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Mancarsi
Diego De Silva
Einaudi
pp. 104 - € 10

Diego De Silva è diventato uno scrittore di successo grazie – soprattutto – ai suoi libri sull’avvocato Malinconico. Ma ora, con questo romanzo breve ed intenso, Mancarsi, «fa un passo a lato», come dice la quarta di copertina.

Immaginatevi una storia a due voci, mai vicine fisicamente ma vicine per tutto il resto. Irene e Nicola, abitano nella stessa città, frequentano lo stesso bistrot senza mai incontrarsi, si alternano i vari capitoli raccontando la loro personale storia, fatta rispettivamente di una separazione dal marito e dalla morte in un incidente della moglie Licia. Ma soprattutto due storie fatte di una mancanza, che più che una mancanza dell’altro è una mancanza di sé.
Sia Irene che Nicola, infatti, si trovano appiattiti e schiacciati nelle loro storie precedenti, in ciò che ne segue ed in ciò che hanno lasciato.
La prospettiva di riempire quella manchevolezza è vana, non si percepisce fino in fondo, non è mai decisa. Anche se Nicola «per quanto gli costi ammetterlo, non riesce a soffrire completamente, né si sente sbagliato nell’uscire ogni giorno di casa con la speranza d’innamorarsi ancora» e Irene «ha ricominciato a prendere la vita sul serio». Sembrano, questi atteggiamenti, riscosse a situazioni precedenti che hanno tolto qualcosa a entrambi.

Mancarsi è un libro in cui trovi i pezzi di una storia e di un’altra che sembrano combaciare perfettamente, o meglio potrebbero inizialmente avviarsi verso una destinazione che non sia quella della cattiva solitudine, o della infelice manchevolezza.

Il bistrot che entrambi i protagonisti, anonimi l’uno per l’altro, frequentano (Irene da sola, sempre allo stesso tavolo, a due fermate di metro dal lavoro, consapevole che solo lì possa ritrovare un po’ se stessa – Nicola con Licia, allo stesso anonimo tavolo di Irene, ogni mercoledì a pranzo nel giorno libero di Licia, professoressa di inglese al liceo, e poi, dopo la morte di Licia, ritornandoci una sola volta, la sera della festa del santo patrono della città, invasa dalla folla che attende i fuochi d’artificio) è un luogo di incontri veri, dove il tempo sembra fermarsi e dove la realtà rimane per un po’ fuori dalla porta.
O forse, la realtà di entrambi, entrando in quel bistrot, al quale sono affezionati evidentemente per motivi diversi, risalta ancora di più, e perviene alla coscienza, cullandoli un po’.
Quel luogo ovatta un po’ la manchevolezza di ognuno dei due, rendendo dolce quel mancarsi.

In fondo è possibile ampliare a molte cose l’idea che: «C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere, e custodiamo questi attimi di unicità in forma d’immagine, anche se negli anni sbiadisce; ma è a quell’immagine che chiediamo aiuto quando il nostro sentimento vacilla e dubitiamo di amare, allora la richiamiamo, e ci basta (quando ancora l’immagine è viva) ritrovare quel modo di bere a canna, tenendo la bottiglia distante dalle labbra, perché l’amore torni a insinuarsi e si riaccenda, rimettendo a posto le cose, disponendole intorno a noi nell’ordine rassicurante in cui ci siamo abituati a vivere, e ci lasci dove siamo, reprimendo di schianto i progetti di fuga a cui avevamo già cominciato a lavorare».

VOTO: 3,5/5

Ps. Due parole sulla tecnica narrativa e di scrittura di De Silva. Molto coinvolgente e plastica, adatta a modificarsi a seconda delle situazioni da raccontare, spesso costruita su periodi lunghi e lenti, interrotti da incidentali fra parentesi che rafforzano, raccontano, scandiscono e determinano il racconto. Sicuramente una tecnica di scrittura originale, nel suo genere.



 


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