Immagine
L’arte di correre
Murakami Haruki
I edizione Einaudi, 2009
Einaudi – Numeri Primi 2011
pp. 159
€ 13

           

            Mi sono avvicinato a questo libro incuriosito dalla recensione del mio amico Mauro Longo, pubblicata su questo sito, dell’ultimo romanzo di Murakami, 1Q84. Anche Mauro, in quella sua recensione, diceva che il primo libro di Murakami da lui letto fu L’arte di correre. E che scoprì in questo “autoritratto di uno scrittore-maratoneta”, come è indicato in copertina nella versione Einaudi Numeri Primi, una tecnica di scrittura particolare, ed affascinante. Murakami, infatti, cesella le sue frasi, di poche parole, molto brevi, illuminate dallo sguardo di un attento osservatore del mondo. Egli descrive con sprazzi lucidi piccoli frammenti della sua vita di scrittore prima, e di corridore poi. Ma parla anche dell’intersezione fra queste due attività, che sembrano regolare in modo quasi maniacale la sua quotidianità.

            Grazie a L’arte di correre si può entrare nelle particolarità della corsa, nei pensieri di Murakami mentre percorre i 42 chilometri e 195 metri da Atene a Maratona, sul percorso originario. Ci si perde tra i rivoli della vita di un uomo che, una volta chiuso un pub in Giappone decide di scrivere per mestiere. E per fare ciò al massimo delle sue potenzialità stabilisce rigidi orari alla propria vita (sveglia prestissimo, alle 5, lavoro per tutta la mattinata, compresa almeno un’ora di jogging e pomeriggio libero per sbrigare altri impegni, poi di nuovo a letto massimo alle 22 – vedi p. 35). 


            Ma grazie a L’arte di correre si può entrare a pieno nel rapporto che la corsa e la scrittura, in Murakami, intraprendono. Un rapporto stretto e confidenziale, di aiuto, di sostegno reciproco. «Ho imparato molte cose riguardo alla scrittura facendo jogging ogni mattina sulle strade. In maniera naturale, con la pratica. Quanto posso mostrarmi severe verso me stesso? […] Quanta fiducia posso avere nelle mie capacità, devo dubitare ancora di me stesso? Se all’inizio della mia carriera di scrittore non avessi cominciato anche quella di maratoneta, ho l’impressione che le mie opere sarebbero state diverse» (pp. 73/74)

            In realtà questo rapporto, più in generale fra salute fisica e salute mentale, è qualcosa di più universale, che non vale solo per Murakami. Già i latini ci dicevano che era bene mantenere una mens sana in corpore sano, come ama ripetermi il mio amico e “personal trainer” (!!) Andrea.

La corsa, e l’attività fisica, ci spiega in modo chiaro ed evidente Murakami, non serve solo a mantenere anche lo spirito in salute, ma serve a superare i propri limiti, a porsene di nuovi. A fare sfide con se stessi, a porsi in una situazione di minorità per cercare di uscirne, a lavorare su quello che sembra immodificabile in noi. Perché porsi il limite di 3 ore e 45 minuti in una maratona non è un mero esercizio fisico, ma è anche – e soprattutto – un esercizio psicologico, mentale, spirituale, dice l’autore.
            Questo, a mio avviso, è il messaggio più importante di questo libro, il cambio di atteggiamento davanti alle cose. «Affronto i compiti che ho davanti e li porto a compimento a uno a uno, fino a esaurimento delle forze. Concentro la mia attenzione su ogni singolo passo, ma al tempo stesso cerco di avere una visione globale, e di guardare lontano. Perché si dica quel che si vuole, ma io sono un maratoneta». (p. 151).

            Al di là di questo contenuto implicito, e questo messaggio molto positivo che Murakami intende trasmettere con questo libro, trovo lo stesso un po’ discontinuo. In realtà sono tutti momenti distaccati l’uno dall’altro, come pagine di un diario che si susseguono senza una grande continuità, ed è Murakami stesso ad ammetterlo nella postfazione.
La tecnica di scrittura, come ricordavo ad inizio articolo, è interessante, ma un po’ statica a mio avviso. Certo, direte voi, da uno che ama scrittori come García Márquez, non ci si può aspettare un giudizio positivo su questa tecnica. In realtà sono convinto che possa esprimere molto di più, forse non è in questo volume che la tecnica narrativa di Murakami esprime il suo massimo potenziale. Per ciò vi rimando alle recensioni di Mauro e Stefania, rispettivamente di 1Q84 e La ragazza dello Sputnik. 



 


Comments




Leave a Reply