Finzioni - Jorge Luis Borges - Einaudi Tascabili - trad. it. Franco Lucentini



Quello con Finzioni è stato senz’altro uno dei confronti letterari più particolari, ma allo stesso tempo più profondi, che mi siano capitati. All’acquisto, di Borges non conoscevo che una semplice poesia, Istanti, incontrata per caso nella mia vita, ma ne sono rimasto irrimediabilmente sedotto già al primo confronto. Nasce da qui, seppure con qualche anno di ritardo, il desiderio di un confronto con qualcosa di più corposo, che potesse aiutarmi a capire meglio di che pasta fosse fatta, quell’immagine astratta che mi ero dipinto nella mente.

Mi sono così scoperto all’interno di un universo di “finzioni” appunto, così sapientemente e meticolosamente articolato nei dettagli, anche minimi, che ad ognuno dei racconti di questa raccolta, faceva riemergere l’interrogativo sulla possibile veridicità del contenuto, tanto questa era verosimigliante. Pagina dopo pagina si inizia a percepire un alone quasi magico che s’inerpica fra le righe, un qualcosa di evidentemente molto più profondo del testo in sé, qualcosa che quasi necessariamente sfugge e lascia, alla fine di ogni brano, quel vago senso di fame tipico di chi sa che manca ancora qualcosa perché l’abbuffata possa essere davvero gratificante. Su questo fertile terreno ha affondato le sue radici tutta la mia avidità conoscitiva, che anelava ad una maggiore comprensione al punto da impormi una rilettura di numerosi passaggi al fine di illuminare quei piccoli antri scavati qua e là nel testo che sentivo racchiuderne la vera ricchezza. Così partendo dalla ricerca dell’enigmatico regno di Uqbar, la cui scoperta si deve «alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia» del racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, si passa per «ciò che resta d’un tempio che antichi incendi divorarono» (Le rovine circolari) e per «un paese vertiginoso dove la lotteria è parte principale della realtà» (La lotteria di Babilonia), giungendo, a conclusione della prima parte, in un luogo che in realtà «è un enorme indovinello, o parabola, il cui tema è il tempo» (Il giardino dei sentieri che si biforcano). La breve pausa rappresentata dal passaggio tra la prima e la seconda parte, si scorge quasi come un’ancora gettata che riporta bruscamente il lettore alla dimensione reale (ammesso che questa esista) e gli permette di riprendere fiato in vista del secondo e ultimo tuffo nell’universo parallelo che tanto abilmente Borges ha saputo creare. Non si è più gli stessi quando si affronta l’insonnia di Ireneo Funes che «poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia» (Funes, o della memoria), o l’autocommiserazione dello sfregiato Vincent Moon, disposta a raccontare la sua storia «a una condizione: quella di non attenuare alcun obbrobrio, alcuna circostanza infamante» (La forma della spada), per non parlare del capolavoro che precede la conclusione, in cui Jaromir Hladík «prima del giorno fissato da Julius Rothe, morì centinaia di morti» (Il miracolo segreto). Alla fine è proprio quest’ultima l’immagine che rimane impressa più marcatamente nella testa ancora inebriata dai fumi dell’invenzione, quella di quest’uomo che «affrontava con vero timore (forse con vero coraggio) queste esecuzioni immaginarie», ma che alla fine in queste sue finzioni saprà trovare la chiave di volta della propria esistenza; lasciando il lettore con la sensazione di chi, in verità, è solo all’inizio del viaggio fantastico dentro e fuori di sé, nel quale questi racconti lo conducono.

 

 





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