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Stendhal
Il rosso e il nero
Einaudi
trad. it. Diego Valeri





Parte in sordina Il rosso e il nero di Stendhal, con uno splendido ritratto della vita provinciale nella Francia della prima metà dell'800, ancora abbagliata dall'astro Napoleone, ma pur sempre prigioniera di quelle antiche logiche campanilistiche che riconoscevano a croci e denari il monopolio indiscusso del potere.

Poche pagine e l'attenzione del lettore resta impigliata nello sguardo penetrante del protagonista, una sguardo che pur arrivandoci di riflesso, attraverso le parole dell'autore, non  per questo vede attenuata la propria forza. C'è qualcosa in quei «grandi occhi neri di Giuliano», un qualcosa che lo rende diverso tanto dalla meschinità dei provinciali, quanto dalla superficialità dei “bennati” (come Stendhal chiama i resti dell'aristocrazia post-rivoluzionaria). Un concentrato di orgoglio, ardore e ambizione che si articola lungo l'intera vicenda e vorrebbe determinarne, ogni singola implicazione; così la fredda impulsività di questo giovane “abatino”di grande lungimiranza non vorrebbe lasciare nulla al caso. A primo impatto, una simile volontà di successo a tutti i costi, potrebbe facilmente passare per un bieco arrivismo, non occorre molto per capire che in realtà, non è il desiderio affermazione sociale a muoverlo (come già detto egli non condivide nulla col carattere dei suoi contemporanei), bensì qualcosa che affonda le sue radici nel profondo del suo animo, fino a costituirne l'essenza più intima: l'amor proprio. Un amor proprio che è disprezzo feroce per i notabili monarchici di provincia come per l'aristocrazia parigina, che è anche anticlericalismo perché «Ai loro occhi era colpevole d’un vizio enorme: pensava, giudicava da sé, invece di seguire ciecamente l'autorità e l'esempio», e che anche negli slanci amorosi spesso era causa di intensi dibattiti interiori, quasi che il suo cuore ed il suo cervello si mettessero a discutere fra loro e soltanto quando entrambi trovano motivazioni convincenti, poteva esserci spazio per qualche piccola follia. Sì perché, nonostante sia armato di grande forza di volontà, questo giovane non riesce mai ad abbandonare completamente gli abiti di una fanciullezza che in realtà, quali che siano i suoi propositi, lo tiene vincolato ad una passionalità così forte da costringerlo più di una volta a fronteggiare se stesso, per arginare un'impulsività troppo pericolosa per uno nella sua posizione. Forse è proprio per questo che si sente un leggero prurito alla pancia ogni volta che una creatura così gelida in apparenza, si lascia vincere dal calore dei sentimenti e si scopre più di una volta appeso ad una scala, intento a violare il balcone della sua amata. E alla fine, di fronte all'incombere di una morte piombatagli addosso proprio sullo slancio del suo ardore, Giuliano sembra improvvisamente disinteressarsi a tutto quel suo incessante desiderare; persino l'aver ottenuto, dopo tanta sofferenza, l'amore della marchesina Matilde lo lascia indifferente: «E pensare che ho desiderato appassionatamente questa intimità perfetta che oggi mi lascia così freddo!... In verità, son più felice da solo che quando quella bella fanciulla divide la mia solitudine...»

Si consuma così, sullo sfondo di un'aspra critica al viscido ambiente ecclesiastico dell'epoca e alla società francese post-napoleonica, il destino di un giovane che è un concentrato di pensieri ed emozioni così spesso in contraddizione da rendere impossibile al lettore sfuggire al suo fascino. È fin troppo facile per ognuno di noi riconoscere una parte di se stesso nei pensieri calcolatori di questo giovane, trasudano una crudezza che solo nella confidenza della lettura riusciremmo a riconoscere come nostra. Ma d'altronde Giuliano Sorel è questo, un concentrato di amoralità che anche a pochi passi dalla ghigliottina, non riesce a pensare ad altro, se non: «Va tutto bene, non manco di coraggio».


 
 
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Charles Bukowski
Storie di ordinaria follia
La Feltrinelli - traduzione a cura dell'americano Pier Francesco Paolini


«Uscii. Andai in un bar messicano di rimpetto, mi feci una birretta, poi ripresi il bus per tornare a casa. Così uscivo sconfitto un’altra volta da un cortile di scuola americana»; si conclude con queste brucianti considerazioni la vicenda di Kid Sturdust, uno dei tantissimi personaggi che impreziosiscono l’universo parallelo che Charles Bukowski crea nel suo capolavoro Storie di ordinaria follia. Parole semplici, comuni, per certi versi pure banali, considerazioni a margine di una giornataccia, l’ennesima di una lunghissima serie, ma che costituiscono la materia viva di cui questo autore si fa grossolano modellatore in ognuno dei racconti di questa raccolta. Un intenso collage di fotografie sulla vita di un’America appesantita dalla Grande Depressione, dove i calli dei fallimenti esistenziali induriscono la pelle e deformano una natura umana prigioniera della propria follia appunto, che rifugge il disgusto del reale nell’alcol e nella brutalità. Influenzato dalle proprie vicende personali, Bukowski riveste i suoi personaggi di una scorza ruvida e legnosa affinché possano proteggersi; sì proteggere piccoli uomini e piccole donne rannicchiati negli angoli bui di una personalità devastata vuoi dalla sfortuna, vuoi dalla mediocrità, vuoi da qualsiasi altro pretesto narrativo, ma irrimediabilmente devastata. Ecco allora che inizia la fuga dalla realtà, una realtà che prima di essere il posto di lavoro perso, il matrimonio fallimentare, l’affitto da pagare, siamo noi stessi, intenti giorno dopo giorno a sprecare il nostro tempo; «Qualsiasi cosa, del resto, è una perdita e spreco di tempo: tranne fottere di gusto o creare qualcosa di buono o guarire o correre dietro a una specie di fantasma-amore-felicità. Tanto tutti finiamo nel mondezzaio della sconfitta». Eppure non è tutto qua, c’è un tesoro nascosto tra le righe di questo libro per chiunque riesca a perdersi nel labirinto di vite che contiene, un tesoro che va ad impreziosire soprattutto chi lo affronta con sano scetticismo e un’aria di sfida. Sì perché l’impatto con le prime pagine ha il sapore di un vero corpo a corpo, d’improvviso ci troviamo a dover fronteggiare una serie di scenari così crudi e alienanti da suscitare un profondo senso di sconvolgimento. Il lettore prova sulla pelle una sensazione unica, un miscuglio eterogeneo tra disprezzo e compassione, dal quale scaturisce pagina dopo pagina la miscela che fa di Bukowski un autore vincente, uno di quelli che arrivano dentro. Così tra whisky e ippodromi, tra donne di strada e risse nei retrobottega, il dipinto deformato di un’umanità che sente di aver perso, lentamente si arricchisce del suicidio di Cass (La più bella donna della città), del degrado di un ospedale dei poveri (Vita e morte all’ospedale dei poveri), di Tony e Bill che si innamorano di un cadavere (Una sirena scopareccia), dell’amore omosessuale per soldi dei barboni (25 barboni cenciosi) e di un’infinità di altre vicende. Sarà quindi una strana sensazione, quella di chi leggendo l’ultima frase del libro, scoprirà che in fondo una parte di questo vecchio scrittore psicopatico, ognuno di noi la tiene ben nascosta dentro di sé. Io stesso l’ho pensato, io stesso l’ho sentito, alla fine dell’ennesima straziante storia d’amore: «Sentii le lacrime colarmi giù per le guance, strisciare pesanti come cose insensate senza gambe. Ero pazzo. Dovevo esser pazzo sul serio».