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Il lupo della steppa
Hermann Hesse
Oscar Mondadori 2012

Trad. E. Pocar

“Il lupo della steppa” di Hermann Hesse è stato un regalo; qualcosa che non avevo scelto eppure, in qualche modo era finito nella mia vita, così, un po' per caso, un po' per amore. Si è rivelato poi uno degli incontri letterari più felici della mia storia di lettore.

Dalle parole della prefazione del curatore (fittizia giacché in realtà è una parte integrante dell'opera stessa) si fa subito largo la coinvolgente ammirazione nutrita da chi scrive nei confronti del protagonista della vicenda; un certo Harry Haller dalla personalità magnetica che: «Alla prima occhiata faceva l'impressione di un uomo interessante, insolito e intelligente oltre il comune». Tuttavia c'è qualcosa di particolare che si cela nel profondo di quest'anima malinconica, prigioniera della propria solitudine; un forte conflitto interiore lacerava questo essere malato dell'incapacità di essere contento di sé e della propria vita: «Non ci riusciva, era un uomo scontento. Ciò dipendeva probabilmente dal fatto che infondo al cuore sapeva (o credeva di sapere) di non essere veramente un uomo, ma un lupo venuto dalla steppa». E tutta la sua sofferenza affonda le proprie radici nel fatto che in lui l'uomo e il lupo: «Vivevano in continua inimicizia mortale, e l'uno viveva a dispetto dell'altro, e quando in un sangue e in un'anima ci sono due nemici mortali, la vita è un guaio». Ciononostante non ci si deve lasciare ingannare da questa suggestione, perché come suggerisce sapientemente il fittizio curatore nella sua prefazione, non siamo di fronte a un malato mentale: «La malattia psichica di Haller (oggi lo so) non è l'ubbia di un individuo, bensì il male del nostro tempo, le nevrosi della generazione alla quale Haller appartiene e dalla quale non sembrano colpiti solo gli individui deboli e minorati, ma proprio i forti e i più intelligenti». Eternamente in lotta con se stesso e con il suo tempo, non di rado il protagonista si abbandona al pensiero pacifico e rasserenante del suicidio, che pur assumendo le sembianze di un atto di libertà, come in Comte, non perde quella carica emotiva propria dell'individuo sfinito e disarmato per cui: «Ogni uscita da questo torchio di dolori, anche la più ignominiosa, era desiderabile». Eppure, proprio quando il lettore ha l'impressione di essere piombato nella miserevole narrazione delle sventure e delle frustrazioni di un povero disgraziato in stile “I dolori del giovane Werther”, si concretizza così, quasi per caso, la svolta dell'intera vicenda. Una trattoria, musica da ballo, fumo e odore di vino si presentano come il contesto più improbabile per l'incontro più azzeccato, sì perché è proprio in mezzo a questa gran folla evanescente di gente rumorosa che prende forma Hermine: «Chiunque fosse quella fanciulla saggia e misteriosa, comunque mi fosse arrivata, per me era indifferente; c'era e si era avverato il miracolo che io dovessi trovare ancora una volta una creatura umana e un interessamento alla vita». È come se da questo punto in poi iniziasse una nuova vita per Harry, così diversa da quella che aveva condotto fin'ora, eppure così impregnata di quel passato misterioso. Il ritmo della narrazione accelera e le pagine si fanno più intense fino ad assorbire completamente l'identità stessa del lettore che vive sulla propria pelle l'intensità delle emozioni travolgenti che impreziosiscono un finale tutto da interpretare e nel quale ognuno finisce inevitabilmente per specchiarsi e per cogliere una parte di sé.

C'è un po' di tutti noi in questa vicenda che si addentra fin quasi a smarrirsi nelle profondità della personalità umana, in un viaggio che non risparmia luoghi comuni e perbenismi ma si scaglia violentemente contro il conformismo e i suoi surrogati. Si cela una splendida metafora della vita in queste pagine ideate dal genio di Hermann Hesse che una volta chiuso il libro, ci lasciano molto di più di una storia diversa e di qualche frase da scrivere su facebook.

 


 


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