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Lettere contro la guerra
Tiziano Terzani
I grandi, TEA, pp. 177

«I lupi non sono stati così fortunati e in una gabbia puzzolentissima, senza acqua, dove un guardiano butta una volta al giorno degli avanzi di carne, ne sono rimasti due vecchi esemplari. Sono lì da anni. Si conoscono. Si conoscono bene, eppure strisciano in continuazione, guardinghi, contro le pareti ormai lustre e la rete tutta rabberciata e, incrociandosi, ogni volta ringhiano, si mostrano i denti e si aggrediscono, aizzati da una piccola folla di uomini che forse s’illudono di essere diversi e non si rendono conto d’essere, anche loro, nella gabbia dell’esistenza solo per marcirci.

Tanto varrebbe allora viverci in pace».

Conosco Terzani solo nel maggio del 2011 quando, su consiglio di un amico, inizio a leggere Lettere contro la guerra. Si tratta di una raccolta di lettere, alcune inedite e altre pubblicate sul Corriere della Sera, dove Terzani riporta le proprie considerazioni all’indomani dell’11 settembre.

La corrispondenza da Orsigna e Firenze, da Peshawar e Quetta, Kabul e Dehli, e infine dal suo rifugio sull’Himalaya, tra le sue montagne, viene scritta a partire dai giorni immediatamente successivi all’attentato. Il pensiero di Terzani cambia, si evolve e le sue speranze si dissolvono in base alla progressione degli avvenimenti internazionali: con la dichiarazione di guerra all’Afghanistan, il 7 ottobre del 2001, egli capisce come, sempre più chiuso nel suo “orgoglio mal riposto”, l’Occidente abbia intrapreso per l’ennesima volta la strada dell’odio, rinunciando definitivamente a quella della comprensione.

Ciò che mi colpisce da subito, sin dalle prime pagine, è la volontà di Terzani di spiegare oggettivamente, senza alcun tipo di pregiudizio, il significato di un avvenimento, tanto drammatico quanto motivato, come l’attacco alle Torri Gemelle.  La sua voce, sicuramente fuori dal coro in un momento in cui le posizioni dell’Occidente contro l’Islam si radicalizzano su tutti i fronti, è quella di una persona che cerca di abbattere quel muro, oggi sempre più solido, innalzato su basi di intolleranza, rabbia ed ipocrisia e che lascia fuori la possibilità di capire i veri motivi che hanno reso inevitabile quel tragico epilogo.

Terzani s’impegna in prima persona a raccogliere le testimonianze delle persone che incontra durante il suo viaggio tra Afghanistan e Pakistan, invitandoci a prestare ascolto alla voce dell’Oriente e raccontandoci il dietro le quinte del teatrino della politica occidentale: chi ci ha autorizzato a farci ambasciatori di civiltà nel loro mondo? Chi ci ha consentito di polemizzare contro la loro cultura o di schernire la loro fede?  L’arroganza dell’Occidente è causa di grande risentimento e di forte senso d’umiliazione per la civiltà musulmana che, per gridare e ribadire la propria diversità, ha finito per estremizzare e deformare gli insegnamenti del Corano, intraprendendo, come sappiamo, una vera e propria “guerra santa”.

L’atipicità di Terzani risiede nella capacità di mantenersi sempre neutrale, di descrivere gli avvenimenti con totale imparzialità, senza mai confondere le vittime con i carnefici, esortando il lettore ad aprire gli occhi e a “pensare con la propria testa”.

Lettere contro la guerra è, secondo me, un libro illuminante e costituisce un’occasione, “una buona occasione” per riflettere su come, ancora oggi, dopo più di dieci anni, con altre guerre alle spalle, noi Occidentali cadiamo sempre nello stesso errore di arrogarci, con la solita presunzione, il “monopolio del bene”, negando i punti di vista diversi dal nostro e creando noi stessi quei mostri che poi ci convinciamo di dover combattere.



 


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