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Umberto Eco 
Il nome della rosa
Bompiani, 1980


Il nome della rosa, un perfetto connubio tra forma e contenuto

Nell’indiscusso capolavoro di Umberto Eco, la vera protagonista è senz’altro la potenza razionale dell’intelletto, il che è percepibile sin dalle prime righe, quando il monaco d’origine inglese Guglielmo da Baskerville (ogni riferimento all’investigatore di doyleana memoria è tutt’altro che casuale) lascia di stucco tanto i personaggi della vicenda quanto il lettore, ricomponendo con sapiente disinvoltura i pezzi del puzzle riguardante la scomparsa del cavallo Brunello. Senza che si abbia il tempo di riaversi da tale maestria, quasi distrattamente (e non senza una certa ricercatezza formale) compare fra le righe anche un altro grande protagonista della vicenda, il relativismo.

Il tutto viene concentrato nell’esposizione al fedele Adso (novizio al seguito del monaco-investigatore, nonché voce narrante dell’intera vicenda che quindi di tale punto di vista subisce il filtro) di quale sia stata la traccia seguita dal maestro francescano per risolvere “il caso del cavallo scomparso”; celata all’interno della prima disputa filosofica tra platonismo e aristotelismo che più volte farà da background delle vicende narrate, infatti, s’insinua l’impressione che l’avventurarsi del pensiero alla ricerca della “verità” sia una via tutt’altro che dominata dalla stringente evidenza logica, anziché alla mercé dell’umana interpretazione. Trascinati dal corso degli eventi all’interno di una trama densa e intricata, ma mai sfuggente, l’indagine condotta dai protagonisti lungo la scia di sangue che macchia l’abbazia teatro della narrazione e che di giorno in giorno si allunga, rischierà più volte di smarrirsi nella foschia delle trame segrete che si celano dietro le vite apparentemente quiete dei monaci. Ad accrescere la suspance intervengono le abili digressioni di cui l’autore costella il romanzo, intense pagine che ora fotografano sapientemente la descrizione del portale della chiesa, ora si addentrano fra le radici filosofiche delle varie argomentazioni teologiche; nella quali Eco da prova di tutta la sua erudizione, trascinando letteralmente il lettore all’interno di quel frammento di eternità che egli ha incastonato fra le pagine di questo libro. Con il passare dei giorni ed il sommarsi delle varie ipotesi formulate, spesso in contrasto fra loro, il ritmo della vicenda sembra affossarsi e la comparsa della nebbia non fa altro che aumentare il senso di smarrimento che avvolge tanto i protagonisti quanto il lettore che sente più che mai distante la possibilità di dare una svolta decisiva alla vicenda, tutto sembra arenarsi. In realtà tutto questo ha solo una funzione propedeutica, giacché proprio nel finale, dove l’abate deciderà di congedare anzitempo Adso e il suo maestro da proprio incarico, prima cioè che abbiano trovato il bandolo della matassa, la narrazione assume i connotati di una vera e propria lotta contro il tempo che costringe il lettore a rimanere prigioniero di questo fotogramma, in cui realtà storica e finzione si intersecano con mirabile maestria, fino alla fragorosa conclusione della vicenda.

Un finale incandescente dal quale ben poco di quanto avevamo creduto reale nel corso dell’opera rimane intatto e la stessa potenza della razionalità umana riceve una stoccata decisa che lascia di stucco il lettore dopo pagine e pagine di esaltazione della forza del pensiero, è dunque la casualità a conquistare la scena nelle pagine conclusive del romanzo e a frenare quel senso di autocelebrazione che già venivano pregustando i più perspicaci. È così che le vicende di un’abbazia e della sua biblioteca sapranno tenervi incollati ad un libro che, in barba alle cinquecento pagine, si legge tutto d’un fiato e si lascia alle spalle un forte desiderio di riprovare a leggerlo perché in fondo si è consapevoli che a conti fatti, molto è sfuggito.


 





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