Immagine
La casa in collina
Cesare Pavese
Editore - Einaudi
Collana - Tascabili. Letteratura - n°34
Anno di pubblicazione – 1990
Pagine - 165

         Passeggiando nella letteratura italiana del Novecento non bisogna ignorare la figura e l'opera di Cesare Pavese. Fu letterato, traduttore, romanziere, poeta e saggista di sconfinata cultura. Lavorando in Einaudi, tenne a battesimo la nota e fortunata collana “I Coralli”; portò l'amico Italo Calvino a collaborare con la casa editrice; scoprì, tradusse, e introdusse - per primo - in Italia, i capisaldi della letteratura americana che oggi conosciamo (Faulkner, Dos Passos, Melville, Anderson, Lee Masters e Whitman); oltre a ciò, scrisse.
         Il romanzo breve La casa in collina (prima edizione: “Supercoralli” Einaudi – 1948) è uno degli approdi migliori per imparare a conoscerlo. Rappresenta la sua maturità artistica e contiene una summa dei temi a lui cari, esplorati e fusi con coscienza d'insieme. Le vicende narrate accadono a Torino e nelle campagne circostanti, verso la fine della II GM. I bombardamenti spingono il protagonista a lasciare la città e a trovare rifugio in campagna. Questa fuga dalla distruzione si trasforma presto in qualcosa di diverso da un semplice tentativo di preservare la vita o di prendere respiro dal disastro diffuso. L'io narrante finisce per osservarsi, mentre annota ciò che avviene intorno a lui. Cercando risposte per il futuro, in un momento così imperscrutabile, scopre  invece passato, radici, fondamenta e irrazionalità. Con i quali deve fare debiti conti. Per capire quale sia il senso reale di una fuga. Qualsiasi fuga.
         Tema - guardacaso - sempre attuale, e per alcuni antipatico.
         L'intimità della scrittura di Pavese può affascinare, dal primo incontro. O risultare scomoda. La linearità avvolgente della lingua, semplice ma attenta, suggerisce da subito una segretezza di sottofondo. Un'onestà intima di fronte al dubbio sostanziale, che si rivela lentamente alla lettura. Gli esiti di tale franchezza sono (...forse) la componente della poetica pavesiana che più ha allontanato i curiosi, già resi diffidenti dal silenzio, pressoché totale, che si fa sempre intorno allo scrittore (di solito, subito dopo averne declamato la grandezza). Chi ama la musica può capirmi, se parlo di una nota fissa, solitamente affidata alla sezione ritmica dell'orchestra o del gruppo rock (quindi al basso elettrico, alla pedaliera d'organo o ai contrabbassi). Un'unica nota di basso, ripetuta e sempre uguale, estratta ed evidenziata dai diversi accordi dell'armonia, che accompagni il cammino, invece vario, della frase melodica. Una presenza solida, impercettibile all'inizio, che al termine del brano diventa dominante. Talvolta drammatica, Altre entusiasmante. Penso al celeberrimo “Bolero” di Ravel, ma potrei nominare il penultimo movimento della “suite” rock “Supper's ready” dei Genesis: Apocalypse in 9/8.

         Ritrovo questo effetto in Pavese, nel monologo interiore dell'io narrante, sempre vigile ancorché non sempre esplicito. Lo percepisco nell'inquietudine di verità, o meglio: di lealtà (merce sempre rara, oggi come ieri). In quella sua mitezza nel dubbio, che sottende la forza granitica del Principio. Nel giudizio elaborato e sospeso. Nelle certezze ammiccate perché non si possono tacere.

         A prescindere da ciò che di buono o di malvagio i suoi personaggi facciano, ma soprattutto dicano, o proclamino, si percepisce sempre questo ragionamento terzo. Si percepisce come ineluttabile e, soprattutto, motivato. 

         Le ragioni di tale poetica, in questo romanzo riassunte, diventano evidenti esaminando altri scritti dell'autore.

         Come vedremo.

COPYRIGHT © TUTTI I DIRITTI RISERVATI



 


Comments




Leave a Reply