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Trans Europa Express
Paolo Rumiz
Narratori Feltrinelli




«È devastante. Oggi ogni attimo viene bruciato come fosse l’unico, e poi arriva l’inflazione delle notizie a travolgerci definitivamente». Era affamato di lentezza e semplicità, di vecchi alberghi, di scarpe da sporcare.

È in questa breve citazione di Ryzsard Kapuściński e nella breve considerazione aggiuntiva dell’autore di Trans Europa Express, Paolo Rumiz, che sta la vera chiave di lettura di questo splendido libro capace di rivelarsi come un vero e proprio stargate per un altro mondo. Sì perché la sensazione principale che riempie il lettore è proprio quella del viaggio dimensionale. Non solo per le peculiarità ogni volta differenti e meravigliosamente descritte, nemmeno solo per la grande varietà di persone diverse incontrate e diventate frammenti indelebili di una nuova vita; bensì per il modo tutt’altro che occidentale di percepire l’altro. Così, mentre dall’Artico al Mediterraneo è tutto un susseguirsi di esperienze paesaggistiche e architettoniche fra le più varie che possano essere racchiusi in una trentina di giorni di viaggio, una sola resta la costante, il calore umano delle persone che incontra nel suo cammino.

Oscilla il lettore, oscilla tra vecchi treni, autobus e lunghe camminate, oscilla tra le foreste della Carelia sempre accese dalle luci estive del cielo nordico e la verde luminosità della calda Ucraina, oscilla fra il mercato di Kaliningrad, che concentra saperi e sapori di tutta l’Europa Orientale e la sacralità del monastero delle Soloveckij; in uno zig zag che schiva le principali mete turistiche e i comfort, per seguire il fronte dell’ultimo vero confine rimasto in Europa.

«Quando cominciarono a cadere le frontiere e la retorica dello spazio globale si mise a smantellare il senso dell’Altrove, lentamente, per spirito di contraddizione, mi era creciuta senza che lo sapessi la nostalgia di un confine vero, di quelli di una volta, con reticolati, occhiate arcigne, bagagli passati al setaccio e un silenzio teso davanti all’uomo in divisa col tuo passaporto. Si, bisognava fare un grande viaggio su un limes»; sta tutto in queste parole il senso di un viaggio di quelli che riempiono  la testa e il cuore, rendendo la vista di “Eurolandia” (come la chiama Rumiz) sempre più un fastidio anziché il piacevole miraggio del rientro a casa. Il rischio vero è quello di scoprirsi all’improvviso profondamente innamorati di questo Est vittima prediletta di stereotipi e pregiudizi, un Est profondamente segnato dallo scioglimento del blocco comunista e dalla privazione di quel nucleo ebraico che per secoli ne aveva costituito l’essenza profonda. Tuttavia, forse il vero punto di rottura più grande è un altro, molto più semplice, e cioè che varcare i confini dei Paesi che hanno sottoscritto il trattato di Schengen significa riscrivere la concezione e, di conseguenza, anche la sua dimensione. I ritmi si abbassano e il mondo si svuota di quella frenesia tipicamente occidentale che sta alla radice di molti dei mali che affliggono le nostre vite, uno su tutti la crisi delle relazioni umane, ormai sempre più prigioniere delle tempistiche imposte dalla realtà virtuale. Si aspetta nelle stazioni, e si sa aspettare, ma soprattutto, nonostante tutte le difficoltà burocratiche imposte da una delle frontiere ancora oggi più militarizzate del pianeta, si può scoprire la vera essenza del viaggiare, fatta di semplici equazioni: «Meno peso = più incontri. Andatura = metrica = narrazione. E soprattutto: più difficoltà = più racconto».

 

Trans Europa Express si potrebbe definire un libro fotografico, pieno di volti e immagini dalla cui somma risulta molto di più che un semplice racconto di viaggio; fra le sue pagine si cela un’autentica boccata di vita che una volta raggiunta pagina 231 e ripreso fiato, lascia spazio ad una sola domanda: Dove ho messo lo zaino?


 





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