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Charles Bukowski
Storie di ordinaria follia
La Feltrinelli - traduzione a cura dell'americano Pier Francesco Paolini


«Uscii. Andai in un bar messicano di rimpetto, mi feci una birretta, poi ripresi il bus per tornare a casa. Così uscivo sconfitto un’altra volta da un cortile di scuola americana»; si conclude con queste brucianti considerazioni la vicenda di Kid Sturdust, uno dei tantissimi personaggi che impreziosiscono l’universo parallelo che Charles Bukowski crea nel suo capolavoro Storie di ordinaria follia. Parole semplici, comuni, per certi versi pure banali, considerazioni a margine di una giornataccia, l’ennesima di una lunghissima serie, ma che costituiscono la materia viva di cui questo autore si fa grossolano modellatore in ognuno dei racconti di questa raccolta. Un intenso collage di fotografie sulla vita di un’America appesantita dalla Grande Depressione, dove i calli dei fallimenti esistenziali induriscono la pelle e deformano una natura umana prigioniera della propria follia appunto, che rifugge il disgusto del reale nell’alcol e nella brutalità. Influenzato dalle proprie vicende personali, Bukowski riveste i suoi personaggi di una scorza ruvida e legnosa affinché possano proteggersi; sì proteggere piccoli uomini e piccole donne rannicchiati negli angoli bui di una personalità devastata vuoi dalla sfortuna, vuoi dalla mediocrità, vuoi da qualsiasi altro pretesto narrativo, ma irrimediabilmente devastata. Ecco allora che inizia la fuga dalla realtà, una realtà che prima di essere il posto di lavoro perso, il matrimonio fallimentare, l’affitto da pagare, siamo noi stessi, intenti giorno dopo giorno a sprecare il nostro tempo; «Qualsiasi cosa, del resto, è una perdita e spreco di tempo: tranne fottere di gusto o creare qualcosa di buono o guarire o correre dietro a una specie di fantasma-amore-felicità. Tanto tutti finiamo nel mondezzaio della sconfitta». Eppure non è tutto qua, c’è un tesoro nascosto tra le righe di questo libro per chiunque riesca a perdersi nel labirinto di vite che contiene, un tesoro che va ad impreziosire soprattutto chi lo affronta con sano scetticismo e un’aria di sfida. Sì perché l’impatto con le prime pagine ha il sapore di un vero corpo a corpo, d’improvviso ci troviamo a dover fronteggiare una serie di scenari così crudi e alienanti da suscitare un profondo senso di sconvolgimento. Il lettore prova sulla pelle una sensazione unica, un miscuglio eterogeneo tra disprezzo e compassione, dal quale scaturisce pagina dopo pagina la miscela che fa di Bukowski un autore vincente, uno di quelli che arrivano dentro. Così tra whisky e ippodromi, tra donne di strada e risse nei retrobottega, il dipinto deformato di un’umanità che sente di aver perso, lentamente si arricchisce del suicidio di Cass (La più bella donna della città), del degrado di un ospedale dei poveri (Vita e morte all’ospedale dei poveri), di Tony e Bill che si innamorano di un cadavere (Una sirena scopareccia), dell’amore omosessuale per soldi dei barboni (25 barboni cenciosi) e di un’infinità di altre vicende. Sarà quindi una strana sensazione, quella di chi leggendo l’ultima frase del libro, scoprirà che in fondo una parte di questo vecchio scrittore psicopatico, ognuno di noi la tiene ben nascosta dentro di sé. Io stesso l’ho pensato, io stesso l’ho sentito, alla fine dell’ennesima straziante storia d’amore: «Sentii le lacrime colarmi giù per le guance, strisciare pesanti come cose insensate senza gambe. Ero pazzo. Dovevo esser pazzo sul serio».


 





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