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Accabadora, Michela Murgia
Vincitrice del Premio Campiello 2010
Einaudi – I edizione Numeri Primi, settembre 2011
pp. 164




Soreni è un tipico paesino della Sardegna degli anni Cinquanta: le stradine polverose; i campi tappezzati di poderi che sfumano l’uno nell’altro; il profumo dolce della pasta di mandorle dei gueffus e quello familiare del pane “nuovo”; le chiacchiere a cui ogni persona è condannata e i silenzi su quelle cose da tutti condivise che vanno fatalmente taciute…

«Filius de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di questo secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai»

Tzia Bonaria decide di prendere con sé la piccola Maria Listru un giorno che la sorprende a rubacchiare in un negozio: Maria è “l’ultimo pensiero di una famiglia che ne aveva già troppi” e senza tante difficoltà la madre vedova la lascia alla cure della vecchia sarta. Maria è abituata a considerarsi, lei stessa, come “l'ultima”e le attenzioni di Tzia Bonaria sono una novità: grazie a lei la bambina ha una stanza tutta per sé, può andare a scuola, imparare a cucire e riceve affetto e buoni consigli.

«Per qualche tempo Maria pensò che Tzia Bonaria facesse la sarta. Cuciva per molte ore di seguito, e una stanza della casa era sempre piena di scampoli e stoffe»

Tuttavia Maria nota che c’è qualcosa di imperscrutabile in quella donna, un qualcosa che si afferra nei suoi lunghi silenzi; nel sentimento di timore misto a profondo rispetto che desta nelle persone che la incontrano; nel nero del suo lungo scialle durante le furtive uscite notturne. Un qualcosa che Maria non è in grado di comprendere se non nel momento in cui lei stessa ci si imbatterà, prendendo piena coscienza del significato di sofferenza e pietà.

«Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata»

Conosco la figura dell’accabadora fin da bambina. Si tratta di un personaggio chiave nella tradizione sarda: è l’ultima madre; colei che aiuta, attraverso un gesto benevolo, ad accogliere la morte: “accabadora” in sardo è colei che finisce. Michela Murgia riesce, proprio grazie a questa figura avvolta in un’aura di fascino e inquietudine, a far si che il lettore rifletta su uno dei temi più spinosi della modernità, quello dell’eutanasia.

La Murgia, senza mai cadere nell’indelicatezza ed evitando magistralmente di ostentare la sua posizione, si limita a raccontare l’autenticità di un mondo nemmeno troppo lontano dal nostro. Attraverso il personaggio di Bonaria Urrai, in particolare, descrive la complessità di quel gesto, gravido di implicazioni morali e psicologiche, concepito come mero atto d’amore nei confronti di chi implora la pace, ma che, allo stesso tempo, redime l’esecutrice dal peccato di averlo commesso.

«C'è più amore che morte in queste pagine, e c'è uno stile che disegna ogni personaggio, ogni frase con l'accuratezza con cui Tzia Bonaria Urrai cesella le asole», L’espresso





 





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