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La via del lupo
Marco Albino Ferrari
Editori Laterza




La via del lupo
è molto di più che un semplice saggio sulle vicende attraversate del Canis lupus italicus negli ultimi decenni in Italia, fra parchi naturali e lotta per la sopravvivenza. Sì perché in questo saggio, frutto del lavoro di ricerca di Marco Albino Ferrari, si compie un vero e proprio tuffo in un’Italia selvaggia che pochi di noi potrebbero immaginarsi ancora esistente. «Lo spopolamento ha lasciato spazio libero ai boschi di progredire e agli animali selvatici di tornare», questo lo scenario che si presenta in quelle fasce di territorio che si trovano nelle prossimità delle principali catene montuose della nostra penisola. Tanto gli Appennini quanto alcune zone delle Alpi ormai stanno vivendo un fenomeno tutt’altro che marginale di spopolamento rurale, che tuttavia passando dall’altra parte della barricata che da sempre contrappone l’uomo e la natura, significa una fonte di speranza per molte specie animali a rischio estinzione, prima su tutte: il lupo.
Il vero principe dei nostri boschi nella prima metà degli anni Settanta, dopo secoli di persecuzioni legate al mondo della pastorizia e quello venatorio, favorite anche dalla legiferazione fascista che ne incentivava l’abbattimento; è giunto ad un passo dall’estinzione, nel 1973 se ne contavano un centinaio di esemplari. La questione in realtà è molto complessa. E affonda le proprie radici nella dimensione culturale dell’essere umano, abbondano infatti racconti popolari dal retrogusto mitologico che vorrebbero questo animale come una “belva feroce”, mentre «non esiste memoria di aggressioni verso l’uomo», ed è fuori discussione il ruolo giocato da questi pregiudizi nell’alimentare la caccia alle streghe che da sempre ci contrappone. Con il Sessantotto però, l’intero sostrato sociale è alla ricerca di simboli che possano rappresentare al meglio il forte desiderio di rottura nei confronti di un passato che non appartiene più alle generazioni emergenti; «Lo studio del lupo sul campo diventava per sé una forma di contestazione. Nel lupo c’era il potenziale rivoluzionario che molti cercavano». Così, prende le mosse dall’ambiente universitario il primo progetto di ricerca su questo magnifico animale, un lavoro tutt’altro che facile vuoi per la limitatezza delle tecnologie disponibili all’epoca per certificarne l’eventuale presenza, vuoi per il fatto che «insieme alla lince il lupo è uno degli animali più elusivi e sfuggenti che esistano. E quando si imbatte nell’uomo scappa a nascondersi». In realtà c’era anche dell’altro, sì perché occorreva soprattutto portare una svolta nel modo stesso di concepire la dimensione di questo animale nell’opinione comune, senza il sostegno della quale ogni progetto avrebbe rischiato di rivelarsi un semplice fenomeno superficiale. In effetti «il fascino degli animali sta proprio nello sforzo che richiede la loro comprensione» e a tal fine è di fondamentale importanza che l’uomo impari ad estraniarsi dal proprio singolare punto di vista così da poterli considerare secondo valori che non comportino una comparazione con l’umano.
È con questo spirito che il lettore si trova ad accompagnare un gran numero di ricercatori e di appassionati lungo sentieri sconosciuti che ora si immergono nell’impenetrabile “Riserva integrale” di Sasso Fratino, nelle foreste Casentinesi, ora s’inerpicano fra stambecchi e dirupi in Valsavarenche, sulle Alpi valdostane. Prende forma così, un viaggio affascinante ricco di immagini uniche che solo la penisola italica sa offrire, che non manca di tenere in considerazione anche il punto di vista di quell’universo particolare di pastori solitari che in questo percorso finalizzato alla salvaguardi del lupo, vedono una minaccia concreta al proprio lavoro, perché non è solo una questione economica (è previsto un risarcimento per ogni capo ucciso dai lupi), e che «dispiace scendere d’autunno senza più bestie». Alla fine però, non c’è amante della natura che, sapendo della ricomparsa di questo splendido mammifero, la prossima volta che si avventurerà in uno dei tanti parchi naturali che impreziosiscono le nostre catene montuose, non resterà qualche istante col fiato sospeso e lo sguardo fisso a scrutare fra le fronde, ansioso di scorgere, anche solo per un fugace istante, due profondi occhi gialli nel fitto del sottobosco, «eccolo lì, il lupo, finalmente».


 
 
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Il lupo della steppa
Hermann Hesse
Oscar Mondadori 2012

Trad. E. Pocar

“Il lupo della steppa” di Hermann Hesse è stato un regalo; qualcosa che non avevo scelto eppure, in qualche modo era finito nella mia vita, così, un po' per caso, un po' per amore. Si è rivelato poi uno degli incontri letterari più felici della mia storia di lettore.

Dalle parole della prefazione del curatore (fittizia giacché in realtà è una parte integrante dell'opera stessa) si fa subito largo la coinvolgente ammirazione nutrita da chi scrive nei confronti del protagonista della vicenda; un certo Harry Haller dalla personalità magnetica che: «Alla prima occhiata faceva l'impressione di un uomo interessante, insolito e intelligente oltre il comune». Tuttavia c'è qualcosa di particolare che si cela nel profondo di quest'anima malinconica, prigioniera della propria solitudine; un forte conflitto interiore lacerava questo essere malato dell'incapacità di essere contento di sé e della propria vita: «Non ci riusciva, era un uomo scontento. Ciò dipendeva probabilmente dal fatto che infondo al cuore sapeva (o credeva di sapere) di non essere veramente un uomo, ma un lupo venuto dalla steppa». E tutta la sua sofferenza affonda le proprie radici nel fatto che in lui l'uomo e il lupo: «Vivevano in continua inimicizia mortale, e l'uno viveva a dispetto dell'altro, e quando in un sangue e in un'anima ci sono due nemici mortali, la vita è un guaio». Ciononostante non ci si deve lasciare ingannare da questa suggestione, perché come suggerisce sapientemente il fittizio curatore nella sua prefazione, non siamo di fronte a un malato mentale: «La malattia psichica di Haller (oggi lo so) non è l'ubbia di un individuo, bensì il male del nostro tempo, le nevrosi della generazione alla quale Haller appartiene e dalla quale non sembrano colpiti solo gli individui deboli e minorati, ma proprio i forti e i più intelligenti». Eternamente in lotta con se stesso e con il suo tempo, non di rado il protagonista si abbandona al pensiero pacifico e rasserenante del suicidio, che pur assumendo le sembianze di un atto di libertà, come in Comte, non perde quella carica emotiva propria dell'individuo sfinito e disarmato per cui: «Ogni uscita da questo torchio di dolori, anche la più ignominiosa, era desiderabile». Eppure, proprio quando il lettore ha l'impressione di essere piombato nella miserevole narrazione delle sventure e delle frustrazioni di un povero disgraziato in stile “I dolori del giovane Werther”, si concretizza così, quasi per caso, la svolta dell'intera vicenda. Una trattoria, musica da ballo, fumo e odore di vino si presentano come il contesto più improbabile per l'incontro più azzeccato, sì perché è proprio in mezzo a questa gran folla evanescente di gente rumorosa che prende forma Hermine: «Chiunque fosse quella fanciulla saggia e misteriosa, comunque mi fosse arrivata, per me era indifferente; c'era e si era avverato il miracolo che io dovessi trovare ancora una volta una creatura umana e un interessamento alla vita». È come se da questo punto in poi iniziasse una nuova vita per Harry, così diversa da quella che aveva condotto fin'ora, eppure così impregnata di quel passato misterioso. Il ritmo della narrazione accelera e le pagine si fanno più intense fino ad assorbire completamente l'identità stessa del lettore che vive sulla propria pelle l'intensità delle emozioni travolgenti che impreziosiscono un finale tutto da interpretare e nel quale ognuno finisce inevitabilmente per specchiarsi e per cogliere una parte di sé.

C'è un po' di tutti noi in questa vicenda che si addentra fin quasi a smarrirsi nelle profondità della personalità umana, in un viaggio che non risparmia luoghi comuni e perbenismi ma si scaglia violentemente contro il conformismo e i suoi surrogati. Si cela una splendida metafora della vita in queste pagine ideate dal genio di Hermann Hesse che una volta chiuso il libro, ci lasciano molto di più di una storia diversa e di qualche frase da scrivere su facebook.