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Letterature germaniche medievali
Jorge Luis Borges
Theoria, 1994








Fu un fulmine a ciel sereno quello che mi colpì qualche tempo fa, quando sfogliando le pagine conclusive di La moneta di ferro di Borges, in particolare le note finali, scoprii dell’esistenza di questo testo, Letterature germaniche medievali. Era citato in riferimento al brano “A.D. 991”, senz’altro uno dei più appassionanti fra quelli presenti, e sullo slancio di un ardente entusiasmo ho iniziato subito l’estenuante ricerca di questo libricino, scritto nel 1965 e pubblicato per l’ultima volta in Italia nel 1994 dalla casa editrice Theoria. Non è stato affatto facile reperirne una copia, ma tutto il tempo necessario a realizzare il desiderio di sfogliarne le pagine, ha contribuito ad accrescere le mie aspettative. Forse troppo.

Non sarà difficile a questo punto cogliere la punta di delusione che ha seguito la lettura di questo testo che poggia su di un’idea di fondo geniale, ma che lascia ancora con un po’ di appetito. Non è mai imputabile all’autore di un libro l’aver deluso le aspettative dei lettori, questo è fuori discussione, ma chiunque abbia letto un po’ Borges non può non sentire che in Letterature germaniche medievali qualcosa manca. Manca il colpo decisivo. Non parlo di scarsa ricchezza di particolari o di superficialità, niente affatto, è la narrazione che rimane piatta. Che sia l’impianto  dato dall’autore stesso all’opera – in effetti essendo un’antologia di letteratura sarebbe potuto risultare fuori luogo un trasporto emotivo marcato- oppure lì inevitabile prezzo da pagare per ottenere una verosimiglianza così convincente; le singole vicende sembrano sempre spegnersi in una distratta rievocazione storica.

A quest’analisi contenutistica dai toni blandi però, fa da contraltare una doverosa esaltazione della genialità formale di Borges. Italo Calvino meglio di tutti ha saputo descrivere con grande precisione il fulcro del talento di questo scrittore sudamericano,affermando: «L’invenzione fondamentale di Borges è stata di fingere che il libro che voleva scrivere fosse già scritto, scritto da un altro, da un ipotetico autore sconosciuto, un autore d’un’altra lingua, d’un’altra cultura, e descrivere, riassumere, recensire questo libro ipotetico». Nessuno meglio di lui avrebbe potuto partorire un simile capolavoro di sincretismo fra realtà e finzione, dove la dovizia di particolari non finisce mai per snaturare la verosimiglianza del testo, ma allo stesso tempo aleggia sempre quella punta di fantastico filtrata da nomi spesso improbabili e ricostruzioni etimologiche non troppo convincenti.

Letterature germaniche medievali è qualcosa di diverso da quello a cui questo autore ha abituato i suoi lettori perché perde quell’atmosfera empatica che rapisce e fa assaporare a pieno cosa intenda Borges quando afferma che solo la parola ha realtà ontologica. Sì, il mondo sul quale ci si affaccia sbirciando fra le sue righe sembra affatto vero, e vero lo è sul serio fintantoché ci si lascia trasportare dall’andare della sua penna; però a cosa può servire rievocare vecchie storie, se queste non rapiscono il cuore?


 





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