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L’AFFAIRE MORO
Leonardo Sciascia
Scritto nel 1978
Piccola Biblioteca -  Adelphi ed. 1994
pp. 196
€ 10.00



«Moro era stato condannato a morte direttamente dalle brigate Rosse e indirettamente dalla Democrazia Cristiana, dallo Stato» (p.88)



Prima dello storico Miguel Gotor, con la sua opera Il memoriale della Repubblica (di cui si era già parlato qui), fu Leonardo Sciascia a trattare il tema de L’Affaire Moro. Libro scritto - come molti tengono a precisare - a “caldo”, cioè alcuni mesi dopo il rapimento e l’assassinio dell’On. Aldo Moro.

Leonardo Sciascia - che nel 1979 prese parte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani (avvenuta il 16 marzo 1978), sul sequestro e l’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, e sul terrorismo in Italia - riporta, anche cronologicamente, i fatti accaduti: dal rapimento, ai 55 giorni di prigionia, alla morte di Moro. Utilizzando moltissimo passi tratti dalle lettere che il l’onorevole scrisse dalla prigione del popolo, cerca di descrivere gli avvenimenti seguendo due linee parallele: quella di Aldo Moro e quella delle Brigate Rosse.

Prima di analizzare le varie tesi  presentate nel libro, è bene precisare di nuovo, che Sciascia scrisse il libro ancora influenzato dagli eventi appena accaduti, e che a distanza di trentacinque anni la storia ha in parte smentito e corretto.

«Il 16 marzo 1978, qualche minuto prima delle nove, l’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, esce dal portone numero 79 di via del Forte Trionfale. Sono ad attenderlo la 130 blu di rappresentanza e un’alfetta bianca con la scorta. Il presidente deve prima recarsi al Centro Studi della Democrazia Cristiana e poi, alle dieci, alla Camera dei deputati, dove l’onorevole Andreotti presenterà il nuovo governo e ne dichiarerà il programma. Di questo nuovo governo, che sarà il primo governo democristiano sorretto dai voti comunisti, l’onorevole Moro è stato accorto e paziente artefice [...]».

Non arriverà mai nell’aula di Montecitorio. In via Fani un commando brigatista attaccò la macchina dove vi era l’onorevole. Rimasero uccisi i cinque agenti della scorta e Moro verrà rapito. Parallelamente - benchè sia arrivata  la notizia del rapimento - «il quarto governo presieduto dall’onorevole Andreotti veniva approvato senza discussione alcuna». Seguirono 55 giorni di prigionia, 9 comunicati da parte delle Brigate Rosse, 97 lettere (numero risalente alle sole rese pubbliche. Ancora oggi non si può escludere il fatto che ve ne siano altre, coperte dal “segreto di Stato”) che Moro indirizzò agli esponenti di spicco della Democrazia Cristiana (soprattutto all’onorevole Benigno Zaccagnini, Francesco Cossiga, Giulio Andreotti), al Presidente della Repubblica Giovanni Leone, al politico socialista Bettino Craxi ed altri membri del corpo politico (Amintore Fanfani, Pietro Ingrao), e alla famiglia.

Fu giustiziato il 9 maggio 1978.

Prima di esaminare i «documenti del contrappasso, e cioè le lettere attraverso cui Moro tentò di comunicare con gli altri [...]», Sciascia crede sia importante «dire del nemico», le sue caratteristiche, spiegare perchè sia stato scelto proprio l’onorevole Moro, la sua mentalità, con la quale ha agito e soprattutto le finalità che perseguava. Figli del comunismo stalinista, le BR avevano adottato una strana etica carceraria - alquanto lontana da quella stalinista. Comportamenti disorientanti: nel terzo comunicato (29 marzo) - a cui era allegata la prima lettera di Moro, indirizzata a Francesco Cossiga - i brigatisti specificarono «Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga. Gli è stato concesso, ma siccome nulla deve essere nascosto al popolo ed è questo il nostro costume, la rendiamo pubblica». Poi di colpo, uno strano cambio di strategia. Arrivò la notizia che furono consegnate sette lettere, rispettivamente a Giovanni Leone, Giulio Andreotti, Pietro Ingrao, Amintore Fanfani, Riccardo Misasi, Flaminio Piccoli e Bettino Craxi. Di sette lettere, solo due ne vennero pubblicate (quella inviata a Giovanni Leone, su richiesta specifica di Aldo Moro; e quella inviata a Craxi) e non per mano brigatista. Da quel momento in poi, nessuna lettera venne più pubblicata dalle Brigate rosse.

Sciascia è qui convinto di una cosa  «[...] che nell’etica delle Brigate Rosse ci sia un prima e un dopo la condanna: e che Aldo Moro sia stato considerato un uomo pubblico durante il processo, e quindi senza nessun diritto al segreto; e non più dopo la sentenza [...]».

È assai convinto lo scrittore, che le BR abbiamo sfruttato queste lettere a loro favore, in modo che fosse proprio il prigioniero del popolo ad avanzare le richieste dell’infame ricatto (magari convicendolo di aver già dettato i termini dello scambio, senza - però - risposta alcuna), e «convincere “gli amici” del governo al baratto». Per un semplice motivo: se fosse stato Moro ad avanzare le richieste per questo scambio, i brigatisti - «per clemenza e a commutanzione della condanna a morte» - sarebbero passati come coloro che accettano (quasi passivamente) questa decisione, non come coloro che dettano le condizioni del “baratto”.

Aldo Moro indirizzò la sua prima lettera a Francesco Cossiga, allora ministro degli Interni. Sciascia avanza la tesi che il prigioniero - più che scrivere ad un amico, nonchè compagno democristiano - scrisse a Cossiga in quanto capo della polizia: «a colui che detiene gli uomini e i mezzi che potrebbero liberarlo da quella condizione». È convinto che in qualche modo, Moro abbia cercato di comunicare - senza crittogrammi o codici binari (sennò il risultato sarebbe stato vano) - le possibili mosse delle BR, quindi le possibili soluzioni («[...]un atteggiamento di ostilità sarebbe una astrattezza e un errore») e soprattutto il luogo dov'è situata la prigione del popolo. E questo Leonardo Sciascia lo deduce da una frase contenuta nella lettera: «Penso che un preventivo passo della Santa Sede potrebbe essere utile». Senza alcun filo conduttore o apparente senso riguardo il messaggio complessivo della lettera. L’autore domandandosi il perchè di questa scelta (fatta da un uomo «stremato da interrogatori e insonnie ma tuttavia lucidissimo»), cercò di interpretare i pensieri che in quel momento pervadevano la mente di Moro: «Mettendo assieme quello che presume e quello che sa, arriva a questa domanda: com’è possibile che la polizia non riesca a trovare la prigione del popolo? e la risposta che si dà è questa: la prigione del popolo si trova in un luogo inaccessibile alla polizia, in un luogo che gode di immunità. La città del Vaticano? Un’ambasciata?». Sciascia precisa poi che questo è solo ciò che l’onorevole può aver pensato, non lo dà per scontato. È invece convinto che la prigione del popolo fosse in un posto talmente tanto evidente, da non dettare il minimo sospetto (invisibilità dell’evidenza).

Il 4 aprile - nella redazione de “La Repubblica” - arrivò la lettera di Aldo Moro per l’onorevole Zaccagnini, seguita poi da un opuscolo che conteneva la Risoluzione della direzione strategica. La messa in diffusione del progetto strategico, era prevalentemente un modo per raggiungere tutti i simpatizzanti che appoggiavano la linea brigatista.

Il mondo mediatico, e soprattutto politico, interpretò il contenuto della lettera - in relazione anche al contenuto dell’opuscolo - in questo modo: «Come possono comprendere i nostri lettori il testo della lettera a firma Aldo Moro indirizzata all’on. Zaccagnini … rileva ancora una volta le condizioni di assoluta coercizione nelle quali simili documenti vengono scritti a conferma che anche questa lettera non è moralmente a lui ascrivibile». Sciascia comprese fin da subito - come poi scriverà ne L’Affaire Moro - che non era possibile considerare una persona incapace di intendere e di volere, solo perchè chiedeva esasperatamente di essere liberato, di non morire («La lettera di Moro non sembrava delirante. E non lo era»). Sarà proprio lo stesso Moro ad affermare la sua non deliranza, nella lettera del 29 aprile che pervenne ad un giornale romano.

Sciascia muove  una - penultima - grande tesi (e tende a precisare che «non c’è - ripeto - non c’è nessun segno »). Nel comunicato numero 7 (20 aprile) e numero 8 (24 aprile) vengono - espressamente - dettate rispettivamente le condizioni per il rilascio del prigioniero: verrà restituito in cambio di  tredici “prigionieri comunisti”. Viene posto un primo ultimatum (non rispettato dal Goeverno per seguire la «linea della fermezza»), che poi non verrà preso in considerazione (quindi non verrà temporaneamente eseguita la sentenza di condanna a morte) - probabilmente per la posizione presa dal Partito Socialista (assecondare le richieste dei rapitori). E’ qui che Sciascia intravede una prima forma di dissenso all’interno delle brigate rosse, «tra coloro che hanno deciso che Moro deve morire e coloro che lo libererebbero contro un cedimento anche simbolico dello Stato italiano». Tenendo conto anche delle lettere e dei comunicati, individua due tipi di brigatisti: quelli che interrogano il prigioniero e - avendolo ucciso politicamente - tendono a salvare la faccia; quelli che emettono i comunicato non aspettando altro che quel “no” del governo (“no” nello scendere a compromessi), per eseguire la sentenza.

Nell’ultima parte del testo emerge espressamente come Sciascia fu contrario alle decisioni prese dalla maggioranza democristiana (la quale giustificò la scelta con due motivazioni: il fatto di non riconoscere più il loro compagno Aldo Moro nelle parole delle lettere - convinti (forse per convenienza?) che fossero frutto di coercizione e modifiche; di dover rispettare le famiglie di tutte quelle vittime morte per mano terrorista, per onorare la patria).

Riporta per intero la telefonata che le Brigate Rosse fecero al professor Franco Tritto - amico della famiglia Moro - in cui veniva comunicato in luogo del ritrovamento del cadavere dell’ onorevole Aldo Moro.

Le Brigate Rosse - a differenza del Governo - funzionarono perfettamente. E analizzandole in profondità, a Sciascia nasce il dubbio che non vi sia qualche affinità con «l’altra “cosa nostra”: [... ] analogie tra le due cose ce ne sono». Benchè i brigatisti abbiano appreso le tecniche rivoluzionare dalla mentalità stalinista, «nella loro organizzazione e nelle loro azioni c’è qualcosa che appartiene al manuale non scritto della mafia».

L’autore è poi convinto di un’altra cosa: «l’azione delle Brigate Rosse non è avulsa dal contesto politico italiano [...]. Sarebbe Pazzesco da parte nostra collocare le Brigate Rosse in una sfera di autonomia e atarchica purezza rivoluzionaria che si illuda di muovere le masse a far saltare le strutture politiche che le contengono». Le BR rapiscono Moro non per essere il presidente della Democrazia Cristiana (come lui pensava) o per essere stato Presidente del Consiglio, ma per essere stato il primo - dopo trent’anni - ad aver portato il Partito Comunista nella maggioranza di governo. Non ne fanno esplicitamente riferimento nei comunicati, ma emblematico è il fatto che il corpo verrà ritrovato in una Reanault 4 rossa, in via Caetani - proprio all’imbocco di Piazza di Gesù (dov’era la sede nazionale  della Democrazia Cristiana) e via delle Botteghe Oscure (dov’era la sede nazionele del Partito comunista).

Oltre a contenere una cronologia di tutto L’Affaire Moro, vi è anche la «relazione di minoranza presentata dal deputato Leonardo Sciascia».



 
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«Nessuna persona che facesse parte della mia vita, o semplicemente della rubrica del mio telefonino, aveva la possibilità di emozionarmi più di quella misteriosa sconosciuta. Ero attratto da lei. Ma, pur provando una sincera curiosità nei suoi confronti, non mi sono mai avvicinato».

Fabio Volo,
Il giorno in più
Oscar Mondadori (sezione Grandi Bestsellers) - 2007
pp: 287

I romanzi sono così: o ti piacciono e li leggi tutti d’un fiato; oppure sono talmente pesanti che per riuscire a digerirli si ha bisogno di più di un bicchiere d’acqua, per mandarli giù. Ci sono quei tipi di romanzi (li definirei statici!) in cui capisci come andrà a finire già al quarto capitolo, e continui a leggerli solo per confermare la tua tesi (al 99%: vera!); oppure altri romanzi (in questo caso dinamici!) in cui il finale sembra cambiare alla fine di ogni capitolo, e tutte le certezze avute fino a qualche pagina prima decadono e tu vieni travolto da un vortice di avvenimenti, storie, personaggi che sembra tu stia davvero leggendo tre libri, non uno.

I romanzi sono soggettivi. Ad esempio io non potrei mai leggere un romanzo fantasy ed altri non potrebbero fare lo stesso con una genere giallo, o rosa (scritti così, la battuta su un presunto arcobaleno viene molto facile!!!).

E Il giorno in più è uno di quei romanzi che non tutti potrebbero leggere. Non per i contenuti troppo impegnativi (tutt’altro!) e il linguaggio ampolloso, ma per il romanzo in sé. Già dalla prima pagina si ha la sensazione di essere catapultati in un mondo romantico, sdolcinato e sentimentale, quasi interamente femminile. E a molti, questo tipo di romanzo, fa l’effetto di un pranzo con tutto il parentame (mia personale espressione!).
Mi domando come riescano a uscire dalla penna (o dalla testiera del computer) storie d’amore così.
Forse perché così troppo surreali che lasciano il tempo solo ad un sogno e ad uno scrittore che con la sua arte, le trasforma in qualcosa di reale, da leggere. Una storia d’amore vissuta in modo anomalo, lontano da ogni schema e logica tradizionale. E per questo, ancora più bella.
Giacomo è un uomo di trent’anni, con un lavoro fisso e una vita sentimentale instabile. L’unica donna con cui riesce davvero a relazionarsi senza cercare di andarci a letto è la sua migliore amica Silvia. Un padre fuggito di casa, che ha abbandonato suo figlio ancora piccolo, un rapporto fin troppo complicato con sua madre, ricompensato dall’affetto immane di sua nonna. Un amico troppo invadente, Dante, che irrompe nella sua vita sempre nel modo e nel momento sbagliato e il ricordo di alcune ex che, a volte, si fanno spazio nei suoi pensieri.
Un’esistenza fin troppo normale (forse banale?), scossa da quei suoi viaggi in tram – la mattina, per raggiungere la tipografia dove lavora – in compagnia della “ragazza del tram”.

«L’incontro con la ragazza del tram era una delle cose più emozionanti delle mie giornate. […] Quei minuti con lei erano limpidi, una finestra su un altro mondo. Un appuntamento colorato».

Sguardo dopo sguardo, fermata dopo fermata, sembrava che Giacomo e Michela (questo è il nome della “ragazza del tram”) avessero istaurato una sorta di relazione platonica fatta «solo di sorrisi appena accennati e piccoli sguardi muti». Un guanto silenziosamente rubato e milioni di pensieri che riempivano – quasi morbosamente – le grigie giornate del protagonista.

Poi un invito per un caffè, inaspettato. E una partenza, ancora più inaspettata.
Come poteva pensare che la sconosciuta che vive solo nei suoi pensieri, con cui si era scambiato dolci baci nella sua testa e aveva deciso di sposarlo solo nei suoi sogni, rinunciasse al viaggio della sua vita per stare con lui, semplice passeggero dello stesso tram, che ogni mattina prendevano insieme.
Ma per Giacomo c’era molto di più. Prendere quell’aereo per New Work e raggiungere la “ragazza del tram” (perché a lui, più che con il suo vero nome, piace chiamarla così!), molti mesi dopo il suo arrivo, non solo significava rivederla, ma finalmente crescere e riappropriarsi davvero della propria esistenza.
«Strano come spesso basti un viaggio, pochi grammi di coraggio…» canta Daniele Silvestri.

«Era arrivato il momento di vivere un pezzo della mia vita in compagnia di altre persone. Michela da troppo tempo indossava la mia curiosità».

Quel loro incontro sconvolgerà la vita ad entrambi.
Un gioco, con delle regole precise, porterà Michela e Giacomo a viversi profondamente, non solo fisicamente, ma nell’IO più intimo. Otto giorni di tempo per essere fidanzati, poi sposati, poi genitori. Otto giorni per esplorare la New York nascosta e viaggiare l’uno dentro l’altro: i limiti, le possibilità, i sogni e le paure.
Come nel gioco del Monopoli, anche nel gioco vita ci sono gli imprevisti. E quelli, non sono inclusi in nessuna regola.
Ma i princìpi del gioco – anche con gli imprevisti – vanno rispettate. E si lasciano con una promessa: tornare per vivere IL GIORNO IN PIÙ.
Un libro esilarante, divertente, piacevole. Con un pizzico di erotismo e di sana ironia sulle abitudini difficili da lasciare anche durante un viaggio. Fabio Volo scrive con leggerezza e semplicità.
Avendo letto anche altri libri dello stesso autore, questo è sicuramente il più bello.

Nel 2011 con la regia di Massimo Venier, viene prodotto l’omonimo film, di cui Volo è il principale protagonista. Nulla a che fare con il libro. Scene cambiate, testi riscritti, personaggi lontani dalla vera storia. Quasi la sceneggiatura fosse presa da un altro romanzo.


 
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LA QUESTIONE MORALE
La storica intervista di Eugenio Scalfari ad Enrico Berlinguer


«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali».

Pubblicata nel 1981, per “La Repubblica”
Edito nel 2011, Alberti Editore
Prefazione di Luca Telese
pp. 56
€ 6.50

All’alba della diciassettesima elezione politica (un superstizioso potrebbe ritenere tale numero come “premonitore” per un disastroso risultato del prossimo governo; ma io – per natura – sono ottimista, e per nulla superstiziosa!), è – per me – quasi naturale rispolverare la questione morale.

Per Enrico Berlinguer, la questione morale non si esauriva con un’amara critica ai meri partiti italiani. Intendeva qualcosa di molto più grande, qualcosa che andava ben oltre la partitocrazia.
Alla base della questione morale vi è l’etica, le leggi morali, i principi che guidano gli uomini più che ad amministrare uno Stato giuridicamente valido. Per riprendere Margherita Hack, potremmo dire che: «senza leggi etiche ci sarebbe un branco e non la società».  La questione – che in questo caso è facilmente sostituibile (per poter comprendere a pieno l’argomento) con il termine problema - si trovava, e si trova tutt’ora, proprio nella rovina di questi valori, nel decadimento di tali “credenze collettive condivise” (Durkheim).
E l’onorevole Enrico Berlinguer vide questo regresso invadere pian piano la sfera della politica italiana, a partire dalla cellula madre della politica: i partiti. «La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica, prima ed essenziale, perché nella sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, l’effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico». Per il segretario del vecchio PCI, la politica degli anni Settanta (per noi fin troppo lontana, ma a lui contemporanea) non era “vera politica”. «Politica si faceva nel ’45, nel ’48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interesse corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. […] Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del Paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nemmi e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato».
I partiti non sono più, semplicemente, delle «libere associazioni aventi la finalità di concorrere a determinare la politica nazionale, regionale e locale», bensì «macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere». Annidati nei palazzi del potere, non solo politici, ma anche economici, sociali, culturali, avevano invaso ogni settore, apparendo sempre più – agli occhi della gente – troppo lontani dalla quotidianità della vita comune, poco presenti per davvero capire quali fossero i veri problemi e le reali necessità dei cittadini.
L’intervista, risalente al 1981 (tre anni prima l’improvvisa scomparsa di Enrico Berlinguer), creò non poco scompiglio, poiché a rilasciarla fu proprio il segretario di uno dei grandi partiti presenti nell’Italia della prima Repubblica. Come Luca Talese scrisse nel 2011 in un articolo per il “Fatto Quotidiano” (quindi usato come prefazione di questo libro) «si disse che quel dialogo del segretario del PCI con Scalfari era stato l’atto fondativo dell’antipolitica».
Undici anni dopo il sollevamento della questione morale, quasi a dar ragione a ciò che Berlinguer aveva solo preannunciato, nel febbraio del 1992, scoppiò lo scandalo di Mani Pulite (più conosciuta come Tangentopoli). Ancor più nitido nei nostri ricordi vi sono i recenti scandali della Regione Lazio e della Regione Lombardia.
Allora la questione morale degli anni Settanta, improvvisamente sembra diventare oggetto di attualità. Le tematiche politiche di quaranta anni fa, sono vicine a noi. Nonostante la qualità della vita sia cambiata, non lo sono gli argomenti politico-sociali. Cambiano gli uomini politici, non la politica.
E a tutti quelli che domenica 24 e lunedì 25 febbraio decideranno di non votare perché convinti di essere solo imbrogliati, rispondo facendo mia la frase di Pietro Ingrao:
 «La politica è questione di ognuno di noi. Ognuno si deve porre la domanda che faccio io?, rispetto ad un mondo segnato da guerre, ingiustizie, violenze, terrorismo. Indignarsi è questo».

Trovo la prefazione di Luca Telese, al volumetto, poco interessante; ma forse la mia considerazione personale sul giornalista, offusca il giudizio.


 
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Storie di primogeniti e figli unici,
Francesco Piccolo

Pubblicato nel 2012, 
per SuperET (Einaudi)
pp. 136
€ 9.50

«Quando ero piccolo, e andavo a scuola insieme a mio fratello, mia madre mi diceva di tenerlo per mano, e questo mi sembrava giusto e responsabile.
Quello che no capivo è perché di diceva sempre: “mi raccomando, quando passate per quella strada dove non c’è il marciapiede, mettiti sempre tu al lato della strada dove passano le automobili”.

Io lo facevo, e lo facevo con diligenza, ma ero molto dispiaciuto. Per me significava: “io spero che nessuna auto vi butti sotto, ma se proprio dovesse succedere, preferisco che muoia te piuttosto che lui”».




Ognuno di noi, quando compra un libro, ha sempre delle aspettative. Positive o negative. Aspettative che ti sei fatto, sentendo – magari – la presentazione in un giornale o te ne ha parlato un amico. O semplicemente, dello stesso autore, hai letto altri libri che poi ti sono piaciuti e – convinto delle doti dell’autore – ne hai comprato un altro.

Così è successo a me, con questo libro.

Di Francesco Piccolo, avevo già letto “Momenti di trascurabile felicità” (recensione che non tarderà ad arrivare!), apprezzandolo molto. Così, un po’ per la conoscenza (dei suoi libri, ovviamente!) che avevo dell’autore e un po’ per il titolo beffardo, ho comprato “Storie di primogeniti e figli unici”.

Come molti lavori di Piccolo – influenzato anche dal suo lavoro di sceneggiatore (ndr), anche quest’ultimo, è una raccolta di racconti di ragazzi (per lo più adolescenti) alle prese con le prime esperienze di vita: un’amicizia sbagliata, la responsabilità di essere “l’uomo di casa”, l’ambizione di diventare qualcosa di più, di quel che le alternative propongono.

Un libro dal titolo ingannatorio? Forse.

Ma lo scopo dell’autore non è quello di narrare avvenimenti quanto mai eclatanti. Essere primogeniti o figli unici, è solo il filo conduttore che lega le varie storie. Ancora un’altra volta, ritroviamo la quotidianità come protagonista.

«[…] allo stesso tempo i nove racconti che compongono questa raccolta cono appunto dei racconti, sono opera di narrativa, che ha preso spunto dalla realtà, e l’ha rimodellata per convenienza narrativa in molti punti […]», scrive Francesco Piccolo nella postfazione del suo libro: storie reali in un mix di fantasia e immaginazione. Ironiche, ma anche molto amare.

Leggendo, sembrano pagine scritte proprio dal protagonista, quasi l’autore fosse un semplice scrivàno, che appunta sul taccuino la realtà, così come la vede.

Un libro di poche pretese, sicuramente non un capolavoro. Un libro, la cui lettura scorre via con semplicità.



 
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«Ma l’amore non si contratta in un mercato, né lo si può misurare con la bilancia del truffatore. La sua gioia, come la gioia dell’intelletto, sta nel sentirsi vivo. Lo scopo dell’amore, è l’amore: nulla di più, nulla di meno.»
(Oscar Wilde)



Scritto nel 1897
Pubblicato nel 1905 (versione non integrale); nel 1949 (versione completa)
Titolo originale: De Profundis
Traduzione italiana: Oreste Del Buono, per “Oscar Mondadori, i classici”.

Nel 1897, Oscar Wilde, pochi mesi prima della sua scarcerazione (fu arrestato nel 1895, accusato di «gross indecency » e condannato a due anni di lavori forzati), scrisse la più bella lettera d’amore (la più lunga mai scritta, 50.000 parole) al suo intimo amico Lord Alfred Douglas: Bosie - come lo stesso Wilde amava chiamarlo.
Troviamo un Oscar Wilde spogliato della sua solita maschera di seduttore ed esteta, dedito al piacere.
Un uomo mite, ammalato e privo delle sue forze, ma non dell’intelletto - nella lettera, numerosi sono i riferimenti alla letteratura, alla filosofia e alla storia.
Una lettera piena di amore, rabbia e compassione per un giovane ragazzo la cui natura è dominata dall’odio. Apre il suo cuore, completamente, all’unica persona che abbia mai veramente amato, benché Wilde fosse sposato già da anni (ben prima dell’incontro con Bosie) e avesse due figli.
Rimprovera soprattutto se stesso per non essersi prontamente fermato, davanti alle insaziabili richieste del giovane Bosie. Di non aver capito fin dall’inizio le sue vere intenzioni.

«Avevo sempre pensato che la mia resa davanti a te nelle piccole cose non significasse molto: avevo sempre pensato che, quando fosse sopraggiunto un momento grave, avrei potuto reintegrare in tutta la sua naturale superiorità la mia forza di volontà. Ma non fu così».

E si rimprovera di averlo amato, incessantemente, anche quando il suo giovane amico lo “umiliava”, ricompensandolo di un amore superficiale, povero e materiale.
Con parole amare, ma piene d’amore, Wilde dà continui insegnamenti al giovane, tali da permettergli di non commettere altri errori.
Trasportati dalla lettura, appare del tutto evidente chi dei due, dominava nella coppia.
Uno dei più grandi rammarichi di Wilde, fu proprio quello di essersi fatto plagiare enormemente da Bosie, tanto da spingersi a querelare per diffamazione il marchese di Queenberry (padre di Bosie) per «vendicare i torti inflitti da tua padre a tua madre». 
La vicenda si concluse con una contro denuncia e infine con l’arresto dello scrittore per sodomia (conseguenza necessaria spinta dalle importanti conoscenze della famiglia Douglas e dal lento “declassamento” che stava subendo lo scrittore).


Wilde – sia dal carcere, ma soprattutto da questa frastagliata relazione – ne uscirà totalmente distrutto, abbandonato dai suoi affetti ed in completa rovina economica (fu costretto a vendere numerosi libri della sua immensa biblioteca privata, per pochi spiccioli).
Nonostante i presagi di ciò, e quanto detto prima, Wilde termina questa gloriosa lettera con la richiesta di un incontro (che poi avvenne, in Italia).
«Io l’amo, e l’ho sempre amato. Mi ha rovinato la vita, e proprio per questa ragione a quanto pare sono costretto ad amarlo di più», rispose così ai suoi più stretti amici che lo rimproverarono di aver ripreso – sempre in forma segreta – la relazione con il giovane Douglas.
La lettera arriverà a Bosie, anni dopo la scarcerazione di Wilde. Quest’ultimo aveva infatti consegnato il manoscritto al suo amico Robert Ross, con l’indicazione di farne delle copie e spedire l’originale al ragazzo. Ross obbedì, inviando però non il vero manoscritto, bensì una copia. Risulta difficile capire se la lettera fu davvero letta da Bosie (in questo caso solo poche righe, per poi essere strappata) o mai recapitata.
Fu di certo pubblicata postuma, in versione non integrale, dallo stesso Ross che aveva prontamente omesso ogni riferimento alla famiglia Douglas e al giovane Alfred, tagliando poi numerose parti. Solo intorno agli anni Cinquanta fu presentata per intero da Rupert Hart-Davis, curatore delle opere di Wilde.

Uno degli scritti più belli, ma – ahimè – troppo sconosciuto, di Oscar Wilde. Gli amanti di quest’autore così “classico”, leggendo prima l’epistola e poi altri suoi libri, si accorgeranno facilmente di quanto, nei suoi vari personaggi, ci siano tratti di persone realmente esistite al fianco dello scrittore irlandese. Esempio eclatante ne è «Il ritratto di Dorian Gray», dove  personaggi come lo stesso Dorian Gray, ma anche il pittore Basil, siano meravigliosamente simili al giovane Douglas – nel primo caso – e a Wilde.

Importante per la comprensione, è leggere interamente l’introduzione.



 
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I PASSI DELL’AMORE
Nicholas Sparks

Trad. it.: Alessandra Petrelli, 
Frassinelli editore”, 1999
Titolo originale: A walk to remember


«Ricordo che pensai che erano i passi più difficili che nessuno avesse mai intrapreso.
Ma erano soprattutto i passi dell’amore.»



Un libro semplice, nel linguaggio e nella forma. Dolce ma al contempo amaro.
Quasi adolescenziale (dopotutto è proprio un diciassettenne il narratore-protagonista di questo breve romanzo). 
È la storia di Landon Carter, ormai uomo di mezza età, che narra - attraverso continui flashback - le vicende accadutegli durante l'ultimo anno di superiori, nel 1959, in cui la sua vita cambiò per sempre. 
Beauford, North Carolina. Un piccolo paesino americano, di quei posti in cui tutti conoscono tutti e nulla – nemmeno le notizie più riservate, sono proprietà privata.
Landon, ragazzo esuberante, ancora incurante del suo futuro.
Figlio di un noto potente politico, sempre in giro per il paese per continue campagne elettorali: un padre totalmente assente; di una mamma devota al marito, troppo attenta alla bellezza per imparare a cucinare pranzi per i suoi figli.
Jamie, fanciulla estroversa ma molto riservata della sua vita privata, studiosa, sempre gentile, estremamente generosa, religiosa. Figlia del reverendo Sullivan (pastore della cittadina dove le vicende si svolgono).
Le vite di questi giovani si intrecceranno in una romantica storia d'amore, fatta di semplicità, di piccoli desideri e gioie condivise.
Una storia d'amore fin troppo semplice e scontata per un libro, se non fosse per il finale inaspettato, pungente, triste. Il racconto non termina con la solita conclusione a lieto fine – anche se, i cultori di questo genere romanzesco, la intuiranno molto prima delle ultime righe di pagina. 
«I passi dell'amore» è quel tipo di libro che catalogherei nella lettura non impegnativa, da fare prima di aver passato i 25 anni. Ma, in altro modo, da non sottovalutare e – a volte – prenderne spunto.

Nel 2002, nelle sole sale americane, uscì l’adattamento cinematografico del libro, diretto da Adam Shanman.
Uno dei rari casi in cui un film è all’altezza del libro perché romantico ed estremamente commuovente. (Anche se, forse, chi prima vedesse il film e poi leggesse il libro, da quest’ultimo rimarrebbe un po’ deluso.)