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Jane Austen

Lady Susan
Newton Compton Editori
€ 0.99

<< La padronanza del linguaggio assicura il rispetto e la stima, così come la bellezza suscita ammirazione>>


La storia si articola in quarantuno lettere tra diversi mittenti e destinatari, il che permette di avere sfaccettature di una stessa situazione, lasciandosi influenzare da una parte da pregiudizi e dall’altra da ammirevoli e machiavelliche manipolazioni.
Le maggiori corrispondenze si incontrano tra l’omonima protagonista e l’amica Mrs Johnson, tra la cognata di Lady Susan, la diffidente Mr Vernon, e la madre, Lady De Courcy.
L. Susan non è la classica testarda e lodevole protagonista della Austen ma un’arrivista con gli stessi scrupoli che può avere chi ha come primario interesse esclusivamente il proprio, mai priva di un’esagerata considerazione e sicurezza che compensa l’impaccio e l’insicurezza di altri personaggi.
Un’inconsolabile vedova e un’indifferente madre che in pochi mesi deve rifugiarsi nella tenuta del cognato per giri amorosi che strisciano a coda scandalo e problemi.
Il suo punto di vista concede però un respiro di sollievo al comune, a volte ipocrita e falso animo buonista, quello estraneo ad ogni sorta di contaminazione morale.

<< Non mi sono sentita di imporre a Frederica un matrimonio contro il volere del suo cuore, e invece di adottare una misura così drastica, ho semplicemente fatto in modo di renderle la vita insopportabile, cosicché sia lei ad accettarlo di sua volontà.>>


In un pugno di righe di sua mano sgretola quel possibile, quasi convincente, vero interesse della donna per la figlia (Frederica) che reputa inadatta, sciocca, da maritare prima possibile.
La scelta epistolare esclude certe descrizioni ma mostra, in questo specifico esempio, l’idea di una distinzione in cui le donne dedite alla mondanità dei salotti hanno quel carattere vizioso, prepotentemente superiore mentre la ragionevolezza e l’affettività sono propri di chi è lontano da piume in testa e intrecci languidi.
È un peccato che molte cose non siano state approfondite. Fosse stato un romanzo avrebbe potuto prendere di più, eppure l’autrice crea in pochi gesti e frasi un personaggio impeccabile in certi versi. Una facciata inattaccabile, amorevole, una sirena per gli uomini ferma nella convinzione che la sincerità non sia lo strumento più congeniale negli “affari” di cuore. La figurazione di una donna che sostiene quello che molti pensano ma non dicono.
È quel tipo di lettura che potete permettervi quando vi sembra di aver bisogno di più ore in una giornata per poter far tutto.


 
 
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La rilegatrice dei libri proibiti
Belinda Starling
Traduzione Massimo Ortelio
Beat Editore
€ 9,00

“I libri che il mondo chiama immorali sono libri che mostrano al mondo la sua vergogna”  
O.Wilde, Ritratto di Dorian Gray

Non perfettamente così ma guardano la copertina di questo libro mi è venuta in mente la frase di un libro che non ha bisogno di presentazioni.
Una donna rilegata in una famiglia difficile, un marito che per problemi di salute non riesce più a mantenere la legatoria di famiglia che lei, segretamente, inizia a gestire. L’incontro con una casa editrice che vende libri pudici, bibbie e pubblicazioni scientifiche ma che, in accordo con l’aristocratico Sir Jocelyn Knightley , nasconde o, a seconda del punto di vista, protegge libri che in mano alla Chiesa sarebbero andati persi a causa dei contenuti impudici che contengono.
In un  mondo in cui i ricchi si giostrano le giornate tra circoli e lavori a porte chiuse, escludendo le mogli che a loro volta trovano occupazione usando gli schiavi neri come selvaggi da intrattenimento, la protagonista Dora è attratta da un lavoro proibito che con ossessione ama.
Un mondo accomodante, più facile seppur apparente, misterioso con i suoi sotterfugi e false cortesie e minacce, fantasie e richieste perverse in cui si pensa finalmente di poter avere sotto mano una sottospecie di giustizia alla vita a testa basa che fa da apertura alla storia.
Nonostante la trama è strano il dover riconoscere il ruolo fondamentale di persone che, seppur con un fine meno nobile, ci hanno lasciato l’eredità di libri che potremmo non aver mai visto.
Un “what if” che questa lettura fa sorgere riguarda i tabù letterari. Se le convenzioni e le credenze dell’antichità fossero state diverse, chissà di quali di capolavori di cui la letteratura ormai non può fare a meno, una sottospecie di caccia alle streghe dei libri o un ormai declissato Index librorum prohibitorum ci avrebbero privato.
È una storia diversa, non sentita e rimpastata in usi e costumi retrò, il gusto di una storia che parla di come scuse e piagnistei non sfamino una donna sola con una bambina affetta da una malattia quale l’epilessia che agli inizi del periodo vittoriano aveva ancora molti interrogativi e che anzi faceva accorrere medici con ricerche e metodi inconcepibili.
Personaggi che sembrano irrilevanti si dimostrano quasi protagonisti, le vicende non sono scontate, i sentimenti che si rivelano nascono e maturano sotto gli occhi del lettore in una lettura scorrevole, non si mostrano senza capo né coda. Alcune vicende sono improbabili, sembrano più lo sceneggiato per un film che la narrazione delle battute finali eppure, in una visione fantastica, si incastona tutto sostanzialmente bene.
La rilegatrice potrebbe essere una denuncia ai tabù imposti da un’istituzione che avrebbe dovuto attenersi ai soli doveri spirituali e non politici e territoriali.
Non c’è nulla che possa smuovere le anime pudiche, per gli standard di oggi, nulla di relativamente sconvolgente o volgare viene portato su carta.
Posso consigliare di fidarvi della casa editrice Bloomsbury che per prima ha divulgato questo libro, così come ha genialmente pubblicato la saga di Harry Potter.


 
 
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Gli occhi di Venezia
Alessandro Barbero
Mondadori 
10,50 €




Oggi c’è quasi un inversione di etichetta nel dare del tu anche a sconosciuti. Per lo meno di certo neanche sogniamo di parlare usando il “voi” con i parenti, non abbiamo bisogno di un consenso per vivere la nostra vita e abbiamo chi può proteggerci da ingiustizie e malefatte indifferentemente dal ceto di appartenenza.
Immergersi nella fine del ‘500 con questa lettura ridimensiona i margini di ciò che ci sembra ovvio e dovuto. 
L’autore è un famoso medievista, fa emergere tra una vicenda e l’altra strumenti, panorami, descrizioni di sottofondo alla misera ma felice vita di Michele e la pressoché diciassettenne Bianca.
Due sposi separati (e no, non riprende affatto i Promessi Sposi) a causa di una prepotenza equivoca, senza addii o promesse di ritorno tra i porti di una Venezia che si era vista togliere il monopolio sui traffici commerciali .
Michele ci porta in giro per il mondo, Bianca ci apre gli occhi su cosa significasse essere meno di nessuno nei palazzi dei signori, come quasi la vita nel ghetto riesca ad essere nostalgica.
È la storia di due vite che hanno proceduto sulla stessa linea costretti a continuare parallelamente senza mai incontrarsi, ritrovandosi in un modo inaspettato.
Finito il libro vien quasi voglia di girarlo e controllare che non manchino le pagine. Barbero dà un finale così velato che non soddisfa pienamente l’entusiasmo suscitato soprattutto negli ultimi capitoli.
Un finale che si allaccia al lato più intimo del lettore rivelandone una scelta personale, fantastica, dolce, rigida e intransigente o, chissà originale e impensata.
Una storia d’amore? Più un adattarsi a ciò che la vita ti butta addosso, il reagire o farsi scorrere le cose di striscio è ciò che fa la differenza tra le due storie.
L’ignoranza ,in senso lato, di una classe sociale che a mala pena sfama la famiglia, figuriamoci il solo prendere in considerazione di volere una formazione culturale, è protagonista e piaga della vicenda. L’innocenza degli eventi soppressi dall’arroganza e la furbizia di classi predominanti si trasforma in entrambe le storie in un antagonista impossibile da abbattere, che lascia solo la fortuna di essere schivato.
Nel complesso è un libro che consiglio a chi non cerca storie d’amore ma vuole ritrovare un po’ di antichità arrivando forse alla conclusione che, tutto sommato, le libertà che abbiamo ottenuto, anche se il fatto di averle “ottenute” può suonare ridicolo , siano enormemente da apprezzare.


 
 
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“Ritratto di donna in cremisi”
Simona Ahrnstedt
Titolo originale: Overenskommelser
Traduzione di R.Nerito
Sperling&Kupfer editore.


Stoccolma, 1880, Teatro dell’opera, l’Aida.
Una giovane Beatrice è eccitata all’idea di poter assistere allo spettacolo con la cugina Sophia.
Un annoiato Seth intrattiene convenevoli, cortesi conversazioni con una delle tante dame.
È l’inizio di una storia scontata, con un lieto fine già gustato con la fronte aggrottata.

Lo scenario del primo rapido incontro, può preannunciarsi più o meno come il romanzetto con estenuanti e ruvide descrizioni, ad occhi di critici cronici potrebbe sembrar così leggendo la trama nel retro del libro.


Praticamente fin da subito si è spaesati, non tanto dai personaggi. Prima di farli interagire, l’autrice lascia capire bene che non siamo in uno sfondo attuale, che le idee, le tradizioni in cui sarà immerso il lettore sono una barriera insormontabile e contro di essa continuano a sbattersi il susseguirsi delle vicende.
Beatrice Löwenström ha da piccola, grazie ad un padre di aperte vedute, la possibilità e la concessione di applicarsi non solo alle classiche materie di grazia ed etichetta che una giovane doveva avere per poter sperare di trovare un marito ingente e di buon rango, ma anche di  poter ragionare confrontandosi apertamente invece di covare semplicemente idee inadatte, per quel periodo, se pronunciate da una donna.
Questa sua intelligenza la porta inevitabilmente a scontrarsi con lo zio, un uomo viscido, strangolato dalla tradizione, che prende con se la ragazza pur non sopportando l’animo ribelle e testardo di lei.
Il personaggio di Seth è esattamente l’immagine uscita dai desideri di molte donne senza atteggiamenti smielati. Uomo in ciò che fa senza alcuna vanteria, è il peccato invitante delle nobil donne di Stoccolma che ha creato la sua fortuna con le sue sole capacità. La sfrontatezza di Beatrice nel farsi valere così diversa dal consenso assoluto delle altre donne lo cattura così come la Ahrnstedt cattura le lettrici avendo creato un personaggio così completo, non per forza utopico.
Quando i due si incontrano si è affini a quello che provano, si supera la costante, pressante presenza dello sfondo culturale cogliendo un amore passato, attuale, sia carnale che intellettuale.
Baci di nascosto, sguardi sostenuti, tocchi di sfuggita, risposte impertinenti e sorrisi di lato vengono soppiantati da un accordo matrimoniale, più che altro da una “clausola” emotiva che non permette scampo. È l’inizio di incomprensioni contro le quali è impossibile non riscaldarsi inveendo; insicurezze, partenze, addii e prese di responsabilità che stravolgono la certezza di un finale ovvio dove la storia prende pieghe indignose, a volte rassicuranti altre arrendevoli.

È inevitabile constatare che tutto poteva risolversi diversamente ma soprattutto molto più velocemente, la forzatura forse a volte troppo marcata ha dato però alla storia la possibilità di evolversi in modo da non creare un amore dipendente, una via d’uscita da una famiglia arrugginita dalle tradizione.


Quando i due si incontrano all’ennesimo ricevimento tutto è diverso, loro, Beatrice maggiormente lo è. Il coraggio di sopportare le ingiustizie sacrificandosi per proteggere le persone che ama e le sue debolezze l’hanno resa una donna che non si lascia mettere i piedi in testa. Il resto è un sorriso continuo, crescente, fino a mordere le labbra completamente inabissati indipendentemente da qualsiasi finale l’autrice avrebbe riservato.
Ciò che rimane impunito e non si può incolpare dei romanzi con ambientazione storica è il fatto che ciò che comunemente è chiamato l’ antagonista, ciò che ostacola la storia ha, in molti casi, un'accezione generale. Parliamo di etichetta, convenzioni sociali e leggi che non lasciano scegliere ad una donna l’amore ma il rango e che, ancor più gravoso, lascia scegliere ad altri per tornaconto personale.

Non ci sono descrizioni che pausano la storia, molto è lasciato all’immaginazione, fin troppo se non si ha un’idea dei costumi dell’epoca, soprattutto perché si parla di uno scenario come Stoccolma che non rientra nei tipici sfondi narrativi.
Eppure, tutto sembra irrilevante tra cognomi impronunciabili, merletti e un amore che prende il sopravvento.


Le persone a cui l’ho consigliato sono rimaste tutte piacevolmente incantate.
È  una lettura inevitabilmente versa alle ragazze, a chi ha bisogno di un libro che scorra, che prenda tirando fuori le emozioni senza creare scarabocchi mentali e pensieri intrecciati su cui crucciarsi. Per chi ama le feste sontuose, abiti mozzafiato, i gesti accorti e non visti e l’irresistibile e intramontabile magia dello sfondo ottocentesco.
Non ho parlato debitamente dei personaggi, lasciando al lettore il piacere di scoprirli scorrendo quelle pagine che mi hanno travolto.


Ps.
Nella copertina è citata una critica che paragona la Ahrnstedt ad una nuova e più provocante Jane Austen, non sono pienamente d’accordo, qualsiasi scrittore, se paragonato ad una grande, quasi sempre a priori delude le aspettative, a parer mio non è questa la chiave in cui va letto questo libro. 

 


 
 
Jonathan Safran Foer

“Molto forte incredibilmente vicino”
Titolo originale : Extremely Lound and Incredibly Close
Prima edizione: 2005
Trad. It.: Massimo Bocchiola per Guanda editore


Sfogliando il libro, prima di comprarlo, mi sono ritrovata di fronte a poco più di due pagine scritte completamente in cifre.
Qualcosa simile a questo: 2 642653,52642433233523556. 
In questo caso si tratta della dedica iniziale.
Una dedica che sembra muovere la perfezione, l’ho trascritta seguendo il semplice schema utilizzato dall'autore.
Sono particolari come fotografie, biglietti da visita, pagine cerchiate di rosso, scritte sovrapposte fino a diventare illeggibili che catturano l’attenzione e che non appesantiscono la lettura o sostituiscono una descrizione, ma che ne marcano i contorni.
L’idea di un libro intrecciato all'undici settembre 2001, il “giorno più brutto” come viene chiamato da Oskar il piccolo protagonista della storia, orfano di padre nel genocidio di quel giorno, è un macigno che non incentiva la scelta, se si cerca un genere lineare.
“black”, scritto su una chiave in un vaso rotto accidentalmente. Oskar crede sia uno dei tanti indizi che il padre lasciava ovunque per aiutarlo a risolvere gli enigmi che gli poneva.
Un’ultima ricerca che lo porta tra i distretti di New York per avvicinarsi al padre e non accontentarsi più del suo ricordo, ignorando spesso il dolore della madre e rinforzando il legame con la nonna paterna, personaggio centrale nella storia parallela a quella principale.
Una storia di spazi di nulla e di troppe parole non dette, di un amore stranamente unilaterale. Pur cambiando scenario, secolo, protagonisti e sentimenti, ci si ritrova sempre, costantemente, emotivamente incastrati.
Il mantenimento delle storyline, maggiormente nelle prime alternanze è confusionario ma poi porta avanti un effetto domino di perdite, conquiste e ritrovamenti.
Quello che sembra la ricerca di una risposta, un qualcosa che si ha ansia di scoprire si rivela una soluzione forse sincopata, non scontata ma che non lascia comunque l’amaro in bocca. Si è saturi della figura di Oskar.
Le sue idee non hanno filtri, assurdamente innovative e finemente ragionate, fanno emergere una sicurezza che non rispecchia prettamente quella tipica di un bambino di otto anni. Forse una visione da parte dell’autore ambiziosa ma stimolante per quanto riguarda l’idea del fanciullo in sé.

È uno di quei libri che amo avere nella libreria per riprenderlo di tanto in tanto e consiglio di leggerlo anche a chi ha già visto l’omonimo film diretto da Stephen Daldry, perché quando leggi l’ultima parola e alzi lo sguardo si ha davvero la sensazione di non avere più “le scarpe pesanti”.