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Letterature germaniche medievali
Jorge Luis Borges
Theoria, 1994








Fu un fulmine a ciel sereno quello che mi colpì qualche tempo fa, quando sfogliando le pagine conclusive di La moneta di ferro di Borges, in particolare le note finali, scoprii dell’esistenza di questo testo, Letterature germaniche medievali. Era citato in riferimento al brano “A.D. 991”, senz’altro uno dei più appassionanti fra quelli presenti, e sullo slancio di un ardente entusiasmo ho iniziato subito l’estenuante ricerca di questo libricino, scritto nel 1965 e pubblicato per l’ultima volta in Italia nel 1994 dalla casa editrice Theoria. Non è stato affatto facile reperirne una copia, ma tutto il tempo necessario a realizzare il desiderio di sfogliarne le pagine, ha contribuito ad accrescere le mie aspettative. Forse troppo.

Non sarà difficile a questo punto cogliere la punta di delusione che ha seguito la lettura di questo testo che poggia su di un’idea di fondo geniale, ma che lascia ancora con un po’ di appetito. Non è mai imputabile all’autore di un libro l’aver deluso le aspettative dei lettori, questo è fuori discussione, ma chiunque abbia letto un po’ Borges non può non sentire che in Letterature germaniche medievali qualcosa manca. Manca il colpo decisivo. Non parlo di scarsa ricchezza di particolari o di superficialità, niente affatto, è la narrazione che rimane piatta. Che sia l’impianto  dato dall’autore stesso all’opera – in effetti essendo un’antologia di letteratura sarebbe potuto risultare fuori luogo un trasporto emotivo marcato- oppure lì inevitabile prezzo da pagare per ottenere una verosimiglianza così convincente; le singole vicende sembrano sempre spegnersi in una distratta rievocazione storica.

A quest’analisi contenutistica dai toni blandi però, fa da contraltare una doverosa esaltazione della genialità formale di Borges. Italo Calvino meglio di tutti ha saputo descrivere con grande precisione il fulcro del talento di questo scrittore sudamericano,affermando: «L’invenzione fondamentale di Borges è stata di fingere che il libro che voleva scrivere fosse già scritto, scritto da un altro, da un ipotetico autore sconosciuto, un autore d’un’altra lingua, d’un’altra cultura, e descrivere, riassumere, recensire questo libro ipotetico». Nessuno meglio di lui avrebbe potuto partorire un simile capolavoro di sincretismo fra realtà e finzione, dove la dovizia di particolari non finisce mai per snaturare la verosimiglianza del testo, ma allo stesso tempo aleggia sempre quella punta di fantastico filtrata da nomi spesso improbabili e ricostruzioni etimologiche non troppo convincenti.

Letterature germaniche medievali è qualcosa di diverso da quello a cui questo autore ha abituato i suoi lettori perché perde quell’atmosfera empatica che rapisce e fa assaporare a pieno cosa intenda Borges quando afferma che solo la parola ha realtà ontologica. Sì, il mondo sul quale ci si affaccia sbirciando fra le sue righe sembra affatto vero, e vero lo è sul serio fintantoché ci si lascia trasportare dall’andare della sua penna; però a cosa può servire rievocare vecchie storie, se queste non rapiscono il cuore?


 
 
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Nel turbine della storia
Riflessioni sul XXI secolo
Ryszard Kapuscinski
Feltrinelli Editore


Come suggerisce puntualmente il sottotitolo “Riflessioni sul XXI secolo”, Nel turbine della storia di Ryszard Kapuscinski non è che una raccolta organica di flash che analizzano e riflettono sulla situazione storica che ci troviamo a vivere in questo secolo. Di fatto ci troviamo di fronte ad una specie di enciclopedia del pensiero di questo grande reporter, sapientemente montata dalla curatrice Krystyna Straczek, che pur mancando di un filo conduttore, offre una straordinaria visione d'insieme.

Saltellando fra i vari frammenti che costituiscono questo libro, ci si sente letteralmente presi per mano dall'uomo-viaggiatore Kapuscinski, che prima ancora di mostrare la sua stupefacente capacità di lettura e comprensione dei fenomeni storici che attraversava, si perde insieme a te che leggi, nella magia di quanto descrive. La grande intensità che caratterizza soprattutto i capitoli sull'Africa e sull'America Latina, lascia trasparire chiaramente tutta la passione e la meraviglia che lo accompagnavano nei suoi viaggi, senza però mai diventare banale o sottomettersi alla retorica. Così quando poco prima di andare a letto si finisce di sfogliare i primi capitoli, sembra di esserci, sì di essere lì con lo sguardo fisso nella direzioni in cui indica il suo sapiente dito, a cogliere ogni singola sfumatura di una storia africana da troppo tempo ormai vittima di stereotipi e luoghi comuni.

Altrettanto partecipato è il racconto della sua esperienza sudamericana ai tempi della rivoluzione boliviana, e nella sua ammirazione per Il Che, trasuda tutta la sua profonda ammirazione per quest'uomo e per il suo coraggio. Ma c’è dell’altro, perché si ha proprio la percezione di respirare il profumo stesso di quell'aria di cambiamento che pervadeva tutto il continente.

Quando poi inizia ad avvicinarsi alle dimensioni più note a noi occidentali e analizza pezzo a pezzo gli ingranaggi che costituiscono la complessa macchina globalizzante del capitalismo, emerge un certo senso di malinconia che a tratti sembra mutarsi quasi in invidia.

Descrive il mondo da prospettive diverse Ryszard Kapuscinski, non per insegnare ma per disegnare, disegnare il quadro degli eventi che si sono successi freneticamente negli ultimi decenni e che, per un motivo o l'altro, ci sono scivolati addosso senza troppa importanza. Fiduciosi nel valore dell'informazione contemporanea ci siamo fidati fin troppo delle chiavi di lettura della storia che ci sono state via via proposte, finendo per indebolire il nostro senso critico. È contro questo che si scaglia principalmente il reporter polacco, con il tacito assenso che ogni giorno diamo al piatto di “minestra storica” che ci viene messo davanti, contro il fidarsi di come ci vengono raccontate le cose. La conoscenza invece si basa sui piedi, su quella straordinaria tensione interiore che ci spinge ad andare per scoprire con i nostri occhi e analizzare quanto incontriamo lungo il nostro percorso, e solo allora valutare. Ovviamente non per tutti può essere così, non tutti possono prendere lo zaino e andare in Africa per conoscerla, ma tutti abbiamo il dovere di coltivare il nostro atteggiamento critico, tutti dobbiamo riscoprire il piacere di costruirci da soli le nostre idee e continuare a fare gli esploratori anche quando la scuola e la vacanze estive sono ormai un lontano ricordo.


 
 
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Pulp - Una storia del XX secolo
Charles Bukowski
Universale Economica Feltrinelli





Fra i numerosi incontri casuali azzeccati che costellano il mio percorso di lettore, sicuramente quello con Pulp di Charles Bukowski merita una menzione particolare, sì perché, di fatto, ha segnato l’inizio di una storia d’amore letteraria che ad oggi, mi ha portato a leggere circa un terzo delle sue opere (poesie escluse). Forse sarà stato il difficile momento a livello personale, forse il fascino suscitato da uno stile totalmente disinibito e disinteressato, le poche pagine di questo romanzetto che gli esce fuori negli ultimi anni di vita di Bukowski, che mi ha catapultato all’interno del genere underground americano, ma non solo, al punto tale che ora poche altre realtà narrative riescono a farmi sentire a mio agio.

"Stavo in ufficio, il contratto d'affitto era scaduto e McKelvey voleva ricorrere al tribunale per sfrattarmi. Era una giornata infernale ed il condizionatore d'aria era rotto. Sul piano della scrivania sta camminando lentamente una mosca. Allungai un braccio, abbattei il palmo aperto della mano e la spedii all'altro mondo. Mentre mi pulivo la mano sulla gamba destra dei pantaloni squillò il telefono." Questo è l’incipit della vicenda che vede protagonista Nick Belane : “il più dritto detective di Los Angeles”, alcolista, depresso e con un’innata propensione a ficcarsi in mezzo ai pasticci; in pieno stile bukowskiano il protagonista sembra quasi inciampare in quel primo caso, l’improbabile richiesta della ricerca di Cèline da parte di una signora dalla voce estremamente sexy, che arriva a scuoterlo dal suo confortevole torpore. Dalla prima pagina il ritmo della vicenda accelera notevolmente trascinando Nick all’interno di un vortice di vicende che lo porteranno ad intrecciare la vicenda di Cèline con quella del Passero Rosso e della Signora Morte in un rocambolesco susseguirsi di situazioni spesso al limite del surreale, che il più delle volte piovono addosso a questo pigro investigatore. A giornate dalla grande intensità si alternano altre che semplicemente vengono lasciate scivolare via nel tentativo di scontare i postumi dell’ennesima sbornia che col passare degli anni sembra diventare sempre più arduo. Tutto ciò però, non sebra mai essere un vero problema per Nick per lui: “Spesso le parti migliori della vita erano quando non facevi assolutamente niente, stavi solo a rimuginare, a riflettere. Voglio dire, mettiamola così: voi immaginate che niente abbia senso, ma non può essere che tutto sia così, perché vi rendete conto che non ha senso e questa vostra consapevolezza gli da quasi un senso. Avete capito quello che intendo? Un pessimismo ottimistico”. Il senso della vita è proprio uno degli elementi che riempiono il background dell’intera vicenda, nonostante l’intreccio non possa essere definito incoerente al suo interno, lo è e molto con la normale percezione del reale, tutto va da sé, in preda ad un Chaos dominante che spesso sembra sconfinare Cosmos, senza che sia mai chiaro in quale dei due ambiti ci si stia muovendo.

Pulp è un “pasticcio”, come suggerisce la traduzione del termine, ma un pasticcio davvero ben riuscito, in cui Bukowski da fondo a tutta la sua ormai pluriennale esperienza da scrittore, una vita difficile, fatta di scelte difficili delle quali non ha mai dimostrato di sentirsi pienamente soddisfatto. È morto poco tempo dopo aver completato questo breve romanzo che simboleggia il  testamento di una vita insensata e a tratti insoddisfacente, il cui succo può essere facilmente concentrato in quella breve frase che precede l’opera : “Dedicato alla cattiva scrittura”.



 
 
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Tony Pagoda e i suoi amici
Paolo Sorrentino
Narratori Feltrinelli




Onestamente, se fosse dipeso da me, non avrei mai scelto questo libro fra i tanti che gli scaffali delle librerie mettono in mostra; eppure in un modo o nell'altro è finito nella mia borsa e, volente o nolente, mi sono ritrovato a farci i conti. Conoscevo già prima Paolo Sorrentino, ma solo come regista, e anche in tale direzione non ho visto che un paio dei suoi film, ma quando un amico ha insistito perché lo leggessi al punto da prestarmi il suo, lì non mi potevo più tirare indietro.

È stato un tuffo piacevole quello che le centocinquanta pagine di questo libro mi hanno fatto fare nella vita di Tony Pagoda, un ex-cantante napoletano di successo, che raggiunta l'età avanzata, come dice il suo ex-cognato in una prefazione fittizia ma davvero simpatica :«Ora che come cantante non riesce a fare arrivare la voce dal gabinetto al bidet, si è schiaffato in testa questa idea di fare lo scrittore». Così, questo signore ancora desideroso di far sapere al mondo qual è il suo punto di vista sulla realtà, raccoglie insieme alcune interviste ai suoi amici (molti dei quali sono personaggi famosi), impreziosite da alcuni flash silenziosi in cui a parlare sono solo i suoi occhi e la sua pancia.

La partenza è in sordina, i primi tre racconti sono un modesto antipasto ai passaggi centrali dell'opera che senza mezzi termini, lasciano il lettore sconvolto, tanto è forte lo stacco esistenziale rispetto all'inizio. La vicenda del politico Fabietto a Pyongyang, l'immersione dalle tinte bukowskiane di Tony nel locale di lap dance, l'incontro col Pocho, la passeggiata mattutina a Roma con venditi e poi all'apice, il soggiorno a Stromboli; trasformano completamente il sapore d un libro che già prospettava una vaga insipidità di fondo.

È costellata di piccole perle letterarie questa passeggiata che facciamo insieme a Paolo Sorrentino all'interno di una realtà verosimile che prima di essere quella che descrive fisicamente è quella che ha dentro. Sì perché questi brevi racconti celano nei passaggi più improbabili alcune fra le riflessioni più coinvolgenti che abbia mai incontrato nella mia carriera di lettore. Così è il flash nostalgico del manager del locale, che immerso nel degrado di una manciata di vite ormai da buttare, si lascia sfuggire il tiepido ricordo di un matrimonio andato in fumo e di una moglie troppo forte per lasciarsi impressionare dal suo rimorso; così è il sognante resoconto della sua breve esperienza col Napoli Calcio; così è la malinconica riflessione su Che fantastica storia è la vita di Venditti.

Un vero peccato che nel finale tutto questo sembra sfumare, a lungo l'occhio indugia sul titolo dell'ultimo racconto, su quel Mia madre che inevitabilmente cattura tutte le attenzioni, suscitando grosse aspettative; e invece, niente. Tutto si perde sotto un velo di superficialità e frivolezza, ed è senz'altro curioso il fatto che sia l'esperienza di uno scherzo a chiudere il cerchio di questo percorso esistenziale. Ci sono alti e bassi questo devo ammetterlo, ma ciononostante mi ha fatto piacere leggere questo libro che sa tenere compagnia nelle incerte serate di fine inverno.


 
 
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Trans Europa Express
Paolo Rumiz
Narratori Feltrinelli




«È devastante. Oggi ogni attimo viene bruciato come fosse l’unico, e poi arriva l’inflazione delle notizie a travolgerci definitivamente». Era affamato di lentezza e semplicità, di vecchi alberghi, di scarpe da sporcare.

È in questa breve citazione di Ryzsard Kapuściński e nella breve considerazione aggiuntiva dell’autore di Trans Europa Express, Paolo Rumiz, che sta la vera chiave di lettura di questo splendido libro capace di rivelarsi come un vero e proprio stargate per un altro mondo. Sì perché la sensazione principale che riempie il lettore è proprio quella del viaggio dimensionale. Non solo per le peculiarità ogni volta differenti e meravigliosamente descritte, nemmeno solo per la grande varietà di persone diverse incontrate e diventate frammenti indelebili di una nuova vita; bensì per il modo tutt’altro che occidentale di percepire l’altro. Così, mentre dall’Artico al Mediterraneo è tutto un susseguirsi di esperienze paesaggistiche e architettoniche fra le più varie che possano essere racchiusi in una trentina di giorni di viaggio, una sola resta la costante, il calore umano delle persone che incontra nel suo cammino.

Oscilla il lettore, oscilla tra vecchi treni, autobus e lunghe camminate, oscilla tra le foreste della Carelia sempre accese dalle luci estive del cielo nordico e la verde luminosità della calda Ucraina, oscilla fra il mercato di Kaliningrad, che concentra saperi e sapori di tutta l’Europa Orientale e la sacralità del monastero delle Soloveckij; in uno zig zag che schiva le principali mete turistiche e i comfort, per seguire il fronte dell’ultimo vero confine rimasto in Europa.

«Quando cominciarono a cadere le frontiere e la retorica dello spazio globale si mise a smantellare il senso dell’Altrove, lentamente, per spirito di contraddizione, mi era creciuta senza che lo sapessi la nostalgia di un confine vero, di quelli di una volta, con reticolati, occhiate arcigne, bagagli passati al setaccio e un silenzio teso davanti all’uomo in divisa col tuo passaporto. Si, bisognava fare un grande viaggio su un limes»; sta tutto in queste parole il senso di un viaggio di quelli che riempiono  la testa e il cuore, rendendo la vista di “Eurolandia” (come la chiama Rumiz) sempre più un fastidio anziché il piacevole miraggio del rientro a casa. Il rischio vero è quello di scoprirsi all’improvviso profondamente innamorati di questo Est vittima prediletta di stereotipi e pregiudizi, un Est profondamente segnato dallo scioglimento del blocco comunista e dalla privazione di quel nucleo ebraico che per secoli ne aveva costituito l’essenza profonda. Tuttavia, forse il vero punto di rottura più grande è un altro, molto più semplice, e cioè che varcare i confini dei Paesi che hanno sottoscritto il trattato di Schengen significa riscrivere la concezione e, di conseguenza, anche la sua dimensione. I ritmi si abbassano e il mondo si svuota di quella frenesia tipicamente occidentale che sta alla radice di molti dei mali che affliggono le nostre vite, uno su tutti la crisi delle relazioni umane, ormai sempre più prigioniere delle tempistiche imposte dalla realtà virtuale. Si aspetta nelle stazioni, e si sa aspettare, ma soprattutto, nonostante tutte le difficoltà burocratiche imposte da una delle frontiere ancora oggi più militarizzate del pianeta, si può scoprire la vera essenza del viaggiare, fatta di semplici equazioni: «Meno peso = più incontri. Andatura = metrica = narrazione. E soprattutto: più difficoltà = più racconto».

 

Trans Europa Express si potrebbe definire un libro fotografico, pieno di volti e immagini dalla cui somma risulta molto di più che un semplice racconto di viaggio; fra le sue pagine si cela un’autentica boccata di vita che una volta raggiunta pagina 231 e ripreso fiato, lascia spazio ad una sola domanda: Dove ho messo lo zaino?


 
 
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La via del lupo
Marco Albino Ferrari
Editori Laterza




La via del lupo
è molto di più che un semplice saggio sulle vicende attraversate del Canis lupus italicus negli ultimi decenni in Italia, fra parchi naturali e lotta per la sopravvivenza. Sì perché in questo saggio, frutto del lavoro di ricerca di Marco Albino Ferrari, si compie un vero e proprio tuffo in un’Italia selvaggia che pochi di noi potrebbero immaginarsi ancora esistente. «Lo spopolamento ha lasciato spazio libero ai boschi di progredire e agli animali selvatici di tornare», questo lo scenario che si presenta in quelle fasce di territorio che si trovano nelle prossimità delle principali catene montuose della nostra penisola. Tanto gli Appennini quanto alcune zone delle Alpi ormai stanno vivendo un fenomeno tutt’altro che marginale di spopolamento rurale, che tuttavia passando dall’altra parte della barricata che da sempre contrappone l’uomo e la natura, significa una fonte di speranza per molte specie animali a rischio estinzione, prima su tutte: il lupo.
Il vero principe dei nostri boschi nella prima metà degli anni Settanta, dopo secoli di persecuzioni legate al mondo della pastorizia e quello venatorio, favorite anche dalla legiferazione fascista che ne incentivava l’abbattimento; è giunto ad un passo dall’estinzione, nel 1973 se ne contavano un centinaio di esemplari. La questione in realtà è molto complessa. E affonda le proprie radici nella dimensione culturale dell’essere umano, abbondano infatti racconti popolari dal retrogusto mitologico che vorrebbero questo animale come una “belva feroce”, mentre «non esiste memoria di aggressioni verso l’uomo», ed è fuori discussione il ruolo giocato da questi pregiudizi nell’alimentare la caccia alle streghe che da sempre ci contrappone. Con il Sessantotto però, l’intero sostrato sociale è alla ricerca di simboli che possano rappresentare al meglio il forte desiderio di rottura nei confronti di un passato che non appartiene più alle generazioni emergenti; «Lo studio del lupo sul campo diventava per sé una forma di contestazione. Nel lupo c’era il potenziale rivoluzionario che molti cercavano». Così, prende le mosse dall’ambiente universitario il primo progetto di ricerca su questo magnifico animale, un lavoro tutt’altro che facile vuoi per la limitatezza delle tecnologie disponibili all’epoca per certificarne l’eventuale presenza, vuoi per il fatto che «insieme alla lince il lupo è uno degli animali più elusivi e sfuggenti che esistano. E quando si imbatte nell’uomo scappa a nascondersi». In realtà c’era anche dell’altro, sì perché occorreva soprattutto portare una svolta nel modo stesso di concepire la dimensione di questo animale nell’opinione comune, senza il sostegno della quale ogni progetto avrebbe rischiato di rivelarsi un semplice fenomeno superficiale. In effetti «il fascino degli animali sta proprio nello sforzo che richiede la loro comprensione» e a tal fine è di fondamentale importanza che l’uomo impari ad estraniarsi dal proprio singolare punto di vista così da poterli considerare secondo valori che non comportino una comparazione con l’umano.
È con questo spirito che il lettore si trova ad accompagnare un gran numero di ricercatori e di appassionati lungo sentieri sconosciuti che ora si immergono nell’impenetrabile “Riserva integrale” di Sasso Fratino, nelle foreste Casentinesi, ora s’inerpicano fra stambecchi e dirupi in Valsavarenche, sulle Alpi valdostane. Prende forma così, un viaggio affascinante ricco di immagini uniche che solo la penisola italica sa offrire, che non manca di tenere in considerazione anche il punto di vista di quell’universo particolare di pastori solitari che in questo percorso finalizzato alla salvaguardi del lupo, vedono una minaccia concreta al proprio lavoro, perché non è solo una questione economica (è previsto un risarcimento per ogni capo ucciso dai lupi), e che «dispiace scendere d’autunno senza più bestie». Alla fine però, non c’è amante della natura che, sapendo della ricomparsa di questo splendido mammifero, la prossima volta che si avventurerà in uno dei tanti parchi naturali che impreziosiscono le nostre catene montuose, non resterà qualche istante col fiato sospeso e lo sguardo fisso a scrutare fra le fronde, ansioso di scorgere, anche solo per un fugace istante, due profondi occhi gialli nel fitto del sottobosco, «eccolo lì, il lupo, finalmente».


 
 
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Il lupo della steppa
Hermann Hesse
Oscar Mondadori 2012

Trad. E. Pocar

“Il lupo della steppa” di Hermann Hesse è stato un regalo; qualcosa che non avevo scelto eppure, in qualche modo era finito nella mia vita, così, un po' per caso, un po' per amore. Si è rivelato poi uno degli incontri letterari più felici della mia storia di lettore.

Dalle parole della prefazione del curatore (fittizia giacché in realtà è una parte integrante dell'opera stessa) si fa subito largo la coinvolgente ammirazione nutrita da chi scrive nei confronti del protagonista della vicenda; un certo Harry Haller dalla personalità magnetica che: «Alla prima occhiata faceva l'impressione di un uomo interessante, insolito e intelligente oltre il comune». Tuttavia c'è qualcosa di particolare che si cela nel profondo di quest'anima malinconica, prigioniera della propria solitudine; un forte conflitto interiore lacerava questo essere malato dell'incapacità di essere contento di sé e della propria vita: «Non ci riusciva, era un uomo scontento. Ciò dipendeva probabilmente dal fatto che infondo al cuore sapeva (o credeva di sapere) di non essere veramente un uomo, ma un lupo venuto dalla steppa». E tutta la sua sofferenza affonda le proprie radici nel fatto che in lui l'uomo e il lupo: «Vivevano in continua inimicizia mortale, e l'uno viveva a dispetto dell'altro, e quando in un sangue e in un'anima ci sono due nemici mortali, la vita è un guaio». Ciononostante non ci si deve lasciare ingannare da questa suggestione, perché come suggerisce sapientemente il fittizio curatore nella sua prefazione, non siamo di fronte a un malato mentale: «La malattia psichica di Haller (oggi lo so) non è l'ubbia di un individuo, bensì il male del nostro tempo, le nevrosi della generazione alla quale Haller appartiene e dalla quale non sembrano colpiti solo gli individui deboli e minorati, ma proprio i forti e i più intelligenti». Eternamente in lotta con se stesso e con il suo tempo, non di rado il protagonista si abbandona al pensiero pacifico e rasserenante del suicidio, che pur assumendo le sembianze di un atto di libertà, come in Comte, non perde quella carica emotiva propria dell'individuo sfinito e disarmato per cui: «Ogni uscita da questo torchio di dolori, anche la più ignominiosa, era desiderabile». Eppure, proprio quando il lettore ha l'impressione di essere piombato nella miserevole narrazione delle sventure e delle frustrazioni di un povero disgraziato in stile “I dolori del giovane Werther”, si concretizza così, quasi per caso, la svolta dell'intera vicenda. Una trattoria, musica da ballo, fumo e odore di vino si presentano come il contesto più improbabile per l'incontro più azzeccato, sì perché è proprio in mezzo a questa gran folla evanescente di gente rumorosa che prende forma Hermine: «Chiunque fosse quella fanciulla saggia e misteriosa, comunque mi fosse arrivata, per me era indifferente; c'era e si era avverato il miracolo che io dovessi trovare ancora una volta una creatura umana e un interessamento alla vita». È come se da questo punto in poi iniziasse una nuova vita per Harry, così diversa da quella che aveva condotto fin'ora, eppure così impregnata di quel passato misterioso. Il ritmo della narrazione accelera e le pagine si fanno più intense fino ad assorbire completamente l'identità stessa del lettore che vive sulla propria pelle l'intensità delle emozioni travolgenti che impreziosiscono un finale tutto da interpretare e nel quale ognuno finisce inevitabilmente per specchiarsi e per cogliere una parte di sé.

C'è un po' di tutti noi in questa vicenda che si addentra fin quasi a smarrirsi nelle profondità della personalità umana, in un viaggio che non risparmia luoghi comuni e perbenismi ma si scaglia violentemente contro il conformismo e i suoi surrogati. Si cela una splendida metafora della vita in queste pagine ideate dal genio di Hermann Hesse che una volta chiuso il libro, ci lasciano molto di più di una storia diversa e di qualche frase da scrivere su facebook.

 


 
 
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Stendhal
Il rosso e il nero
Einaudi
trad. it. Diego Valeri





Parte in sordina Il rosso e il nero di Stendhal, con uno splendido ritratto della vita provinciale nella Francia della prima metà dell'800, ancora abbagliata dall'astro Napoleone, ma pur sempre prigioniera di quelle antiche logiche campanilistiche che riconoscevano a croci e denari il monopolio indiscusso del potere.

Poche pagine e l'attenzione del lettore resta impigliata nello sguardo penetrante del protagonista, una sguardo che pur arrivandoci di riflesso, attraverso le parole dell'autore, non  per questo vede attenuata la propria forza. C'è qualcosa in quei «grandi occhi neri di Giuliano», un qualcosa che lo rende diverso tanto dalla meschinità dei provinciali, quanto dalla superficialità dei “bennati” (come Stendhal chiama i resti dell'aristocrazia post-rivoluzionaria). Un concentrato di orgoglio, ardore e ambizione che si articola lungo l'intera vicenda e vorrebbe determinarne, ogni singola implicazione; così la fredda impulsività di questo giovane “abatino”di grande lungimiranza non vorrebbe lasciare nulla al caso. A primo impatto, una simile volontà di successo a tutti i costi, potrebbe facilmente passare per un bieco arrivismo, non occorre molto per capire che in realtà, non è il desiderio affermazione sociale a muoverlo (come già detto egli non condivide nulla col carattere dei suoi contemporanei), bensì qualcosa che affonda le sue radici nel profondo del suo animo, fino a costituirne l'essenza più intima: l'amor proprio. Un amor proprio che è disprezzo feroce per i notabili monarchici di provincia come per l'aristocrazia parigina, che è anche anticlericalismo perché «Ai loro occhi era colpevole d’un vizio enorme: pensava, giudicava da sé, invece di seguire ciecamente l'autorità e l'esempio», e che anche negli slanci amorosi spesso era causa di intensi dibattiti interiori, quasi che il suo cuore ed il suo cervello si mettessero a discutere fra loro e soltanto quando entrambi trovano motivazioni convincenti, poteva esserci spazio per qualche piccola follia. Sì perché, nonostante sia armato di grande forza di volontà, questo giovane non riesce mai ad abbandonare completamente gli abiti di una fanciullezza che in realtà, quali che siano i suoi propositi, lo tiene vincolato ad una passionalità così forte da costringerlo più di una volta a fronteggiare se stesso, per arginare un'impulsività troppo pericolosa per uno nella sua posizione. Forse è proprio per questo che si sente un leggero prurito alla pancia ogni volta che una creatura così gelida in apparenza, si lascia vincere dal calore dei sentimenti e si scopre più di una volta appeso ad una scala, intento a violare il balcone della sua amata. E alla fine, di fronte all'incombere di una morte piombatagli addosso proprio sullo slancio del suo ardore, Giuliano sembra improvvisamente disinteressarsi a tutto quel suo incessante desiderare; persino l'aver ottenuto, dopo tanta sofferenza, l'amore della marchesina Matilde lo lascia indifferente: «E pensare che ho desiderato appassionatamente questa intimità perfetta che oggi mi lascia così freddo!... In verità, son più felice da solo che quando quella bella fanciulla divide la mia solitudine...»

Si consuma così, sullo sfondo di un'aspra critica al viscido ambiente ecclesiastico dell'epoca e alla società francese post-napoleonica, il destino di un giovane che è un concentrato di pensieri ed emozioni così spesso in contraddizione da rendere impossibile al lettore sfuggire al suo fascino. È fin troppo facile per ognuno di noi riconoscere una parte di se stesso nei pensieri calcolatori di questo giovane, trasudano una crudezza che solo nella confidenza della lettura riusciremmo a riconoscere come nostra. Ma d'altronde Giuliano Sorel è questo, un concentrato di amoralità che anche a pochi passi dalla ghigliottina, non riesce a pensare ad altro, se non: «Va tutto bene, non manco di coraggio».


 
 
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Charles Bukowski
Storie di ordinaria follia
La Feltrinelli - traduzione a cura dell'americano Pier Francesco Paolini


«Uscii. Andai in un bar messicano di rimpetto, mi feci una birretta, poi ripresi il bus per tornare a casa. Così uscivo sconfitto un’altra volta da un cortile di scuola americana»; si conclude con queste brucianti considerazioni la vicenda di Kid Sturdust, uno dei tantissimi personaggi che impreziosiscono l’universo parallelo che Charles Bukowski crea nel suo capolavoro Storie di ordinaria follia. Parole semplici, comuni, per certi versi pure banali, considerazioni a margine di una giornataccia, l’ennesima di una lunghissima serie, ma che costituiscono la materia viva di cui questo autore si fa grossolano modellatore in ognuno dei racconti di questa raccolta. Un intenso collage di fotografie sulla vita di un’America appesantita dalla Grande Depressione, dove i calli dei fallimenti esistenziali induriscono la pelle e deformano una natura umana prigioniera della propria follia appunto, che rifugge il disgusto del reale nell’alcol e nella brutalità. Influenzato dalle proprie vicende personali, Bukowski riveste i suoi personaggi di una scorza ruvida e legnosa affinché possano proteggersi; sì proteggere piccoli uomini e piccole donne rannicchiati negli angoli bui di una personalità devastata vuoi dalla sfortuna, vuoi dalla mediocrità, vuoi da qualsiasi altro pretesto narrativo, ma irrimediabilmente devastata. Ecco allora che inizia la fuga dalla realtà, una realtà che prima di essere il posto di lavoro perso, il matrimonio fallimentare, l’affitto da pagare, siamo noi stessi, intenti giorno dopo giorno a sprecare il nostro tempo; «Qualsiasi cosa, del resto, è una perdita e spreco di tempo: tranne fottere di gusto o creare qualcosa di buono o guarire o correre dietro a una specie di fantasma-amore-felicità. Tanto tutti finiamo nel mondezzaio della sconfitta». Eppure non è tutto qua, c’è un tesoro nascosto tra le righe di questo libro per chiunque riesca a perdersi nel labirinto di vite che contiene, un tesoro che va ad impreziosire soprattutto chi lo affronta con sano scetticismo e un’aria di sfida. Sì perché l’impatto con le prime pagine ha il sapore di un vero corpo a corpo, d’improvviso ci troviamo a dover fronteggiare una serie di scenari così crudi e alienanti da suscitare un profondo senso di sconvolgimento. Il lettore prova sulla pelle una sensazione unica, un miscuglio eterogeneo tra disprezzo e compassione, dal quale scaturisce pagina dopo pagina la miscela che fa di Bukowski un autore vincente, uno di quelli che arrivano dentro. Così tra whisky e ippodromi, tra donne di strada e risse nei retrobottega, il dipinto deformato di un’umanità che sente di aver perso, lentamente si arricchisce del suicidio di Cass (La più bella donna della città), del degrado di un ospedale dei poveri (Vita e morte all’ospedale dei poveri), di Tony e Bill che si innamorano di un cadavere (Una sirena scopareccia), dell’amore omosessuale per soldi dei barboni (25 barboni cenciosi) e di un’infinità di altre vicende. Sarà quindi una strana sensazione, quella di chi leggendo l’ultima frase del libro, scoprirà che in fondo una parte di questo vecchio scrittore psicopatico, ognuno di noi la tiene ben nascosta dentro di sé. Io stesso l’ho pensato, io stesso l’ho sentito, alla fine dell’ennesima straziante storia d’amore: «Sentii le lacrime colarmi giù per le guance, strisciare pesanti come cose insensate senza gambe. Ero pazzo. Dovevo esser pazzo sul serio».


 
 
Finzioni - Jorge Luis Borges - Einaudi Tascabili - trad. it. Franco Lucentini



Quello con Finzioni è stato senz’altro uno dei confronti letterari più particolari, ma allo stesso tempo più profondi, che mi siano capitati. All’acquisto, di Borges non conoscevo che una semplice poesia, Istanti, incontrata per caso nella mia vita, ma ne sono rimasto irrimediabilmente sedotto già al primo confronto. Nasce da qui, seppure con qualche anno di ritardo, il desiderio di un confronto con qualcosa di più corposo, che potesse aiutarmi a capire meglio di che pasta fosse fatta, quell’immagine astratta che mi ero dipinto nella mente.

Mi sono così scoperto all’interno di un universo di “finzioni” appunto, così sapientemente e meticolosamente articolato nei dettagli, anche minimi, che ad ognuno dei racconti di questa raccolta, faceva riemergere l’interrogativo sulla possibile veridicità del contenuto, tanto questa era verosimigliante. Pagina dopo pagina si inizia a percepire un alone quasi magico che s’inerpica fra le righe, un qualcosa di evidentemente molto più profondo del testo in sé, qualcosa che quasi necessariamente sfugge e lascia, alla fine di ogni brano, quel vago senso di fame tipico di chi sa che manca ancora qualcosa perché l’abbuffata possa essere davvero gratificante. Su questo fertile terreno ha affondato le sue radici tutta la mia avidità conoscitiva, che anelava ad una maggiore comprensione al punto da impormi una rilettura di numerosi passaggi al fine di illuminare quei piccoli antri scavati qua e là nel testo che sentivo racchiuderne la vera ricchezza. Così partendo dalla ricerca dell’enigmatico regno di Uqbar, la cui scoperta si deve «alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia» del racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, si passa per «ciò che resta d’un tempio che antichi incendi divorarono» (Le rovine circolari) e per «un paese vertiginoso dove la lotteria è parte principale della realtà» (La lotteria di Babilonia), giungendo, a conclusione della prima parte, in un luogo che in realtà «è un enorme indovinello, o parabola, il cui tema è il tempo» (Il giardino dei sentieri che si biforcano). La breve pausa rappresentata dal passaggio tra la prima e la seconda parte, si scorge quasi come un’ancora gettata che riporta bruscamente il lettore alla dimensione reale (ammesso che questa esista) e gli permette di riprendere fiato in vista del secondo e ultimo tuffo nell’universo parallelo che tanto abilmente Borges ha saputo creare. Non si è più gli stessi quando si affronta l’insonnia di Ireneo Funes che «poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia» (Funes, o della memoria), o l’autocommiserazione dello sfregiato Vincent Moon, disposta a raccontare la sua storia «a una condizione: quella di non attenuare alcun obbrobrio, alcuna circostanza infamante» (La forma della spada), per non parlare del capolavoro che precede la conclusione, in cui Jaromir Hladík «prima del giorno fissato da Julius Rothe, morì centinaia di morti» (Il miracolo segreto). Alla fine è proprio quest’ultima l’immagine che rimane impressa più marcatamente nella testa ancora inebriata dai fumi dell’invenzione, quella di quest’uomo che «affrontava con vero timore (forse con vero coraggio) queste esecuzioni immaginarie», ma che alla fine in queste sue finzioni saprà trovare la chiave di volta della propria esistenza; lasciando il lettore con la sensazione di chi, in verità, è solo all’inizio del viaggio fantastico dentro e fuori di sé, nel quale questi racconti lo conducono.