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L’autunno del patriarca
Gabriel García Márquez
Oscar Mondadori
Trad. it. Enrico Cicogna
pp. 255
€ 8,40

               

            Sì, lo so. Sto parlando di uno dei miei scrittori preferiti. Devo utilizzare bene le parole, come lui fa in modo assolutamente geniale, e devo cercare di far capire al meglio tutto quello che García Márquez esprime attraverso il suo mondo fantastico.
            Ho letto molti libri di Márquez, negli anni. Già da quando frequentavo il liceo.
Mi ricordo che Macondo (la città magica, inventata, tropicale, in cui è ambientato Cent’anni di solitudine) mi aveva così catturato che avrei voluto farci un viaggio. Riuscivo a percepire il profumo naturale della calura, e il silenzio quasi religioso della siesta.
Ricordo vividamente che in un altro suo capolavoro assoluto, L’amore ai tempi del colera, Márquez mi ha insegnato ad assaporare l’odore delle mandorle amare, che assomiglia (vedi l’incipit) all’odore degli amori finiti.

            L’autunno del patriarca è, nella storia della produzione dello scrittore colombiano, il suo romanzo di svolta. Sì, perché L’autunno segnò una svolta stilistica e tematica nella produzione di García Márquez.
Il linguaggio de L’autunno è pieno zeppo di riferimenti, colmo di particolari che prendono forma in una scrittura lunga, complessa, fatta di pochi punti, molte virgole e frasi infinite (2 o 3 pagine, almeno). Sembra di essere davanti ad una forma di scrittura che somigli allo stream of consciousness, ed in parte lo è.
I dialoghi, ad esempio, non sono mai evidenziati dai segni di interpunzione e di riconoscimento, ma sono inseriti all’interno del testo, ed è solo addentrandosi completamente nel susseguirsi infinito delle parole che possiamo capire quando il narratore parla e quando parla uno dei testimoni di questa storia. Uno di quelli che fa la storia.
È onestamente una lettura difficile, difficoltosa, impegnativa, che esige un coinvolgimento tale dal lettore che, quest’ultimo, non può non avere se vuole davvero cogliere le straordinarie sfumature della prosa di Márquez.

            L’intreccio storico del romanzo è altalenante, a livello temporale.
Ci sono sei capitoli, se vogliamo chiamarli così, nei quali si racconta la decadenza (non invernale, ma autunnale, e qui sarebbe già da scriverci un trattato!) del patriarca di questa città sconosciuta, dei Caraibi. Si raccontano i suoi vizi, i suoi vezzi, l’infinita lotta contro se stesso, e contro chi, in realtà, creava dei falsi mostri per legittimare il “potere” del patriarca.
Márquez, insomma, ci racconta la fine di un centenario potere autoritario che non ha fatto sconti a nulla, e che somiglia molto alle incombenti figure autoritarie che l’America Latina ha sempre prodotto, e che ancora governano molti dei suoi paesi.

            Lo scrittore ha la finezza di descriverci anche le vicende interiori del patriarca, l’amore divinizzante per sua madre Benedición Alvarado, l’amore senile verso Manuela Sánchez, la follia omicida verso il suo compare di una vita Rodrigo de Aguilar, e molto altro.
Nel romanzo ci sono anche molti riferimenti, anche diretti, alle parole e ai pensieri del patriarca, che per legittimare il suo potere (questo è solo un elemento che qui possiamo trattare, e che ci permette di fare un raffronto con l’oggi) taglia i legami con la cultura, e con il pensiero critico.

Il patriarca è convinto che «il guaio di questo paese è che alla gente avanza troppo tempo per pensare» (p. 37), e agisce in questo senso quando (p.100) «proclamò una nuova amnistia per i prigionieri politici e autorizzò il ritorno di tutti gli esiliati tranne gli uomini di lettere, naturalmente, quelli mai, disse, hanno la febbre nelle vene come i galli di razza quando stanno mettendo le penne di modo che non sono buoni a nulla se non quando sono buoni per qualcosa, disse, sono peggiori dei politici, peggiori dei preti, immaginatevi».

Il patriarca deve difendersi, legittimandosi, da coloro che possono smontare il suo potere, anche facendoli tacere. E quando un suo scagnozzo esterno, venuto dall’estero incaricato di scoprire gli assassini della moglie del patriarca Leticia Nazareno, racconta la verità al patriarca, quest’ultimo si racchiude in sé, incassando un «se lei non ha fegato per guardare in faccia la verità qui c’è il suo oro e amici come prima» (p. 199).

            L’atteggiamento è quello tipico di chi ha il potere e lo deve autolegittimare costantemente.
Ma ciò – ed è qui, forse, che colgo un messaggio anche per noi – che «la deflagrazione abbagliante della verità» (p. 241) mette in luce è incontrovertibile, anche il potere. Costruzione umana per eccellenza, quindi senza statuto né divino né naturale. E proprio per ciò necessario di legittimazione, ogni giorno, ad ogni costo, come ha saputo splendidamente descrivere García Márquez.

VOTO: 5/5


 


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