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Giovanni Sartori,
La democrazia in trenta lezioni
a cura di Lorenza Foschini
Mondadori 2008

"Professore, ma lei è di destra o di sinistra?"
Passeggiavo con Giovanni Sartori conversando sul programma che stavamo preparando per la televisione, quando un signore si è avvicinato rivolgendogli queste parole. La risposta incuriosiva pure me.
"Bella domanda" ha sorriso il professore. "Anch'io me lo chiedo da tanto tempo,ma non l'ho ancora capito".

Comincia così la prefazione di questo libro uscito nel marzo 2008, un periodo in cui il dibattito sulla democrazia era più acceso che mai sia a livello nazionale che internazionale. È il periodo delle guerre in Afghanistan e in Iraq, in cui ci si interroga sull'esportabilità della democrazia e sulla superiorità politica, sociale e culturale dell'Occidente democratico sui Paesi a forte impronta islamica.
In realtà La democrazia in trenta lezioni non nasce come libro, ma come trasmissione televisiva su Raisat. Si trattava di trenta brevi puntate di tre-quattro minuti in cui Sartori spiegava i principi e i concetti alla base della democrazia per dare al pubblico le nozioni di base per poter meglio comprendere e prendere parte al dibattito. Solo successivamente è stato deciso di farne un libro, adattando i testi del format televisivo alla forma scritta.

Lo stile è piano e semplice ma non semplicistico, l'impostazione è divulgativa, Sartori non dà nulla per scontato nella spiegazione di concetti che troppo spesso vengono ridotti a slogan vuoti e frasi fatte. E mentre espone le basi, l'autore non manca di lanciare provocazioni al lettore sulle questioni più spinose: la democrazia diretta è davvero migliore rispetto alla democrazia rappresentativa? Come funziona in concreto l'opinione pubblica? L'eguaglianza democratica tra i cittadini è davvero realizzabile?
Il professore affronta anche il tema della preferibilità della democrazia rispetto ad altri sistemi di governo della cosa pubblica, arrivando a discutere della legittimità della sua imposizione in Stati non democratici e del rifiuto - e delle tragiche forme che può assumere - con cui talvolta questi Stati reagiscono.

Purtroppo però i nemici della democrazia non sono soltanto esterni, esistono anche dei nemici che agiscono dall'interno. Sono nemici subdoli e pericolosi perché, al contrario degli attacchi che arrivano da fuori, sono difficilmente riconoscibili. Il primo nemico interno è l'idealismo, il secondo è l'ideologismo.

L'idealismo, a cui il professore ascrive tutti quei filoni di pensiero, movimenti e partiti che in diversi periodi storici hanno formulato dei principi sulla base dei loro ideali e non della realtà concreta, è particolarmente subdolo, perché i suoi adepti sono convinti di credere profondamente nella democrazia e intanto la danneggiano senza rendersene conto. Utopismo, socialismo, marxismo e movimenti del '68 hanno portato avanti un'idea di "vera democrazia" da sostituire (o da imporre) a quella esistente, considerata insufficiente o deviata. Sia chiaro, Sartori è ben consapevole dei limiti dei sistemi democratici attuali, il punto è che le soluzioni andrebbero ricercate a partire dal mondo reale e non nella mera applicazione di principi astratti.

Passando all'ideologismo, Sartori spiega che le ideologie - quelle vere - sono morte assieme al marxismo, ma ne sopravvive una deriva pericolosa chiamata politically correct. L'ideologia si compone di dogmi che formano una lettura del mondo che viene accettata acriticamente. Di conseguenza viene individuata una terminologia ideologica che si divide in "termini buoni" e "termini cattivi", dove i termini considerati buoni sono associati all'ideologo e all'ideologia e i termini considerati cattivi vengono riferiti ai suoi nemici. L'ideologismo compie un'operazione simile, con la differenza che non ha alle spalle alcuna interpretazione dell'ordine delle cose, è vuoto e rende l'utilizzo di certe parole una pura questione di forma. Se già le ideologie erano accusate di uccidere il pensiero, l'ideologismo va oltre e uccide il pensiero non perché c'è una sola visione del mondo accettabile ma per l'amore superficiale verso la correttezza formale. Il politically correct divide il linguaggio in parole accettate e parole non accettate, ma le persone hanno bisogno di parole per poter pensare, e se alcune vengono estromesse dal linguaggio (o comunque il loro utilizzo non è socialmente ammesso), anche la capacità di pensiero ne risulta mutilata.

È possibile ritrovare la pochezza dell'ideologismo anche nella divisione politica tra "destra" e "sinistra", ognuna col suo piccolo patrimonio terminologico buono e cattivo. "Destra" e "sinistra" ormai sono diventate categorie forse utili per orientarsi, ma a prescindere dai programmi e dai contenuti effettivamente promossi. Potrebbe essere per questo che Sartori afferma di non sapere se è di destra o di sinistra: in una società in cui l'appartenenza politica viene spesso vissuta come la tifoseria di una squadra di calcio, non ha senso che l'occhio di un osservatore lucido e disincantato si identifichi in una fazione o in un'altra, perché al di là della superficie non c'è né una vera divisione né una vera visione di cui si possa discutere.

Questa recensione è stata scritta il 25 marzo 2013. È passato qualche anno da quando Sartori ha messo a punto le sue Trenta lezioni, ma oggi più che mai è chiaro che il vero attacco alla democrazia non è di coloro che vogliono rovesciarla bensì di coloro che ne minacciano le basi dall'interno in nome di una "vera democrazia" inesistente e irrealizzabile portata avanti a colpi di parole che fanno presa per chiarezza e immediatezza, certo, ma che a un ascolto più attento suonano solo tanto vacue.


 





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