle Botteghe Oscure (dov’era la sede nazionele del Partito comunista).

Oltre a contenere una cronologia di tutto L’Affaire Moro, vi è anche la «relazione di minoranza presentata dal deputato Leonardo Sciascia».






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