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Julian Barnes
Il senso di una fine
Trad. it. di Susanna Basso
Einaudi

            Alcune classifiche, sui quotidiani nazionali (ma non solo!), negli ultimi giorni del 2012, quotavano Il senso di una fine, fra i 10 libri più belli dell’anno.
Certo è che la foto di copertina (stupenda!), il titolo (affascinante e pieno di aspettative letterarie – tradotto giustamente in modo letterale, dall’inglese The senso of an Ending) e l’edizione prestigiosa della Einaudi, hanno convogliato tutta la mia concentrazione su questo libro, regalatomi (sapientemente) da un carissimo amico per Natale.
Il tempo libero nelle feste natalizie ha fatto il resto. Con la mia matita, e i miei appunti.

            Il senso di una fine è un libro di sole 150 pagine, e nel momento in cui ho terminato la lettura, una volta chiuso il libro, nel silenzio della stanza, ho avuto due sensazioni, una seguente l’altra.
La prima è stata quella di dover riflettere più a fondo sul finale, enigmatico e nient’affatto scontato, poi è scattata l’insoddisfazione.
Sì, insoddisfazione. Perché avrei voluto di più da quella storia, desideravo più dettagli, una trama più fitta di quel racconto che, invece, è volato sotto i miei occhi. Era insoddisfazioni mista a meraviglia.
Ero sazio, in realtà, e colpito diretto al cuore.
            Tony Webster – protagonista del romanzo, e narratore in prima persona – è un uomo qualunque, “senza qualità”, al quale la vita sottopone delle ardue prove, che inizialmente snobba ma che poi lo coinvolgono e lo spingono a riflettere.
Deve riflettere su se stesso, sul tempo («Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. […] Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere» pp. 5-6), su ciò che è stato e su ciò che è, all’età di sessant’anni, ma soprattutto su ciò che non è voluto essere («che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse?» p. 142), sul suicidio (elemento cardine del romanzo) e su tutto ciò che il suo sguardo, nel tempo, si fosse posato, anche Veronica, amore contrastato e strano, perno, forse, dell’insoddisfazione di Tony.
            Credo non valga la pena parlarvi di ciò che Tony, in prima persona, nel libro, narra, perché Il senso di una fine non vuole giungere ad una conclusione ben precisa. È un libro in cui costantemente si riflette sul passato e si chiude un piccolo cerchio, nel presente.

            La prosa di Barnes è scorrevole, cristallina ed ha un ritmo lineare.
A volte, nello scorrere dei pensieri di Tony troviamo deviazioni che ci portano verso altri luoghi, ed altre riflessioni.
Tutto calcolato. Sapientemente voluto.
Tutto riconducibile al fine di analizzare un’esistenza, e di capirne i luoghi oscuri.
Perché il Tony adulto ha capito che: «Più impari, meno temi. “Imparare” non in termini di studio accademico, ma di comprensione effettiva della vita» (p. 84).

VOTO: 4/5



 


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