Jonathan Safran Foer

“Molto forte incredibilmente vicino”
Titolo originale : Extremely Lound and Incredibly Close
Prima edizione: 2005
Trad. It.: Massimo Bocchiola per Guanda editore


Sfogliando il libro, prima di comprarlo, mi sono ritrovata di fronte a poco più di due pagine scritte completamente in cifre.
Qualcosa simile a questo: 2 642653,52642433233523556. 
In questo caso si tratta della dedica iniziale.
Una dedica che sembra muovere la perfezione, l’ho trascritta seguendo il semplice schema utilizzato dall'autore.
Sono particolari come fotografie, biglietti da visita, pagine cerchiate di rosso, scritte sovrapposte fino a diventare illeggibili che catturano l’attenzione e che non appesantiscono la lettura o sostituiscono una descrizione, ma che ne marcano i contorni.
L’idea di un libro intrecciato all'undici settembre 2001, il “giorno più brutto” come viene chiamato da Oskar il piccolo protagonista della storia, orfano di padre nel genocidio di quel giorno, è un macigno che non incentiva la scelta, se si cerca un genere lineare.
“black”, scritto su una chiave in un vaso rotto accidentalmente. Oskar crede sia uno dei tanti indizi che il padre lasciava ovunque per aiutarlo a risolvere gli enigmi che gli poneva.
Un’ultima ricerca che lo porta tra i distretti di New York per avvicinarsi al padre e non accontentarsi più del suo ricordo, ignorando spesso il dolore della madre e rinforzando il legame con la nonna paterna, personaggio centrale nella storia parallela a quella principale.
Una storia di spazi di nulla e di troppe parole non dette, di un amore stranamente unilaterale. Pur cambiando scenario, secolo, protagonisti e sentimenti, ci si ritrova sempre, costantemente, emotivamente incastrati.
Il mantenimento delle storyline, maggiormente nelle prime alternanze è confusionario ma poi porta avanti un effetto domino di perdite, conquiste e ritrovamenti.
Quello che sembra la ricerca di una risposta, un qualcosa che si ha ansia di scoprire si rivela una soluzione forse sincopata, non scontata ma che non lascia comunque l’amaro in bocca. Si è saturi della figura di Oskar.
Le sue idee non hanno filtri, assurdamente innovative e finemente ragionate, fanno emergere una sicurezza che non rispecchia prettamente quella tipica di un bambino di otto anni. Forse una visione da parte dell’autore ambiziosa ma stimolante per quanto riguarda l’idea del fanciullo in sé.

È uno di quei libri che amo avere nella libreria per riprenderlo di tanto in tanto e consiglio di leggerlo anche a chi ha già visto l’omonimo film diretto da Stephen Daldry, perché quando leggi l’ultima parola e alzi lo sguardo si ha davvero la sensazione di non avere più “le scarpe pesanti”.


 





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